Trump torna alla deregulation bancaria 

Dal blog https://jacobinitalia.it

Luca Lombardi 12 Febbraio 2026

L’allentamento del controllo sul sistema creditizio alimenterà un circolo vizioso che farà dimenticare le norme più restrittive seguite alla crisi finanziaria del 2008

L’attività bancaria è per sua natura alquanto rischiosa e incerta. Ciò dipende anche dalla struttura dei bilanci delle banche, che è «innaturale», essendo composta, per buona parte dell’attivo, da attività a lungo termine (si pensi a un mutuo a 20 anni o a un Btp a 10 anni) e, per buona parte del passivo, da attività a vista (i depositi). Solo per citare due numeri, a marzo del 2025 le banche italiane avevano circa 1.650 miliardi di prestiti e 1.840 miliardi di depositi. Essendo le banche essenziali per finanziare l’economia, ed essendo il loro business intrinsecamente rischioso, il free banking, ossia l’idea di lasciarle libere di fare quello che vogliono, non ha mai attecchito nemmeno tra gli economisti liberisti. Anzi, paradossalmente alcune delle proposte di controllo più radicale del loro operato venivano da ambienti alquanto liberisti, come il famoso «piano di Chicago» proposto da economisti dell’omonima università, notoriamente centro del monetarismo più radicale.

La vigilanza moderna

Gli obiettivi della vigilanza bancaria non sono cambiati molto nel tempo, rimanendo soprattutto inalterata la finalità generale di garantire la stabilità finanziaria, impedire le corse agli sportelli e in generale evitare che le banche destabilizzino l’economia. Sono però cambiati nel tempo gli strumenti con cui la vigilanza viene applicata. Negli ultimi decenni ha acquisito preminenza la vigilanza prudenziale, che si basa sulla valutazione delle varie componenti dell’attivo della banca commisurandole al suo capitale, per impedire un’eccessiva leva finanziaria. 

Per fare un esempio semplificato, poniamo che la banca X abbia 100 milioni di attivo (prestiti, titoli, ecc.) e abbia 5 milioni di capitale, essendo il resto del passivo formato, poniamo, da depositi. La leva (il capitale come proporzione dell’attivo) sarà 5 a 100, ossia 20 volte. Confrontiamo adesso questi dati con quelli della banca Y, che ha le stesse dimensioni ma 10 di capitale. In questo caso, la leva è solo di 10 volte (10 a 100). Qual è la differenza tra la banca X e la banca Y che hanno le stesse dimensioni? La banca Y è più solida, avendo il doppio del capitale, tuttavia, per i suoi azionisti, è meno redditizia. Infatti, ipotizzando che le due banche abbiano gli stessi profitti e gli stessi costi (che non è tecnicamente del tutto preciso, avendo un passivo diverso ma non ci addentriamo in queste sottigliezze), la banca X avrà un maggior rendimento del capitale. Vediamolo rimanendo al nostro esempio semplificato. Poniamo che le banche X e Y facciano 1 di utile. Il rendimento del capitale della banca X sarà il 20% (il rapporto profitti-capitale è 1/5) mentre quello della banca Y sarà la metà, il 10% (dato che il rapporto profitti-capitale è 1/10). Quindi la banca Y è più solida ma il rendimento del suo capitale è inferiore.

Già da questo esempio minimale emerge che le banche mireranno sempre a minimizzare il capitale imposto dalle norme per aumentare la propria redditività. Nascerà quindi un tiro alla fune con la vigilanza bancaria su quanto capitale le banche devono detenere, e questo scontro sarà deciso dai rapporti di forza tra le banche stesse e le autorità pubbliche. Nella storia si registra una sorta di pendolo tra rigore e lassismo. Infatti, dopo l’esplosione di una bolla speculativa, le autorità danno un giro di vite per dimostrare di fare sul serio, anche perché, per salvare le banche bisogna ricorrere ai soldi dei contribuenti, l’opinione pubblica è molto irritata e chiede a gran voce regole più severe (si pensi ai primi anni dell’amministrazione Obama, con il movimento del «99%», «Occupy Wall Street» ecc.). Gradualmente, la memoria della crisi passa, tornano i profitti, le banche riacquistano maggiore forza e iniziano a fare pressione sul governo per allentare le norme e avere tutta la libertà di alimentare una nuova bolla finanziaria. La crisi del 2008 è stata talmente forte e profonda e ha costretto a un tale enorme esborso di fondi pubblici, che il giro di vite è stato significativo, con un forte intervento sul capitale e sull’organizzazione delle banche, sulla qualità e sulla composizione dei loro attivi. Nel caso americano lo vediamo nel seguente grafico della Federal Reserve: 

(capitale come proporzione dell’attivo ponderato per il rischio; i tre grafici si riferiscono alle banche grandi, medie e medio-piccole – fonte.)

