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François Vadrot e Fausto Giudice 14 Febbraio 2026
Negli anni ‘90, il capitale finanziario ha cominciato a investire in modo massiccio nelle università: in molti paesi le entrate provenienti da donatori privati e fondazioni hanno superato i sussidi diretti dello Stato. È in questo scenario che trovano spazio figure come Epstein. Oggi non si tratta di annullare l’opera di Chomsky, ma di considerarla nel suo contesto, come una tappa di un processo che è proseguito oltre di essa. Dopo Propaganda di Edward L. Bernays nel 1928, La fabbrica del consenso di Chomsky nel 1988, gli Epstein Files si inscrivono come la terza tappa: dal manuale di persuasione passando per l’analisi dei filtri si arriva a un corpus grezzo esposto pubblicamente, consultabile riga per riga
“Il manuale onesto e pratico di Bernays fornisce molte informazioni su alcune delle istituzioni più potenti e influenti delle democrazie capitalistiche industriali contemporanee” (Noam Chomsky)
Per cercare di capire meglio il rapporto tra Chomsky ed Epstein, e come si inseriscano in esso i lavori di Chomsky, ci sembra utile fare un passo indietro.
All’inizio del XX secolo, ispirandosi ai lavori di suo zio Sigmund Freud, Edward L. Bernays mette in pratica nella pubblicità la persuasione moderna, di cui formalizza poi i meccanismi nel suo libro Propaganda1, pubblicato nel 1928, divenuto il riferimento in materia. Due delle sue operazioni pubblicitarie più celebri sono campagne per cambiare comportamenti sociali: normalizzare il fatto che le donne fumino in pubblico e l’idea che mangiare grasso di prosciutto a colazione faccia bene alla salute. Ma interverrà anche in politica al servizio della United Fruit, minacciata di esproprio dal governo Arbenz in Guatemala (che farà rovesciare nel 1954). Non si tratta più solo di informare, ma di organizzare l’opinione. La massa diventa un oggetto di gestione. Il potere impara a produrre consenso in modo tecnico e pianificato.
Sessant’anni dopo, nel 1988, Noam Chomsky ed Edward Herman in un certo senso aggiornano Propaganda con La fabbrica del consenso2. Mostrano che la persuasione non funziona solo tramite propaganda esplicita, ma si basa su filtri istituzionali: proprietà dei media, dipendenza dalla pubblicità, selezione delle fonti, pressione ideologica. Al tempo di Bernays, il consenso veniva iniettato direttamente, ora è strutturato. Chomsky e Herman analizzano in dettaglio, tra l’altro, il modo in cui i media statunitensi hanno fabbricato il consenso durante la guerra del Vietnam: i crimini diventavano “errori”, la strategia imperiale si dissolveva in una narrazione di incidenti e personalità.
A questo punto, il sistema rimane relativamente centralizzato. I media nazionali occupano una posizione dominante. I canali sono identificabili. La critica può posizionarsi di fronte a questi filtri.
Ma ogni messa a nudo dei meccanismi produce un effetto collaterale: rende questi meccanismi più consapevoli di sé stessi. Bernays professionalizza la persuasione. Chomsky ne rivela l’architettura. E questa rivelazione contribuisce indirettamente al suo perfezionamento rendendo visibili tecniche che possono essere aggiustate e adattate. Il sistema impara, si adatta, si complessifica.
Entriamo allora in una fase diversa. La narrazione non è più nazionale e unificata. È segmentata, calibrata, industrializzata su scala mondiale. I pubblici sono differenziati. Le versioni si moltiplicano. La produzione simbolica diventa una catena transnazionale. In questo nuovo regime di fabbrica del consenso della fine del XX secolo, la dissidenza stessa cambierà status.
