C’è qualcosa per cui vale rischiare la vita?

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

Enrico Semprini

Il mio maestro mi diceva che se non ci sono princìpi e valori per i quali si è disposti a sacrificare fin anche la propria vita, allora la vita non ha valore.

Concordo fino in fondo con questo assunto e mi chiedo: esiste una ipotesi rivoluzionaria sul tappeto per la quale valga la pena di rischiare la propria vita?

Al momento, in Europa, non me ne vengono in mente.

Eppure sono tante le barricate europee che hanno visto donne e uomini gettarsi nella mischia per costruire un mondo migliore: la Resistenza italiana, la rivoluzione spagnola, la rivoluzione russa, quella francese, la rivoluzione tedesca, la rivoluzione greca, la Primavera di Praga e la rivolta ungherese… c’erano ipotesi di società per le quali intere generazioni si sono giocate il futuro e anche nell’Italia degli anni 60 e 70 ci fu l’idea che si stesse andando in quella direzione.

Ovunque nel mondo se ci guardiamo intorno, le classi soggiogate si sono ribellate, con alterne fortune.

Anche oggi ci ribelliamo, prendiamo botte per le strade, ma la prospettiva…

Nell’articolo in “bottega” della scorsa settimana avevo usato questa definizione:

“STATO SOCIALE – è la forma evolutiva dello Stato liberale. Viene riconosciuto un pacchetto di diritti sociali nel caso il cittadino dovesse trovarsi in situazioni di bisogno (sanità, istruzione, occupazione, previdenza, etc…), al fine di rimuovere le disuguaglianze tra i consociati.”

La definizione non è mia, ma l’ho raccolta perché rappresenta una fotografia degli effetti della lotta di classe in Europa: lo Stato Sociale non è stato in grado di “rimuovere le diseguaglianze tra i consociati”, ma dobbiamo ammettere che le classi dominanti hanno dovuto redistribuire un poco più di ricchezza ai subalterni per rintuzzare le ipotesi di potere diretto che provenivano dal basso.

Quella che è stata considerata la “minaccia del comunismo”, con il suo sogno di un avvenire senza classi (purtroppo disatteso e per questo sconfitto) ha svolto il ruolo di costruire uno “spazio europeo” in cui il compromesso sociale si è retto grazie ad un tenore di vita medio non disprezzabile, specie se confrontato con il resto del mondo.

Questo non inficia il fatto che molti Paesi europei abbiano continuato a beneficiare dei vantaggi del loro status di potenze coloniali o ex-coloniali, status che hanno dovuto condividere con gli Stati Uniti.

Il motivo fondamentale per cui lo stato sociale non ha rimosso le disuguaglianze, è determinato dal fatto che in tutto l’occidente europeo, si è continuato a garantire lo sfruttamento da parte di una minoranza della popolazione a scapito della stragrande maggioranza: in tutta l’Europa occidentale i miti della proprietà privata e del mercato, della finanza e delle Borse valori, sono stati il fulcro di uno sfruttamento temporaneamente temperato dalle lotte sociali.

Questa transitorietà si è strutturata grazie alla possibilità di redistribuire briciole consistenti da una parte e dalla capacità di reagire con violenza contro chi si ribellava dall’altra. Tuttavia la capacità di relativa redistribuzione della ricchezza ha permesso anche la libertà di associazione, di critica e di parola, offrendo l’immagine di una società libera di parlare, pur mantenendo ingessata ogni possibilità di trasformazione delle fondamenta dello sfruttamento. Potremmo definirle “le società della libera lamentela”.

Eppure, In fondo, ogni persona aveva una sola opportunità: quella di vendere la propria forza lavoro o la propria capacità intellettuale a coloro che erano in grado di comprarle. L’abbondanza relativa di possibilità di vendersi a diversi sfruttatori, ha dato alle classi subalterne una perversa idea di libertà. Anche l’emancipazione che la classe operaia vedeva per le nuove generazioni, era quella di studiare per “non fare la vita che facciamo noi”, ma per poter vendersi come “merce intellettuale” ipotizzando che fosse un bene dal prezzo più elevato. Le generazioni attuali stanno sperimentando che era solamente un’illusione temporanea, ma è un’illusione che è durata.

