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Antoni Kapcia 9 Febbraio 2026

L’Avana conosce le minacce e i ricatti degli Stati uniti fin dalla rivoluzione del 1959. Adesso è sotto attacco dell’imprevedibile amministrazione Trump, oltre che in mezzo a una crisi politica prima che economica
Dopo la sorprendente (e illegale) deposizione del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte dell’amministrazione Trump, la maggior parte dell’attenzione mondiale ha iniziato a concentrarsi sulle successive minacce di Donald Trump di prendere il controllo della Groenlandia, indipendentemente dalle implicazioni per la possibile reazione e il futuro della Nato, e sulla sua belligeranza nei confronti della Colombia legata alla droga.
Tuttavia, Cuba è il paese più palesemente messo in pericolo da quella che Trump ha definito vanagloriosamente la «Dottrina Donroe» e il «Corollario Trump», rievocando con orgoglio le dichiarazioni statunitensi del 1823 (di James Monroe) e del 1904 (di Teddy Roosevelt), che hanno definito la politica statunitense nei confronti del «cortile di casa» latinoamericano fino agli anni Trenta.
Fin dai tempi di Thomas Jefferson, Cuba ha avuto un ruolo importante negli atteggiamenti (e nelle azioni) degli Stati uniti nei Caraibi e in America Centrale. Tuttavia, l’episodio di Maduro ha portato una nuova dimensione alla politica statunitense nella regione: la prima incursione militare aperta nel continente sudamericano, suggerisce che ora non ci sono più limiti all’attivismo statunitense nelle Americhe. Ciò pare aver messo Cuba saldamente nel mirino di futuri interventi statunitensi. È davvero così?
Sul piede di guerra
Da un certo punto di vista, tutte le verità di cui sopra sembrano evidenti, data l’imprevedibilità delle azioni di Trump. Il quale dopo le minacce alla Groenlandia ha sostenuto che il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, farebbe bene a cambiare politica se volesse evitare il destino di Maduro.
Inoltre, dovremmo ricordare che il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, cubano-americano di seconda generazione, ha a lungo sostenuto un uso più aggressivo delle sanzioni contro Cuba – che sono ancora ampiamente in vigore e c he negli ultimi decenni sono state inasprite a più riprese – e persino un approccio più interventista per porre fine definitivamente al sistema politico cubano. In effetti, si può vedere la sua influenza nell’ultimo ordine esecutivo di Trump del 29 gennaio, di cui parleremo più avanti.
Nel frattempo, i cubani sull’isola hanno tratto le loro conclusioni, con crescenti timori per le possibili azioni di Trump. Le forze armate cubane, sempre in stato di allerta dal 1960, sono sul piede di guerra, accelerando ed estendendo la loro esercitazione militare annuale, nota come «Guerra di tutto il popolo», per i soldati in servizio e i riservisti.
Tuttavia, vale la pena ricordare che gli scenari di pianificazione del Pentagono in merito all’azione militare contro Cuba hanno ripetutamente concluso che il costo in termini di vittime statunitensi sarebbe politicamente inaccettabile, data la preparazione e l’addestramento delle forze a disposizione del governo cubano. Ciò potrebbe spiegare perché Trump o Rubio abbiano parlato relativamente poco di Cuba. In generale, quindi, la valutazione degli specialisti tende a ritenere che un’invasione sia ancora improbabile.
Stringere il cappio
Molto più probabile è la minaccia concreta di ulteriori misure volte a stringere il cappio dell’embargo attorno all’economia cubana. Il primo mandato di Trump ha visto oltre 240 misure di questo tipo, limitando ulteriormente la capacità di Cuba di attrarre investimenti, ricevere valuta forte o importare petrolio e cibo, di cui ha tanto bisogno.
La portata dell’embargo, che è ancora in gran parte attuato solo da Stati uniti e Israele, si estende ora a livello globale, poiché le complesse reti che sostengono banche e compagnie assicurative non statunitensi includono spesso entità con sede negli Usa che aderiscono alle leggi del paese. Pertanto, sebbene la maggior parte dei governi respinga l’embargo de jure, le loro banche lo accettano de facto.
