Il monopolio spaziale di Elon Musk

Dal blog https://www.ilpost.it

Venerdì 13 febbraio 2026

Nel 1964 l’astrofisico sovietico Nikolai Kardashev ipotizzò che nell’Universo possano esserci tre tipi di civiltà, in base alla quantità di energia a loro disposizione: più è alta, più avanzato è il loro livello tecnologico. Secondo questa classificazione, una civiltà di tipo 2 è in grado di raccogliere tutta l’energia della stella intorno cui orbita il proprio pianeta. Elon Musk vuole che quella civiltà sia la nostra, e che quell’enorme quantità di energia venga usata per alimentare sistemi di intelligenza artificiale basati su oltre un milione di satelliti, circa quaranta volte quelli che l’umanità ha portato in orbita in quasi 70 anni di era spaziale.

Per molti è un’idea fantascientifica e irrealizzabile, per altri una pericolosa velleità della persona più ricca al mondo, eppure gli elementi di concretezza non mancano.

Musk ha da poco annunciato una fusione stimata intorno a 1.250 miliari di dollari di due sue società (SpaceX e xAI) per raggiungere questo scopo e ha presentato una prima richiesta al governo degli Stati Uniti, proprio per la costruzione di una nuova gigantesca costellazione di satelliti, facendo sollevare in entrambi i casi molti dubbi sulla creazione di una sorta di “monopolio spaziale”.

A fine gennaio SpaceX, l’azienda spaziale di Musk famosa per i suoi razzi riutilizzabili, ha fatto domanda alla Federal Communications Commission (FCC, l’agenzia che regolamenta i sistemi di telecomunicazioni) per costruire un data center orbitale formato da un milione di satelliti, a una distanza di 500-2000 chilometri dalla Terra. I satelliti sarebbero orientati in modo da massimizzare la ricezione di luce solare sui loro pannelli fotovoltaici: «Realizzando un primo passo per diventare una civiltà Kardashev di tipo 2, dando sostegno al contempo alle applicazioni basate sui sistemi di intelligenza artificiale per miliardi di persone oggi, e garantendo il futuro multiplanetario dell’umanità tra le stelle», dice la proposta alla FCC.

L’idea che la nostra specie possa vivere su più pianeti è un’altra delle fissazioni di Musk, e spiega perché sia ormai da decenni ossessionato dall’idea di raggiungere e colonizzare Marte. La grande capacità di calcolo offerta dai data center orbitali è essenziale per sviluppare i piani marziani, ma è una visione che deve fare i conti con la realtà e l’attuale stato delle tecnologie satellitari.

Il rapido sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale ha portato a un’enorme domanda di data center qui sulla Terra, con problemi legati al grande consumo di energia elettrica, di acqua per raffreddarne i sistemi e di consumo di suolo per realizzare impianti sempre più grandi. Alcune grandi aziende del settore, soprattutto negli Stati Uniti, hanno quindi rispolverato un’idea che sarebbe probabilmente piaciuta a Kardashev: sfruttare l’energia solare in orbita per alimentare computer (server) montati su satelliti, trasmettendo poi i dati che elaborano ai computer, agli smartphone e agli altri dispositivi sul pianeta.

– Ascolta anche: Intelligenze artificiali dallo Spazio

La collocazione in orbita consentirebbe di superare gli ostacoli terrestri e di sfruttare al meglio l’energia solare, ma trasportare così tanto materiale nello Spazio ha un costo alto (attualmente circa 2mila dollari per chilogrammo) e ci sarebbero comunque problemi fisici non indifferenti. Nello Spazio l’aria non c’è e sarebbe quindi difficile disperdere il calore generato dai server: sarebbero necessari dei sistemi di dispersione (radiatori) molto grandi, che aggiungerebbero ulteriore massa a ogni lancio dalla Terra.

Nonostante queste difficoltà, c’è chi ritiene di potercela fare ugualmente.