All’inizio di questo secolo ci ribellavamo alla “Europa dei padroni” ed avevamo ragione, perchè le deboli istituzioni europee erano totalmente subalterne agli interessi del mondo del profitto. La loro unica missione sembrava essere quella di privatizzare tutto ciò che le lotte dei decenni precedenti avevano costretto a rendere “beni pubblici”, “beni statali”, come se volessero rifuggire dal fracasso dell’Unione Sovietica attraverso l’esaltazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, presentata come la realizzazione del paradiso in terra.

Tuttavia se avevamo ragione a contestare quella Europa, come parte di un mondo che necessitava di un’altro destino, dall’altra parte il movimento contro la globalizzazione, che si ribellava all’idea di farci diventare tutte merci vendibili al miglior offerente, era rimasto orfano di un modello alternativo.

Nei fatti le nostre contestazioni si limitavano e si limitano a criticare singole storture del sistema, ma da tempo non ci mettiamo in condizione di contestare le fondamenta che stanno alla base di un sistema che fallisce continuamente rispetto agli obiettivi dichiarati.

Se pur dichiara di voler rimuovere le disuguaglianze, nei fatti non riesce a farlo perché la sua struttura non è idonea a farlo.

Partiamo da una constatazione semplice: ormai è senso comune che i beni naturali sono limitati. Tuttavia noi viviamo in un sistema che funziona bene se il Prodotto Interno Lordo cresce, cioè se la quantità di beni prodotti cresce ogni anno, il che significa che una quantità crescente di beni naturali si deve trasformare in merce: se ci riflettiamo un momento, ci rendiamo conto che siamo dentro ad una contraddizione che non è sanabile.

E’ un sistema che ha bisogno di giustificare le diseguaglianze e, dunque, non può che essere razzista.

All’interno del sistema ci vendiamo tutti: però deve discriminare chi, per esempio, commercia la propria sessualità, come se esistesse una sessualità possibile all’esterno di un meccanismo fatto da questa economia. Quello stigma sociale è fondamentale per continuare a discriminare le donne, non perché facciano sesso per denaro, ma perché ogni comportamento si può leggere all’interno della lente del denaro e della merce e la discriminazione di genere è una necessità immanente a questo sistema economico. Non esiste morale possibile all’interno di un sistema immorale per fondazione: posto che vendere sè stessi sia qualcosa che consideriamo perverso, nessun di noi è fuori da tale perversione.

Oggi è il giorno della difesa del Rojava, in cui manifestiamo per metterci in sintonia con le Curde ed i Curdi in lotta per la loro dignità. Sembra, tuttavia, che del Rojava, come di tutte le lotte anticoloniali, ci induca a muoverci un senso di pietà, l’idea di difendere la parte più debole del conflitto.

Non ci misuriamo, invece, con la sfida intellettuale che viene posta ai nostri movimenti da parte di quelle comunità in lotta.

I curdi sono un popolo insediato in una realtà territoriale suddivisa in quattro parti per colpa dei colonialisti occidentali e certamente questo è motivo di sdegno. Tuttavia ci dobbiamo rendere conto che nella riflessione che ha fatto Ocalan, di cui oggi si chiede la liberazione, c’è un discorso rivolto a tutto il Medio Oriente (*) che travalica cioè le frontiere.

Prendiamo una frase dal suo secondo intervento sul confederalismo democratico:

E continua:

A questo punto voglio fare un esercizio, provando a riutilizzare un poco di concetti:

«C’è un fatto importante: che l’intera Europa soffre di un deficit democratico.

Grazie alla situazione geostrategica dell’area di insediamento europea, progetti democratici europei di successo promettono di far avanzare la democrazia in Europa in generale e probabilmente possono rappresentare una speranza nel mondo.