Hanno inoltre preso in debita considerazione la definizione unilaterale di Cuba da parte degli Stati uniti come Stato sponsor del terrorismo. Tutto ciò aggiunge ragioni di crisi alla «tempesta perfetta» che ha colpito Cuba nel 2018-2020, con la coincidenza della prima presidenza di Trump, della pandemia di Covid-19, della fine della presidenza di Raúl Castro e della tanto attesa fusione delle due valute cubane.
Da allora, l’intervento degli Stati uniti in Venezuela ha comportato anche minacce di interrompere le forniture di petrolio a Cuba sia dal Venezuela che dal Messico. Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre, come misura di emergenza per proteggere la sicurezza degli Stati uniti, il blocco di tutte le petroliere dirette a Cuba. Nel complesso, è probabile che queste minacce peggiorino la già drastica carenza di carburante per i trasporti e l’energia a Cuba, una carenza che ha causato ai cubani anni di quotidiane, demoralizzanti e ora esasperanti interruzioni di corrente, soprattutto nelle campagne e nelle province interne.
Tuttavia, le ipotesi sull’importanza del petrolio venezuelano potrebbero essere state un po’ fuori luogo. Le esportazioni venezuelane verso Cuba (a lungo scambiate con la fornitura cubana di personale medico e di altro tipo) sono costantemente diminuite, poiché le sanzioni statunitensi al Venezuela hanno influito sugli investimenti nelle infrastrutture petrolifere per mantenere e modernizzare la produzione.
Considerato questo declino, Cuba ha recentemente aumentato il suo apporto di petrolio da Brasile, Messico, Colombia e Spagna, e ha anche acquistato energia dalla Turchia sotto forma di navi-generatore. Queste misure non sono mai sufficienti, ovviamente, e coprono fino al 50% del fabbisogno di Cuba. In questo contesto, i nuovi accenni di Trump sulla vitale connessione petrolifera tra Messico e Cuba e le minacce di ordini esecutivi sono molto più inquietanti per Cuba e i cubani.
Patriottismo
Oltre alle minacce di Rubio di distruggere definitivamente l’economia cubana, un aspetto significativo della crisi ha riguardato l’uccisione di tutti i trentadue militari cubani che proteggevano Maduro quando le forze statunitensi hanno invaso la casa presidenziale. Il fatto che tutti e trentadue siano stati uccisi suggerisce che, sebbene i difensori avessero giurato di non arrendersi, siano stati di fatto giustiziati dagli invasori.
Questa notizia ha avuto un impatto molto particolare, ma forse prevedibile, all’interno di Cuba. Per decenni, i cubani hanno avuto una visione prevalentemente positiva della strategia di politica estera del loro paese, volta a promuovere un «internazionalismo» attivo in tutto il mondo, con l’invio di consistenti volontari in altri paesi del Sud del mondo in settori quali la medicina, la scienza, l’istruzione, l’agricoltura e altri ancora. Questo è avvenuto nonostante le perdite di vite umane che a volte ne sono derivate, in particolare durante la liberazione dell’Angola dalle invasioni del Sudafrica sostenute dagli Stati uniti tra il 1975 e il 1989.
Non è esagerato affermare che la maggior parte dei cubani ha continuato a considerare questa strategia come motivo di orgoglio nazionale, soprattutto in risposta al Covid-19 e ad altre epidemie, nonché ai disastri naturali. Molti osservatori a Cuba al momento della cattura di Maduro hanno visto chiaramente che la maggior parte dei cubani, anche quelli critici nei confronti del governo e/o del sistema, ha reagito con orrore e rabbia alle sparatorie.
