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3 Febbraio 2026 Paolo Andruccioli
Servono soldi per l’ambizioso progetto di riarmo dell’Europa lanciato da Ursula von der Leyen. Non basta aumentare al 5% la quota di Pil dei singoli Stati membri. È così partita, in sordina, una grande raccolta fondi con i soldi dei risparmiatori privati e una riorganizzazione di tutta l’architettura finanziaria. Viaggio nel crowdfunding bellico: prima puntata
“In seguito all’approvazione della prima ondata di finanziamenti per la difesa, la Commissione europea ha approvato un secondo gruppo di piani nazionali di difesa nell’ambito dell’iniziativa Azione per la sicurezza in Europa (Safe), segnando un altro importante passo avanti verso la sicurezza dell’Unione. La Commissione ha presentato al Consiglio una proposta di approvazione dell’assistenza finanziaria a favore di Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia”. Stiamo leggendo un comunicato stampa diffuso, il 26 gennaio, dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea. È la conferma dell’avanzamento dei progetti di riarmo europei lanciata dalla presidente Ursula von der Leyen con il piano Rearm Europe, nel marzo dello scorso anno. È la conferma che esiste un’Europa del Nord e una “del Sud” o “dell’Est” che ha bisogno di essere sostenuta anche nel settore bellico. Ed è soprattutto la conferma che l’Europa corre verso la guerra, secondo il vecchio detto che se ti compri una pistola prima o poi la usi.
Riarmare l’Europa
Come si ricorderà, Rearm Europe o Readiness 2030 è stato pensato per rafforzare la difesa dell’Unione con investimenti per circa 800 miliardi di euro, misure che includono 150 miliardi in prestiti per l’industria bellica, un uso più flessibile dei fondi dell’Unione, il sostegno al rafforzamento delle capacità militari, inclusi droni e missili. Il comunicato è chiaro: “La Commissione sta aprendo le porte alla prima ondata di prestiti a basso costo e a lungo termine da erogare, consentendo a queste nazioni di aumentare urgentemente la loro prontezza militare e acquisire le moderne attrezzature di difesa necessarie. Il quadro approfondisce inoltre l’integrazione dell’Ucraina nell’ecosistema di sicurezza dell’Unione, garantendo che il sostegno europeo rimanga agile e sostenibile”. I livelli di finanziamento per ciascun Paese sono stati fissati in via provvisoria a settembre, sulla base dei principi di solidarietà e trasparenza. Questo gruppo di otto Stati membri ha diritto a circa 74 miliardi di euro, dopo la firma degli accordi di prestito. I fondi forniranno un impulso vitale alle capacità strategiche laddove sono più necessarie.
Ovviamente vengono stabiliti con precisione anche tempi e metodi del processo. “Con la valutazione della Commissione completata, il Consiglio dispone di quattro settimane per adottare le decisioni di esecuzione”. Una volta approvati, la Commissione finalizzerà gli accordi di prestito, con i primi pagamenti che dovrebbero diventare operativi nel marzo 2026. Con il regolamento Safe (adottato il 27 maggio 2025), l’Europa si vuole dunque far trovare pronta a una data che viene indicata come il probabile inizio di una nuova guerra, il 2030. Per questo scattano i prestiti “per stimolare un’impennata degli investimenti nelle capacità di difesa”.
La Safe
La Safe (Azione per la difesa) era stata introdotta con il Libro bianco. Si tratta di un nuovo strumento finanziario, dedicato a sostenere gli investimenti degli Stati membri nel settore della difesa, con l’elargizione di prestiti per un massimo di 150 miliardi di euro, con procedure che si provvederà al più presto a sveltire. La Commissione ha previsto un dispositivo di funzionamento della gestione dei fondi simile a quello adottato per il Recovery and Resilience Facility. Ma la differenza sostanziale tra la Safe e i “Recovery” precedenti è che le regole e i meccanismi di finanziamento attuali sono destinati alla guerra, quelle degli anni passati alla crescita dell’occupazione. I tempi cambiano. Ora è tempo di guerra. Safe – Security Action for Europe – è modellato sul piano Sure, concepito nel 2020 dal commissario Paolo Gentiloni per sostenere i piani a tutela dell’occupazione, di fronte ai lockdown imposti dalla pandemia. Nell’era Trump e dei ripensamenti anche sul ruolo della Nato, le cose cambiano rapidamente e l’Europa sembra essersi completamente dimenticata dei grandi progetti finalizzati alla transizione ecologica. Ora l’economia viene spinta verso la guerra (e dalla guerra).
Il governo Meloni ha ovviamente detto sì al prestito della Safe, spiegando, con una certa ipocrisia, che serve mantenere fede al piano che prevede i programmi di difesa fino al 2030, ma che è anche necessario alleggerire i conti pubblici italiani. Così l’Italia ha chiesto di potere accedere a Safe fino a 15 miliardi, un prestito da restituire in quarantacinque anni. Alla faccia del teatrino che rappresenta un governo variegato, composto da bellicisti e pacifisti, la decisione è stata presa durante una riunione di fine luglio 2025 tra la presidente del Consiglio, il vicepremier Antonio Tajani, l’altro vicepremier Matteo Salvini (che urla sempre la sua indignazione contro la guerra), il ministro della Difesa Guido Crosetto. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha spiegato invece che la mossa permetterà di alleggerire i conti pubblici, ma anche che si tratta di un debito “interessante” perché costa, in termini di interessi, meno dei Btp.
A ipocrisia si aggiunge altra ipocrisia. Non si tratta di acquistare armi – dicono da palazzo Chigi – ma di rafforzare “la base industriale della difesa europea”, che vuol dire pure “cybersecurity, spazio”. In parte, i prestiti europei andranno a coprire spese già a bilancio, e in parte saranno utili per quello sforzo aggiuntivo richiesto a tutti i Paesi nell’ambito del piano Readiness 2030 (compresi gli impegni già sottoscritti con la Nato).