Diverse società hanno iniziato a esplorare la fattibilità dell’idea, sfruttando il grande interesse e l’enorme disponibilità di denaro degli ultimi tempi intorno a qualsiasi cosa sia legata alle intelligenze artificiali. Per l’anno prossimo Google ha in programma il lancio di due satelliti sperimentali nell’ambito della propria iniziativa Project Suncatcher, mentre Nvidia (il più famoso produttore di microchip per le AI) sta collaborando a un progetto simile che si chiama Starcloud. Nessuna di loro ha però ipotizzato di portare in orbita un milione di satelliti e non avrebbe nemmeno i mezzi per farlo.

SpaceX dispone dei razzi riutilizzabili più affidabili sul mercato, con i quali ha già costruito la costellazione di Starlink per portare Internet dallo Spazio ovunque sul pianeta con alcune migliaia di satelliti. La società sta inoltre costruendo Starship, l’enorme astronave che dovrebbe ridurre ancora di più il costo per portare materiale in orbita, ma il cui sviluppo è in forte ritardo e spesso con esiti a dir poco esplosivi.

L’evoluzione dei satelliti di Starlink (SpaceX)

A inizio febbraio Musk ha annunciato la fusione di SpaceX con xAI, la società che ha il controllo del social network X e che sviluppa sistemi di intelligenza artificiale. La fusione è stata vista come un’operazione per dare più solidità economica a xAI, ma anche come l’intento di sfruttare l’alta reputazione di SpaceX maturata in questi anni, soprattutto nei confronti del governo statunitense che le ha assegnato contratti miliardari tramite la NASA e la Difesa. Buona parte di quel denaro è stata reinvestita ed è servita per costruire Starlink, accrescendo enormemente la capacità da parte di Musk di controllare le telecomunicazioni satellitari.

Già oggi Musk può decidere se attivare o disattivare il proprio servizio in alcune aree del mondo, non necessariamente consultandosi con i governi dei paesi interessati (lo ha fatto per esempio in fasi diverse in Ucraina e in Russia). A differenza di quanto si fa di solito nelle telecomunicazioni mantenendo separata la gestione dell’infrastruttura da quella dei dati, SpaceX attualmente controlla entrambe e non ha concorrenti credibili. Vari osservatori intravedono l’inizio di un monopolio che potrebbe diventare difficile, se non impossibile, da smantellare con l’aggiunta di altri satelliti e dei sistemi di intelligenza artificiale.

Nel caso in cui gli ostacoli tecnici ed economici per la costruzione dei data center nello Spazio venissero davvero superati, si concentrerebbe in una sola azienda il controllo di buona parte della connettività globale, cui sarebbero collegate enormi capacità computazionali. Non solo sarebbe difficile per eventuali concorrenti emergenti competere alla pari, ma si porrebbero anche problemi legati all’equilibrio tra potere privato e pubblico.

Il settore delle costellazioni satellitari è in piena fase di sviluppo e al momento SpaceX non detiene un monopolio propriamente detto, ma sta maturando una posizione dominante con la proprietà di circa due terzi di tutti i satelliti attivi nello Spazio, che dovrebbe essere regolamentata per garantire la concorrenza. La richiesta presentata alla FCC è solo un primo passaggio e richiederà del tempo per la verifica delle tecnologie proposte, il fatto che non interferiscano con i satelliti già in orbita e che abbiano frequenze radio dedicate per poter funzionare. La FCC si deve inoltre coordinare con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU) non solo per l’assegnazione delle orbite, ma anche delle frequenze.

In generale, le regole prevedono comunque che gli spazi siano affidati a chi fa richiesta per primo, e questo spiega perché SpaceX abbia iniziato a presentare una proposta, anche se deve ancora chiarire molti dettagli tecnici. Se venisse approvata anche solo una parte della domanda, Musk potrebbe avere il controllo della prima rete sperimentale orbitale di satelliti nella storia per far funzionare sistemi di intelligenza artificiale.

Tag: data centerelon muskintelligenza artificialespazio

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