Ogni forma di capitale circola e cerca di combinarsi con altre forme di capitale, per rafforzarsi. Negli anni ‘90, il capitale finanziario investe nelle università, nella ricerca, nei circoli intellettuali. Cerca figure capaci di stabilizzare simbolicamente il suo ambiente. Questo movimento si inserisce in una profonda trasformazione strutturale. Dall’inizio del decennio, le università si rivolgono massicciamente a quelle che i rapporti ufficiali chiamano “altre fonti” di finanziamento: le entrate provenienti da mecenati, fondazioni e donatori privati superano i sussidi diretti dello Stato. Questa “svolta” finanziaria si generalizza in tutti i paesi, creando un nuovo spazio d’intervento per figure come Epstein. Il finanziere investe in azioni e anche in istituzioni di produzione del sapere, cercando da esse una forma di legittimazione che il denaro da solo non conferisce.
Il caso del biologo matematico Martin Nowak, ad Harvard, è a questo riguardo paradigmatico. Grazie a 6,5 milioni di dollari di Epstein, Nowak ha fondato nel 2003 il Programma per le Dinamiche dell’Evoluzione. Il finanziere firmava assegni e disponeva di un proprio ufficio nei locali del programma, che visitava diverse volte all’anno. Ancora più significativo: nel 2010, quando Nowak e la sua dottoranda hanno avuto un articolo accettato sulla rivista Nature, hanno trasmesso i loro scritti a Epstein prima della pubblicazione. Secondo l’indagine della rivista scientifica, il finanziere avrebbe persino suggerito loro idee per rispondere alle critiche dei revisori. Questo grado di coinvolgimento di un donatore nella ricerca stessa è, secondo ricercatori estranei al caso, “mai visto prima”. Non si tratta più solo di finanziare per ottenere rispettabilità; si tratta di investire il campo della produzione simbolica, di parteciparvi, di orientarne le conclusioni. Il capitale finanziario non si accontenta più di frequentare il capitale critico: cerca di infonderlo, di modellarlo dall’interno.
Chomsky acquisisce progressivamente un valore simbolico eccezionale. Il suo nome rimanda a una coerenza intellettuale, a una critica sistemica del potere. Questa autorità circola. Attira pubblico, inviti, traduzioni, conferenze. Costituisce un capitale critico riconosciuto mondialmente. L’incontro tra un capitale critico starizzato, Chomsky, e un capitale finanziario in cerca di legittimazione, Epstein, rivela che la critica stessa è diventata una risorsa valorizzabile.
L’opera di Chomsky rimane pertinente per comprendere la strutturazione del consenso nell’era dei media centralizzati. Illumina la logica dei filtri istituzionali. Ma nel mondo attuale, la critica stessa circola come capitale in reti globalizzate. La dissidenza si inserisce nelle infrastrutture dominanti, producendo libri, conferenze, abbonamenti, entrate pubblicitarie tramite le piattaforme digitali. Genera un pubblico fedele e catturato come la televisione storica, così come flussi finanziari talvolta considerevoli3. Si inserisce in reti globali. La dissidenza non evolve più ai margini dei circuiti dominanti; circola all’interno delle stesse reti di prestigio e infrastruttura.
Nella sua postfazione del 2002 a La fabbrica del consenso, Chomsky afferma che il modello di propaganda rimane pertinente, e anzi è rafforzato dalla maggiore concentrazione dei media. Insiste sulla necessità di democratizzare le fonti di informazione, investire in media indipendenti e utilizzare Internet come strumento di emancipazione. Lo spazio digitale appare allora come una leva potenziale contro le strutture dominanti. Questa cornice presuppone ancora la possibilità di un esterno.
Il caso Epstein-Chomsky mette in evidenza come il capitale critico e il capitale finanziario si riconoscano reciprocamente in uno spazio condiviso, dove l’attenzione è piattaformizzata, il pubblico è finanziarizzato, i pubblici sono segmentati algoritmicamente. La dissidenza si è trasformata progressivamente in valore che circola all’interno delle stesse infrastrutture economiche che critica.