Grandi folle hanno sfilato davanti alle loro bare, le hanno omaggiate dopo il ritorno dei loro resti a Cuba e si sono unite a grandi cortei il giorno seguente all’Avana e in tutti i 169 comuni cubani. Questa affluenza sembra confermare ciò che gli osservatori hanno notato in altri casi, ovvero la determinazione (forse retorica) dei cubani a resistere a qualsiasi tentativo di Trump di infliggere la stessa sorte al loro paese, incluso qualsiasi tentativo di rimodellare il sistema politico cubano con coercizione o minacce.
In altre parole, le morti sembrano aver rapidamente alimentato le fiamme della ben nota e profonda propensione cubana al patriottismo. Nel corso degli anni, le azioni dei presidenti statunitensi volte ad accumulare ulteriore miseria sulla popolazione cubana hanno spesso alimentato quelle stesse fiamme, riflettendo il patriottismo che ha a lungo caratterizzato la cultura politica e ideologica di Cuba, sia prima che dopo il 1959.
Soprattutto negli anni Novanta, nel pieno della crisi del «Periodo Speciale» e dell’austerità seguita al crollo dell’Unione sovietica, il patriottismo è divenuto una delle chiavi della straordinaria sopravvivenza del sistema. L’ultima reazione popolare alla mano pesante degli Stati uniti non dovrebbe quindi sorprendere, forse suggerendo che il sistema gode di un maggiore sostegno (o tolleranza) di quanto molti avessero ipotizzato.
Prospettive parziali
I resoconti sui social media delle proteste a Cuba hanno alimentato la percezione di un malcontento popolare. Sebbene tali resoconti siano spesso accurati, si sono verificati anche molti casi di esagerazione, che forse dovremmo trattare con cautela.
In primo luogo, L’Avana non è come il resto di Cuba. Sebbene la capitale registri maggiori segni di aperta dissidenza e relativa ricchezza, ospita anche una fascia povera che, non avendo accesso a valuta forte, soffre più della maggior parte della popolazione a causa dei prezzi gonfiati. Allo stesso modo, mentre il resto di Cuba soffre generalmente di più per la mancanza di accesso a beni ed energia, al di fuori della capitale si riscontra un maggiore sostegno al sistema.
In secondo luogo, sebbene i cubani siano da tempo disposti e in grado di lamentarsi a gran voce della carenza di forniture, delle code e delle interruzioni di corrente, e le loro ultime frustrazioni e rabbia siano reali, la maggior parte sembra ancora pronta a tollerare le carenze (seppur con rassegnazione). Sembra anche che ci siano ancora abbastanza cubani determinati a proteggere i vantaggi che il sistema ha loro concesso, soprattutto di fronte alla costante ostilità del «vecchio nemico».
Tutti i cubani sanno che gli Stati uniti hanno offerto rifugio e opportunità materiali ai loro familiari per decenni, un’opportunità visibile nell’attuale sostanziale dipendenza di Cuba dalle rimesse degli emigranti. Allo stesso tempo, molti continuano a percepire istintivamente che i politici dello stesso paese cerchino costantemente di controllare il destino di Cuba attraverso la coercizione e lo strangolamento economico.
Tra due crisi
Nel 1994, spiegai la crisi post-sovietica di Cuba e la sua probabile sopravvivenza utilizzando cifre calcolate con precisione. All’epoca sostenevo che il 20-30% della popolazione sosteneva attivamente il sistema, mentre circa la stessa percentuale si opponeva fermamente (una stima confermata poi da un importante dissidente). Restava 40-60% nella «fascia intermedia», critica ma passivamente incline ad accettare o tollerare il sistema nonostante tutti i suoi difetti.
Da allora, ben poco mi ha portato a cambiare significativamente questa valutazione. Ora ritengo che quelle percentuali siano più vicine al 20% a favore e al 35% contro (ma che a volte potrebbero salire fino al 40%), con una percentuale tra il 45 e il 60% ancora nella media passiva.
Tuttavia, sebbene la crisi attuale possa non essere materialmente così profonda come quei primi anni post-sovietici, quando la maggior parte dei cubani temeva sinceramente un collasso sistemico, oggi ci sono due differenze cruciali. La prima è l’assenza di Fidel o Raúl Castro in cui riporre fiducia, rispetto o deferenza. I membri della leadership post-2018 sono ostacolati dalla loro mancanza di legittimità o autorità storica, apparentemente incapaci di invertire una tendenza ampiamente percepita di declino materiale.