Come si vede, dopo la crisi la crescita della capitalizzazione delle banche è stata importante ed è stata simile in altre zone del mondo, ad esempio in Europa. Sembrerebbe andare tutto bene, dunque: abbiamo capito la lezione e abbiamo rimediato. In realtà, il pendolo sta già tornando nella direzione della deregulation.

Uno degli assi strategici della politica di Trump per il sistema finanziario è lasciare le banche (e le imprese finanziarie in genere) libere da ogni controllo. Così, da quando è tornato alla Casa Bianca, le autorità di vigilanza bancaria statunitensi hanno adottato un approccio molto più favorevole alle banche, allentando gradualmente le regole. L’obiettivo è ovvio: aumentare i profitti. Secondo un articolo del Financial Times, questa politica si tradurrà in un aumento del 35% dei profitti mentre in Europa i requisiti patrimoniali delle banche continueranno a crescere rendendo ancora meno competitive le banche europee. 

Trump sta liquidando la vigilanza bancaria, permettendo alle banche di tornare a far decollare la leva finanziaria in modo da aumentare i volumi creditizi, necessari per sostenere le numerose bolle finanziarie in corso in America, a cominciare da quella dell’intelligenza artificiale. Maggiori volumi, meno regole, più profitti. I segnali che gli Stati uniti stanno entrando in una nuova fase di deregulation sono numerosi. Non solo questo vale per le regole della vigilanza prudenziale, che ruota, come visto, attorno al capitale minimo che le banche devono avere e che viene ridotto fortemente, ma anche per le risorse a disposizione per i controlli. Le autorità di vigilanza americane stanno riducendo il personale. Per esempio, la Federal Deposit Insurance Corporation, principale autorità di vigilanza bancaria del paese, taglierà del 30% circa il personale addetto alla vigilanza e ridurrà significativamente il suo raggio d’azione. I pochi rimasti dovranno, insomma, chiudere un occhio e possibilmente tutti e due. Una riduzione ancora più drastica la sta subendo il Consumer Financial Protection Bureau, creato dopo il 2008 per proteggere i consumatori americani dai comportamenti aggressivi delle banche e degli altri operatori finanziari. Lo stramiliardario Musk, allora consigliere di Trump, aveva detto apertamente che quest’autorità andava cancellata e il governo ha portato a termine la missione, riducendo lo staff a poche decine di funzionari che non possono più fare nulla. Così, le multe comminate alle banche per comportamenti scorretti si sono enormemente ridotte e spariranno del tutto. Queste misure sono accolte entusiasticamente dalle banche, che usano l’argomento che, grazie alle minori regole, abbasseranno gli interessi ai clienti. Nell’immediato, questo sconto non è escluso, ma come dice un proverbio turco, chi beve a credito si ubriaca due volte. Finanziare l’ulteriore esplosione del credito alimenterà una bolla finanziaria ancora più pericolosa di quella del 2008.

Con questa svolta l’amministrazione Trump fornisce alle banche americane un vantaggio competitivo innanzitutto su quelle europee che, a parità di condizioni, avranno costi maggiori e una minore profittabilità così che il sistema finanziario a stelle e strisce diventerà ancora più dominante nel panorama mondiale.

Il rifiuto delle norme internazionali è anche espressamente oggetto della nuova National Security Strategy del governo americano che afferma che l’America non ha intenzione di assoggettarsi a nessuna regola proveniente da istituzioni internazionali, incluse, inevitabilmente, quelle che fissano le regole della vigilanza bancaria e finanziaria, come il Comitato di Basilea. 

L’affermazione di un sistema finanziario al di fuori di ogni regola è confermato dal recente documento di Miran, il principale consigliere economico di Trump, che individua nelle stablecoin, ossia un’attività privata garantita da titoli di Stato americani, uno strumento strategico per mantenere il dollaro come valuta dominante a livello mondiale.