I processi decisionali democratici non vanno confusi con i processi noti della pubblica amministrazione. Gli Stati amministrano soltanto, mentre le democrazie governano. Gli Stati sono fondati sul potere; le democrazie sono fondate sul consenso collettivo.

Lo stato usa la coercizione come uno strumento legittimo; le democrazie si basano sulla partecipazione volontaria.

Le democrazie fondate sul consenso sono aperte ad altri gruppi e ad altre fazioni politiche. Sono flessibili, multi-culturali e anti-monopolistiche. L’ecologia, il femminismo e l’uso delle risorse come beni comuni sono suoi pilastri centrali. Nel quadro di questo tipo di autogoverno diventerà necessaria un’economia alternativa che aumenti le risorse della società invece di sfruttarle e che renda quindi giustizia alle molteplici esigenze della società».

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C’è qualcosa che ha un senso in questa reinterpretazione del testo di Ocalan?

Quello che voglio fare capire è che la sfida che pone il Rojava è di carattere teorico-politico: la popolazione si è mobilitata, ha deciso di giocarsi il futuro, anche con le armi, perché esisteva una progettualità, che ha poi prodotto sviluppi, sulla quale scommettere il presente in una lotta per un futuro possibile.

Allora la questione cambia di registro e la battaglia per noi europei anticolonialisti, diventa non solo e non tanto quella della solidarietà, ma quella di reinventare una prospettiva di futuro sulla quale costruire la battaglia del presente. Un compagno del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina mi insegnò che il vero internazionalismo si attua nella capacità di abbattere i regimi coloniali in Occidente, non tanto nel fare il tifo per chi si batte nei territori colonizzati.

E qui dovremmo andare ad analizzare le parabole dei nostri vicini, da Podemos in Spagna a Syriza in Grecia, da La France Insoumis in Francia alla BSW tedesca, per renderci conto che tutte queste formazioni, nel momento in cui si sono spese nell’agone parlamentare, sono ritornate alla gestione dell’esistente, perdendo il connotato di trasformazione che le aveva caratterizzate o in toto o in parte.

Con questo non si vogliono negare i disastri che si verificano quando le maggioranze diventano fasciste; tuttavia si sottolinea come anche le sinistre al governo nel quadro borghese, pur facendo politiche che si differenziano in modo talvolta apprezzabile, gestiscono lo stato di cose presente.

Il fatto che la lotta dell’attuale governo italiano sia contro le istanze che, come l’Askatasuna, costruiscono capacità di mettere insieme riflessione politica anticapitalista con la costruzione di pratiche di vita di quartiere basate sulla solidarietà di fatto, è il segnale di una volontà di delegittimare la popolazione dalla possibilità di essere protagonista della propria vita qui ed ora. E non è un caso che tale lotta al protagonismo sociale sia rivolta a coloro che partecipano alla lotta in Val di Susa costruendo pratiche decisionali democratiche che statuiscono forme di autogoverno popolare.

Parlo della lotta in Valle di Susa per uscire dalla astrazione e per dire che esistono forme di lotta popolare anche in occidente che si caratterizzano per quella volontà di dare vita ad una democrazia fondata sul consenso, aperte ad altri gruppi e ad altre fazioni politiche. Sono flessibili, multi-culturali e anti-monopolistiche. L’ecologia, il femminismo e l’uso delle risorse come beni comuni sono suoi pilastri centrali.

Al di là del caso che cito, ci sono esperienze importanti di cui non faccio elenchi; tuttavia i problemi che possiamo porci partendo dall’estratto di un discorso ben più articolato proposto da Ocalan, non ci possiamo più permettere di eluderli se vogliamo, nuovamente, avere un motivo per dare un valore alla nostra vita.

(*) Se ci pensiamo la stessa definizione di Medio Oriente è una definizione coloniale, perchè si è ad oriente di un determinato luogo ed il riferimento come “centro” di cui si è oriente è proprio l’Europa.

Enrico Semprini

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