In un certo senso, la vera crisi a Cuba oggi è politica piuttosto che materiale. I sorprendenti dati del traffico stradale notevolmente aumentato all’Avana suggeriscono un notevole livello di accumulo di ricchezza, almeno lì, con molti più beni visibilmente disponibili rispetto agli anni Novanta. Per la maggior parte dei cubani, la principale sfida materiale è ora la relativa indisponibilità di questi beni, a causa dell’aumento vertiginoso dei costi.
La seconda differenza è anch’essa di natura politica: l’allontanamento dei giovani e l’emigrazione di oltre mezzo milione di giovani cubani nel giro di pochi anni. Le emigrazioni di massa degli anni Sessanta presentavano alcuni vantaggi, come la liberazione di alloggi già pronti per molti poveri e l’eliminazione di qualsiasi opposizione organizzata. I giovani cubani di oggi, invece, sono cresciuti conoscendo solo una Cuba tristemente austera dal 1991, e la loro dipendenza dai social media esogeni è maggiore rispetto a quella dei loro genitori e nonni.
Di conseguenza, è meno probabile che condividano la fiducia dei loro anziani nel sistema e più probabile che incolpino il proprio governo piuttosto che gli Stati uniti, arrivando persino al punto di non credere alle prove incontrovertibili dell’impatto dell’embargo. Sembra che ci sia un reale problema di potenziale alienazione apolitica generazionale. Detto questo, l’evidenza della partecipazione di un gran numero di giovani cubani a tutte le recenti manifestazioni e raduni per protestare contro le uccisioni di Caracas suggerisce che non tutto è necessariamente come ci dicono e che il filone di nazionalismo intrinseco rimane profondo, anche tra i giovani.
Il fattore Trump
Dal 2012, gli emigranti godono della libertà legale di tornare a Cuba, mentre negli Stati uniti (che restano la destinazione principale) e in molte altre aree sviluppate del mondo l’ambiente per i migranti è meno accogliente. Pertanto, i giovani che hanno lasciato l’isola di recente potrebbero tornare sull’isola, per costrizione o per scelta, ma portando con sé una visione diversa del sistema cubano e ancora frustrati dalla Cuba che avevano lasciato in precedenza.
Inoltre, l’effetto persuasivo di vivere nella «bolla» della Florida ha spesso contribuito a rimodellare l’atteggiamento degli emigranti (o la giustificazione retorica) nei confronti della scelta di lasciare la patria. Anche se erano apolitici prima della partenza, sembrano assorbire rapidamente i valori e i giudizi della comunità cubano-americana.
Queste evoluzioni della crisi attuale sono difficili da prevedere, ma la leadership cubana, assediata (e molto criticata), sa che esistono e che deve affrontarle con urgenza. Ci sono alcuni segnali che indicano che la cultura cubana di radicato patriottismo potrebbe alla fine plasmare alcune di queste persone rendendole meno anti-sistema di oggi e meno antagoniste rispetto alle precedenti ondate di migranti verso gli Stati uniti.
Tutto dipenderà in ultima analisi da come loro e le loro famiglie (dentro e fuori dall’isola) percepiranno le politiche statunitensi e dalla capacità del governo cubano di trovare alternative all’embargo. I prossimi mesi e anni saranno certamente impegnativi e cruciali. Naturalmente, l’elemento più imprevedibile dell’intera equazione cubana è ciò che Donald Trump potrebbe improvvisamente decidere di fare.
*Antoni Kapcia è professore di storia latinoamericana presso il Centro di ricerca su Cuba dell’Università di Nottingham. Ha scritto Leadership in the Cuban Revolution: The Unseen Story, A Short History of Revolutionary Cuba: Revolution, Power, Authority and the State from 1959 to the Present Day e Cuba in Revolution: A History Since the Fifties. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.