La cassaforte del risparmio
Secondo i calcoli della Commissione europea, i cittadini del vecchio continente detengono una quantità significativa di risparmio, pari a quasi il 15% del reddito disponibile (dati 2023). Ma il 31% del risparmio, 11.630 miliardi di euro (di cui 1.580 miliardi in Italia), risulta oggi in contanti e in depositi a basso rendimento. “Senza una maggiore partecipazione ai mercati dei capitali, i cittadini Ue si lasciano sfuggire le opportunità di creare ricchezza attraverso un possibile aumento dei rendimenti dei risparmi a lungo termine”, ha spiegato la Commissione in più di un’occasione.
I risparmi vanno dunque indirizzati. E in questo momento l’Europa pensa a spingerli verso l’industria delle armi e i sistemi di difesa. Si è pensato quindi di introdurre un altro strumento, l’Unione del risparmio e degli investimenti (Siu), che dovrebbe contribuire a convogliare ulteriori investimenti privati verso le priorità dell’Unione. Potrebbe, da solo, attrarre centinaia di miliardi di investimenti aggiuntivi ogni anno nell’economia europea, rafforzandone la competitività, come d’altra parte avevano suggerito sia Enrico Letta sia Mario Draghi. La Siu comprende l’Unione dei mercati di capitale e l’Unione bancaria, due progetti avviati da anni, ma rimasti incompiuti a causa delle divergenze tra i diversi Stati.
Consigli per gli acquisti (di armi)
La Commissione europea sta progettando anche una serie di misure per smuovere i risparmi bancari dei cittadini e indirizzarli verso fondi di investimento e acquisto di azioni o obbligazioni nel campo dell’industria bellica. Innanzitutto, Bruxelles afferma di volere stimolare la partecipazione degli “investitori retail” sui mercati attraverso prodotti finanziari semplici e a basso costo, anche con eventuali stimoli fiscali. L’Unione europea si dice pronta a rimuovere le barriere tra mercati nazionali, per esempio quelle a livello di supervisione, e incentiverà gli investitori istituzionali e privati verso le imprese. Infine la Commissione vuole creare regole unificate (single rulebooks) da applicare in tutta l’Unione. In questo modo Bruxelles intende avanzare proposte legislative focalizzate, riducendo il più possibile il carico normativo. Ma la mossa europea ha fatto scattare subito un allarme tra molti osservatori.
Secondo Andrea Baranes – che ha scritto su “Valori”, la rivista di Banca etica, nel marzo dello scorso anno – la direttiva europea sul Siu è cruciale per il futuro assetto tanto del sistema finanziario quanto di quello produttivo in Europa. Negli scorsi anni, l’Unione europea aveva già lavorato alla creazione di un unico mercato finanziario, tramite le due versioni della Capital Market Union. “Con la nuova Direttiva si vuole andare molto oltre. Il punto di partenza è che le imprese europee sarebbero troppo dipendenti dalle banche e sfrutterebbero troppo poco i canali finanziari. Per questo, la Siu intende connettere i risparmi con gli investimenti produttivi, con un focus sugli obiettivi strategici dell’Unione. Inoltre, la nuova connessione tra risparmi e aziende (e in particolare industrie delle armi) si può realizzare rispolverando un vecchio strumento della finanza creativa: le cartolarizzazioni, il meccanismo che consente di trasformare un credito in un titolo finanziario. Le banche, in pratica, vendono i mutui che diventano titoli. Ancora Baranes spiega che, in questo modo, “la banca si disfa del rischio e libera capitale per potere fare nuovi prestiti, mentre per le imprese si aprono nuove possibilità”. “Un’azienda non quotata sui mercati finanziari, e che quindi non può emettere azioni e obbligazioni, con le cartolarizzazioni può trasformare i suoi crediti in titoli finanziari e accedere quindi ai capitali dei risparmiatori europei”.
Bombe o bolle?
Per i risparmiatori aumentano enormemente i rischi. Viene infatti spezzato il legame tra creditore e debitore. La storia dei subprimes americani (alla base della grande crisi finanziaria mondiale del 2008) ha mostrato come le banche prestavano senza valutare i rischi, perché quei rischi che avevano cartolarizzato, non le riguardavano più. Le cartolarizzazioni potrebbero essere quindi il veicolo alla formazione di una nuova bolla finanziaria, che questa volta sta montando non sulle abitazioni e i mutui per avere casa, ma sulle industrie del riarmo.
Uno scenario che si sta complicando con l’avanzata sulla scena di una finanza ancora più speculativa di quella che abbiamo visto all’inizio del secolo, e di politiche di aggressione sempre più spinte da parte degli Usa. “Alimentare le guerre, in Europa e in altre parti del mondo – scrive lo storico Alessandro Volpi su “Altraeconomia”– significa provare a riportare l’asse dei risparmi europei verso le società statunitensi che producono armi per l’esercito Usa e per la Nato. Una volta messa in moto la bolla europea del riarmo, infatti, Trump pensa sia possibile convincere i grandi fondi nazionali a riportarla verso i produttori statunitensi, facendo degli Stati Uniti un colossale paradiso fiscale finanziario, dove produrre monete (stable coins in dollari), dove togliere vincoli ai bilanci bancari e dove rimuovere tutte le regole introdotte dopo il collasso del 2008”. Nei prossimi approfondimenti cercheremo di capire meglio gli effetti sull’economia, e sulla vita delle persone, di questa nuova cultura di guerra.
(Fine della prima puntata)