Quello che il mare rivela

Dal blog https://jacobinitalia.it

Luca Bertocci Gabriella Palermo 11 Febbraio 2026

Tra antimeridionalismo strutturale e ricostruzione sociale: ecco cosa il ciclone mediterraneo Harry ha portato con sé

Tra il 19 e il 22 gennaio 2026 Sicilia, Calabria e Sardegna (e ancora più a Sud nel Mediterraneo, Tunisia e Malta) sono state investite dal «ciclone» mediterraneo Harry. Le forti piogge, il vento e soprattutto le mareggiate con onde che hanno raggiunto il record dei 16 metri di altezza per quest’area, si sono abbattute sulle coste del sud Italia lasciando dietro di sé un dissesto la cui vera entità è ancora da quantificare. 

Harry non è un evento isolato. Non è un imprevisto, né un fenomeno fortuito e casuale. Eppure, nelle settimane successive, la narrazione politica e mainstream ha invisibilizzato e/o banalizzato l’evento – sia mediante la quasi inesistente rilevanza mediatica datagli, sia con l’adozione di misure d’emergenza irrisorie, economicamente e qualitativamente. Intanto, mentre il governo si rallegrava dell’assenza di vittime, di vittime in mare ce ne sono state eccome, e secondo l’Ong Mediterranea le persone disperse che hanno tentato in quei giorni di attraversare il confine di morte dell’Unione europea sarebbero almeno mille.. 

Posizionando il nostro sguardo sul mare, vogliamo provare brevemente a guardare ai significati sociali, politici e culturali che il ciclone mediterraneo ha portato con sé. 

Harry si è abbattuto sulle coste di un sud storicamente prodotto come margine, composto da territori soggetti ad abbandono, narrazioni antimeridionaliste e riproduzioni di colonialità. Territori, per questi motivi e per questioni ovviamente di esposizione ambientale, più vulnerabili ai fenomeni sempre più frequenti del cambiamento climatico, di cui il Mar Mediterraneo rappresenta una zona critica. Un mare concepito come mera risorsa energetica da estrarre, da sventrare per l’overtourism, o da trasformare in confine di morte per la selezione di forza lavoro per la Fortezza Europa. Ma il mare è un grande archivio che restituisce sempre tutto, soprattutto la violenza agita. Così, mentre chi abita le aree più devastate (come le isole minori o i comuni del messinese e del catanese in Sicilia) iniziava il giorno dopo a sbracciarsi, Harry «svelava» le retoriche e le politiche dell’antimeridionalismo strutturale di questo paese.

La narrazione è infatti stata quella del victim blaming. Come nella consueta violenza mediatica riprodotta in questo paese nei casi di violenza di genere, Harry è l’uomo che ha agito violenza contro, in questo caso, i territori del sud, che «se la sono andata a cercare».  Per cui, peggio per il sud e il suo abusivismo senza regole – una narrazione che però non sembra essere esistita quando altri fenomeni ambientali simili hanno colpito il nord Italia. Alle narrazioni ovviamente seguono le politiche, e nel Consiglio dei ministri riunitosi per dichiarare lo stato di emergenza, il governo ha stanziato 100 milioni di euro – la stima provvisoria dei danni nelle tre regioni ammonta però a quasi 2 miliardi, una cifra che sembra essere destinata a crescere. Cento milioni da dividere tra le regioni: alla Sicilia, ad esempio, va destinato un terzo (33 milioni) – a cui si aggiungono quelli messi a disposizione dalla Regione siciliana (70 milioni) che se ne aspettava altrettanti dal governo nazionale. In Sicilia e Calabria, chi abita questi territori sta urlando a gran voce di utilizzare gli oltre 13 miliardi stanziati per il Ponte di Salvini per la messa in sicurezza e la costruzione di servizi e infrastrutture, ma al governo delle esigenze dei territori non importa affatto. 

Oltre al danno ovviamente la beffa, per cui mentre si continua a colpevolizzare il sud «per la sua inciviltà», nelle dichiarazioni di Stato e Regione, intanto, non si nascondono affatto le priorità: bisogna ricostruire quanto prima le attività produttive costiere spazzate via dal ciclone per poter essere pronti per la stagione turistica alle porte. Bisogna insomma ricostruire per ripristinare tutto esattamente com’era e bisogna farlo in fretta perché i territori devono essere pronti ad accogliere al meglio i turisti in riva al mare – di nuovo, cosa richiede chi i territori li vive quotidianamente, viene totalmente oscurato.