Ecco perché non si tratta di annullare l’opera di Chomsky, ma solo di considerarla nel suo contesto, come una tappa di un processo che è proseguito oltre di essa. Dopo Propaganda nel 1928, La fabbrica del consenso nel 1988, gli Epstein Files si inscrivono come la terza tappa: non più un manuale di persuasione, né un’analisi dei filtri, ma un corpus grezzo esposto pubblicamente, consultabile riga per riga. Un archivio digitale che permette di osservare direttamente la circolazione del capitale finanziario, simbolico e politico.
Siamo nell’era dei database aperti dove i meccanismi appaiono senza mediazione editoriale: la piattaforma Jmail.world4 ricrea l’esperienza immersiva della casella di posta di Epstein, con la sua interfaccia ispirata a Gmail, le sue cartelle, i suoi contatti, fino al “Ciao, Jeffrey!” che appare in alto a destra. Milioni di file, prima sparsi in PDF illeggibili, diventano così navigabili come se si frugasse nell’intimità digitale del finanziere.
Questa estetica dell’accesso totale trasforma il nostro rapporto con l’informazione. La fabbrica del consenso si percorre, riga per riga, nelle corrispondenze originali tra coloro che ne organizzano i circuiti. L’archivio diventa interfaccia. E questa interfaccia, ponendoci nella posizione del soggetto, produce un effetto di verità diverso da quello del libro: dalla dimostrazione lineare si passa all’immersione nel grezzo. Questa è forse la forma ultima della “fabbrica del consenso” nell’era digitale: non più produrre una narrazione, ma rendere visibile, senza commento, l’infrastruttura stessa del potere.
Questo articolo fa seguito a La fabrique du consentement, par Valeria Wasserman-Chomsky (La fabbrica del consenso, di Valeria Wasserman-Chomsky), 10 febbraio 2026.
Note
1 Edward Bernays, Propaganda [Versione completa in francese PDF] & A cura di Ilenia Colonna e Laura Ribezzo |PDF], 1928.
2 Noam Chomsky, Edward Herman, La fabbrica del consenso (ed. originale 1988, integrata nel 2002).
3 Vedi la nostra analisi Du récit dissident à la série hypnotique (Dal racconto dissidente alla serie ipnotica), pubblicata nel settembre 2025, dove esamino come un canale YouTube dissidente sulla guerra in Ucraina riproduca, nel suo formato e nel suo modello economico, le logiche dei media mainstream che critica: episodi giornalieri formattati, personaggi ricorrenti, dipendenza dalle piattaforme americane e trasformazione dell’informazione in una saga comunitaria redditizia.
4 Jmail.world è un database pubblico e consultabile che organizza i documenti relativi al caso Jeffrey Epstein provenienti dai file resi pubblici dal governo degli Stati Uniti. La piattaforma trasforma migliaia, se non milioni, di file sparsi (email, documenti giudiziari, immagini, registri di volo, ecc.) in uno spazio strutturato, navigabile e interrogabile per parola chiave, data o corrispondente. Il progetto ristruttura, indicizza e rende sfruttabile ciò che è già stato pubblicato da fonti ufficiali (Congresso, Dipartimento di Giustizia, tribunali). Il database funziona come un’interfaccia di posta ispirata a Gmail, in cui si possono esplorare le email come se fosse la casella di Epstein, cercare nomi o termini chiave, ordinare le conversazioni per data, individuare corrispondenti ricorrenti. Questa presentazione familiare mira a rendere leggibili documenti un tempo sparsi, difficili da analizzare e spesso chiusi in PDF non indicizzati. All’origine, questi materiali sono stati pubblicati in virtù dell’Epstein Files Transparency Act, una legge usamericana approvata nel 2025 per obbligare alla messa a disposizione pubblica di tutti i fascicoli non classificati relativi all’indagine su Epstein e le sue reti. Jmail.world fa parte di una suite di strumenti che mirano a facilitare l’accesso a questo corpus documentato: JDrive per i documenti (PDF, rapporti), JPhotos per le immagini, JFlights per i registri di volo, e talvolta altre estensioni tematiche.