Cisgiordania, l’arcipelago della segregazione

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15.02.26 – Alessandra Filippi

Israele avvia l’annessione della Cisgiordania. Fine della finzione dei “due popoli, due Stati”

Nel silenzio della stampa, domenica 15 febbraio il governo di Israele ha approvato la riattivazione della registrazione delle terre nella Cisgiordania occupata, per la prima volta dal 1967. Vaste porzioni dell’Area C, circa il 60% del territorio cisgiordano, verranno classificate come “proprietà dello Stato”.

Non è una legge votata dalla Knesset, bensì una decisione esecutiva presa direttamente dal Gabinetto di Netanyahu. Ma produce effetti permanenti. La registrazione catastale non è un atto tecnico neutro: stabilisce titolarità, consolida il controllo e integra nel sistema giuridico israeliano ciò che il diritto internazionale definisce territorio occupato.

Dio a parte, l’annessione non è un’ipotesi è un processo

Nel diritto umanitario l’occupazione è temporanea, non conferisce sovranità, non consente acquisizione permanente. Eppure, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo dice senza ambiguità: “Stiamo continuando la rivoluzione degli insediamenti per controllare tutte le nostre terre”. Ha detto proprio così. Gliele ha promesse Dio in persona. È scritto nell’Antico Testamento, nero su bianco. Si potrebbe dire: carta canta, se non fosse una tragedia.

Nel XXI secolo, quando un territorio occupato viene definito “nostro”, a maggior ragione se quel “nostro” è per diritto divino, la trasformazione è già compiuta nel linguaggio prima ancora che nei codici. Non è annessione dichiarata. È annessione incorporata nella burocrazia divina.

Le frasi di Bezalel Smotrich sono parole coerenti con una visione politica messianica strutturata: sovranità piena su tutta la “Terra d’Israele”, smantellamento definitivo dell’idea di Stato palestinese – ma questo chiunque fosse al corrente della storia lo sapeva già – gestione permanente della popolazione palestinese come problema amministrativo. Possibilmente da “risolvere” — secondo dichiarazioni ripetute di esponenti del governo israeliano, tra cui Netanyahu e Smotrich — attraverso quella che viene definita una “deportazione volontaria” della popolazione.

Oslo non è fallito. È stato svuotato.

Non è retorica marginale, è programma di governo, un processo iniziato nel secolo scorso. Perché mentre da questa parte del Mediterraneo si è discusso di “cessate il fuoco”, di “processi diplomatici”, di soluzioni a “due popoli, due Stati”, il fatto politico più rilevante è sempre stato sistematicamente rimosso, oggi come allora: negli Accordi di Oslo, l’Area C – circa il 60% della Cisgiordania – avrebbe dovuto essere trasferita progressivamente sotto controllo palestinese entro cinque anni.

Cinque anni.

Oslo II venne firmato nel 1995. Il trasferimento da allora non è mai avvenuto. L’Area C è sempre rimasta sotto pieno controllo israeliano: sicurezza, pianificazione, costruzioni, risorse, confini. È lì che si sono sempre allargati gli insediamenti ed è lì che si è consolidato il controllo territoriale, prendendo forma l’annessione di fatto alla quale stiamo assistendo oggi.

Questo dato non viene quasi mai ricordato. Si parla di “processo di pace fallito” come se fosse evaporato da solo, come una nebbia mattutina. In realtà, è stato svuotato dall’interno. Israele ha lavorato sistematicamente per neutralizzare Oslo, congelandone la parte sostanziale e sfruttandone le ambiguità racchiuse nella versione inglese del testo, che fu quella adottata, a discapito di quella in francese, molto più precisa.

Gli Stati Uniti hanno sempre garantito copertura politica, fin dal principio. Mentre l’Autorità Palestinese ha accettato una struttura di potere che la trasformava in amministrazione subalterna, dipendente economicamente e priva di reale sovranità. Praticamente dei ciambellani subordinati. Degli “yes men” senza spina dorsale. Questo va detto senza indulgenze.

Nel libro di Ziyad Clot, Non ci sarà mai uno Stato palestinese. Diario di un negoziatore in Palestina, è documentata dall’interno l’ambiguità, l’impreparazione e la corresponsabilità dell’élite palestinese, a partire da Abu Mazen. Clot non scrive da oppositore ideologico, ma da insider del team negoziale. Racconta concessioni, rinvii, mancanze di strategia, accettazione di parametri che svuotavano di sostanza la prospettiva statuale. Il fallimento non è stato un incidente. È stato un processo del quale l’ANP è corresponsabile.

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