Non c’è un pianeta B e questo è un pianeta d’acqua 

Antimeridionalismo non è solo strabismo e doppio standard, ma anche miopia del complessivo: esprime una forma di negazionismo a sua volta strutturale. Per chi voglia sforzarsi di coglierla, invece, Harry fornisce la – tragica e devastante – occasione di posizionarsi nella verità concreta e planetaria del problema di Donna Haraway – ovvero del cambiamento climatico e della necessità di immaginare relazioni e politiche alternative. 

Andiamo per ordine: l’umanità è profondamente intrecciata al mare come spazio e materia, per ragioni commerciali, culturali e ontologico-politiche. Una relazione che, seppur trascenda la «breve» storia del capitalismo, si è fatta con questo cruciale per l’estrazione di corpi, risorse e territori. Mentre mari e oceani rappresentano il 96.5% di H2O globale, una suggestione molto usata nelle geografie critiche del mare riporta che questo occupa circa il 70% della superficie terrestre – così come il corpo umano è composto al 70% d’acqua. Una suggestione  che vuole evocare una necessità politica: riconoscere la natura planetaria, ubiqua e onnipervasiva dell’oceano globale – ovvero di tutti i corpi d’acqua che, ciclicamente, si integrano e spostano, trasformando il pianeta e la vita che lo attraversa. Ma si tratta anche di fare operativamente i conti con questa materialità, fare i conti politicamente e ingegneristicamente, riconoscendo e nominando i conflitti e le relazioni spaziali proiettate dal potere su acque, mari, fiumi; ma anche, immaginare collettivamente politiche e progettualità alternative su, per e con l’acqua.

Rimanendo sull’area costiera, almeno 1/3  (circa 2,5 miliardi) della popolazione globale vive già a meno di 60 miglia dalla costa, di cui 1/10 a meno di 10 metri sul livello del mare (qui lo studio completo). Il trend è in ulteriore crescita, visto il tendenziale aumento della popolazione (che toccherà gli 8.5 miliardi a metà secolo) e interesserà principalmente le aree megalopolitane (che sono per la maggior parte costiere). Sembrano lontani i tempi in cui un noto cantautore gridava: «siamo 7 miliardi!». Siamo già 9, e pare dovremmo diventare pirati o anfibi. Infatti, come mostrano i numerosi studi mediati a ribasso nel report Ipcc (il gruppo intergovernativo di valutazione dei cambiamenti climatici) del 2019, l’innalzamento medio del livello del mare potrebbe raggiungere 1 metro entro fine secolo, e collocarsi tra i 2 e i 5 metri entro il 2300 – impattando direttamente su miliardi di persone. La Società Geografica Italiana ha calcolato che 800mila persone in Italia vivono in aree ad alto rischio di inondazione entro cinquant’anni. Di questi, 63mila sono proprio in Sicilia, 22mila in Calabria e 11mila in Sardegna.

Harry ha lasciato dietro di sé dissesto e devastazione ma nel frattempo ci aiuta a porci alcune domande e a riconoscere alcune questioni. Riconoscere su chi e come si intende scaricare i costi dei fenomeni legati al cambiamento climatico e le narrazioni e le politiche antimeridionaliste che sono emerse a questo scopo. Narrazione emersa anche qua e là sui social negli interrogativi posti  attorno al «che fare» adesso nei territori messi in ginocchio, suggerendo la possibilità di una non ricostruzione e la necessità di fare un passo indietro, di «lasciare spazio alla natura», di assumersi tale responsabilità. Se da una parte è chiaro che quello che il mare ci sta dicendo è di immaginare e costruire politiche alternative, di costruire territori che non siano parchi divertimento costieri di cemento armato e speculazione edilizia, dove a essere costruita deve invece essere la giustizia socio-ambientale multispecie, dall’altra parte anche questa narrazione puzza di antimeridionalismo. Puzza perché nessuno si è mai sognato di dire dopo le alluvioni al nord (che invece è un sito produttivo industriale), che forse la rovina era l’occasione per non ricostruire. In queste retoriche sulla (non) ricostruzione al sud, il punto sembra che si voglia costruire una cartolina: «la Sicilia ma non i siciliani» sentiamo dire spesso dai turisti indignati dalle strade sporche. Una cartolina vuota, dunque, con il mare a fare solo da sfondo per il turismo. Una visualità coloniale, costruita e sempre riprodotta infatti violentemente sugli Stati africani – il safari in territori privi di corpi, spazi vuoti dove vi è solo la natura da esplorare. 