Nel documento si legge: «le stablecoin stanno […] contribuendo al predominio del dollaro consentendo a una quota sempre crescente di persone in tutto il mondo di detenere asset e condurre transazioni nella valuta più affidabile». Miran propone agli investitori stranieri di acquistare stablecoin anche aggirando la normativa finanziaria, fiscale o penale del proprio paese: «le stablecoin non elimineranno all’istante le barriere all’uso del dollaro, ma le perforeranno». Non solo l’America non vuole regole per le proprie banche in patria ma non ne vuole rispettare nessuna anche all’estero.

Una nuova crisi?

È interessante che l’industria bancaria abbia inventato nuovi modi per perdere soldi, quando i vecchi metodi sembravano funzionare benissimo – J. Stumpf, Ceo di Wells Fargo

L’amministrazione Trump dimentica coscientemente le crisi passate. Come ha detto Miran in un recente discorso: «Credo che le autorità di vigilanza abbiano esagerato dopo la crisi finanziaria del 2008».

Gettano con entusiasmo benzina sul fuoco della speculazione per schiacciare i propri concorrenti. Ora, il sistema finanziario europeo soffre già di problemi strutturali che lo rendono meno competitivo di quello americano. È più frammentato, meno profittevole, è lo specchio di un’economia che boccheggia da anni ed è indietro in numerose innovazioni finanziarie come le stablecoin.

A ciò si aggiunge che molte grandi banche europee vedono come importanti azionisti i grandi asset manager Usa, soprattutto BlackRock, che ne condizionano le strategie. Schiacciate dalla concorrenza statunitense, le banche europee faranno pressione sulla Bce e sui loro governi per riequilibrare la situazione, costringendo a un allentamento delle regole paragonabile a quello in corso negli Stati uniti.

Questa corsa al ribasso si allargherà ad altri paesi e determinerà una ulteriore risposta di allentamento da parte statunitense e così via, alimentando un circolo vizioso di deregulation. Rapidamente verranno liquidate le norme più restrittive seguite al 2008.

Tutto questo quando i segnali di bolle finanziarie si stanno decisamente moltiplicando. Per esempio, un recente articolo della Banca dei Regolamenti Internazionali osserva che i test statistici utilizzati per rilevare aumenti eccessivi dei prezzi «suggeriscono che sia l’indice l’S&P 500 che il prezzo dell’oro sono entrati in territorio esplosivo negli ultimi mesi». In modo simile, un articolo della Harvard Gazette, giornale online dell’omonima università, sottolinea la situazione di bolla del mercato dell’intelligenza artificiale. 

Rispetto al 2008 la situazione delle banche è forse meno estrema; tuttavia, vi sono fattori di debolezza più marcati su altri fronti.

Ne citiamo due. Innanzitutto, la situazione delle finanze pubbliche negli Usa è decisamente peggiore. Nel 2008 il debito pubblico era il 64% del Pil, oggi è il doppio. Non sarà facile trovare le risorse necessarie per tamponare le falle del settore finanziario che nel frattempo è diventato molto più grande nei confronti dell’economia reale. Ad esempio, poco prima del crollo del 2008, la capitalizzazione di borsa come percentuale del Pil era arrivata al 142%. Con la crisi crollò al 78%. Oggi sfiora il 200%. Quindi a fronte di un sistema finanziario molto più grande, lo Stato ha meno margini per intervenire. 

In secondo luogo, nel 2008 la crisi fu tamponata da una cooperazione mondiale tra i paesi. Non solo America ed Europa cooperarono strettamente per frenare il panico (ad esempio le autorità americane prestarono ingenti fondi anche alle banche europee fortemente presenti a Wall Street), ma la cooperazione fu significativa anche tra occidente e oriente.

La Cina non colse affatto la palla al balzo per mettere in difficoltà l’America, anzi si mise totalmente a disposizione.

Andrebbe così anche questa volta?

C’è da dubitarne. Cina e America si scontrano in continuazione su molti fronti, basta pensare ai dazi, a Taiwan, alle terre rare, ai microchip. Anche tra America ed Europa la situazione è molto meno coesa e un crollo di Wall Street farebbe contenti molti in giro per il mondo, a cominciare da Pechino e Bruxelles. America, Europa e Cina cercherebbero di scaricare la crisi sugli altri aumentando misure protezionistiche e blocchi commerciali. In una situazione di generale sfiducia reciproca, la crisi finanziaria aprirebbe la strada a crisi politiche e confronti anche militari.

*Luca Lombardi ha un dottorato di ricerca in economia. Lavora da oltre 25 anni nel settore bancario ed è un esperto di regolamentazione bancaria e stabilità finanziaria

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