E così, mentre la Sicilia finisce per apparire «natura esotica», senza alfabeto costruttivo che non sia l’abusivismo e la baracca, il mare si presenta quale «natura naturalmente buona» a cui ridare spazio spostandosi. O ancora, applicando al contrario il medesimo schema, si crede che l’impeto del mare andrebbe «tenuto lontano» come qualcosa da cui difendersi, magari con barriere utili solo a spostare il problema, mentre la vita sulla costa si esaurisce in un grande maxischermo a cielo aperto: spettacolo turistico di pozzanghera pulita. 

Due vuoti, due punte dialettiche della medesima ideologia che proietta sempre «la natura» come «l’altro astratto» – qui buono qui cattivo – sui contesti materiali, tanto contraddittori quanto creativi e produttivi di mondi. Senza alcuno o pochissimo conto dei metabolismi concreti che sono la sostanza costitutiva di quelle realtà materiali.

Ricostruire eccome, ma come?

In Emilia-Romagna nel 2023, dopo l’alluvione che costò 17 morti e miliardi di euro di danni, le manifestazioni organizzate dalla popolazione erano aperte da uno slogan: «Ricostruzione sociale». Qualcuno ha mai sentito dire «abbandoniamo l’Emilia Romagna»? Pare di no. Perché dunque adesso dovremmo andarcene da Catania e Messina? Piuttosto, di fronte alle macerie e senza indulgere in cattive ideologie, il punto ci sembra questo: discutere e organizzarci politicamente e tecnicamente per ricostruire socialmente. Qui dentro mille vie si aprono, evitando la falsa dicotomia tra fuga e speculazione edilizia (dove l’una è prodromica dell’altra). Stare con questo problema vuol dire abitarlo, e abitarlo vuol dire – senza alcuna metafora, con tutti i significati urbani e politici raccolti in uno – progettarci.  

Qui dentro impiantiamo – ormeggiamo – le nostre nuove città. Il contrario di abusivismo edilizio e produzione capitalistica dello spazio costiero a fini turistici non sarà solo «abbandonare le coste» – certo potrebbe includere questo in alcuni casi. Se l’esodo di miliardi di persone dovesse rendersi necessario, sarebbe fantasioso credere che non produrrebbe, inevitabilmente, mutazioni ambiental-climatiche sulla spanna del secolo. Si tratterà allora, eventualmente, di saperle e agire di conseguenza, di farne campo di battaglia, non di ignorarle, appunto, come i noti interessi di profitto fanno, e strumentalizzarle per estrarre dai «territori corpi», valore e risorse.

Su queste basi, crediamo che il «ri-costruire» non vada dunque preso unicamente in quanto verbo ideologico del potere, né come questione solo «locale». Piuttosto, pensandolo con il mare, il «costruire» si illumina in turbolento campo di battaglia dove possa spopolare l’agency di questo sud sempre narrato come incivile o come vittima.

Ri-costruire è cura concreta, àncora materialistica, è il verbo che permette e supporta il «dove», «come» e «perché» di progetti di nuova società, di nuovi mondi possibili, lontani dalla violenza del capitalismo estrattivo, razziale, coloniale.

Su ogni maceria si aggira rapace il «board» di turno, da Gaza a Damasco, da Kiev a Catania. Harry non è stata una metafora, ma forse un’occasione (di certo violenta) per iniziare a interrogarci su come ricomporre e immaginare la ricostruzione sociale e la cura dei territori. Il mare svela e scopre, mette a nudo, ci dà l’opportunità di finirla con le mistificazioni e pensare-con per discutere politiche ecologiche e di pianificazione alternative. Starci, oggi, vuol dire partire dalla – e non chiudere alla – domanda: chi deve immaginare questa ricostruzione alternativa? E come ricostruiamo? Dare insomma legno, cavi, aria, acqua, corpo, immaginazione e politica a questi progetti, inventarli, costruirli, organizzarli, difenderli e farli durare. Con chi? Senza chi? Contro chi? 

*Luca Bertocci è Assegnista di Ricerca in geografia presso il Memotef, Dipartimento di Metodi e modelli per l’economia, il territorio e la finanza – Sapienza Università di Roma. Geografo teorico e politico, i suoi campi di interesse e ricerca principali riguardano la teoria urbana, l’intreccio tra urbanistica e filosofia politica e le geografie critiche del mare. Gabriella Palermo è ricercatrice di geografia presso il Dipartimento Culture e Società dell’Università degli Studi di Palermo. Geografa sociale e culturale, i suoi campi principali di ricerca riguardano le geografie critiche del mare, le geografie di genere, le contro-narrazioni.

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