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Simona Baldanzi 16 Febbraio 2026
Le Olimpiadi e il Modello Milano sono l’emblema della voracità dei profitti e del sistema escludente che generano. Per questo, sostiene la Cub, bisogna ripartire da diritti e democrazia
A un seminario svolto a Firenze lo scorso gennaio su «Rigenerare la democrazia» nelle organizzazioni sindacali ho incontrato Mattia Scolari della Cub di Milano. La Confederazione unitaria di base nasce a Milano nel 1992 dall’unificazione di varie esperienze sindacali critiche nei confronti dell’operato dei sindacati confederali.
Un ruolo di primo piano fu ricoperto dai metalmeccanici ex aderenti alla Fim-Cisl di Milano che si erano formati sotto l’influenza delle idee con cui Pierre Carniti, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, aveva guidato le lotte e il rinnovamento del sindacato milanese dei metalmeccanici. Tra i molti versanti in cui sono impegnati, nelle ultime settimane c’è quello delle proteste intorno alle Olimpiadi a Milano-Cortina, e ho approfittato per fargli qualche domanda.
Quali sono le ragioni delle proteste sulle Olimpiadi Milano-Cortina dal punto di vista di chi lavora?
Milano è una città che vive grandissime contraddizioni. Cancellato il tessuto industriale e persa la sua anima operaia, si sta trasformando sempre di più in una città turistificata, con i suoi hotel di lusso e i ristoranti stellati, capitale mondiale dei milionari, in cui si abbattono gli alloggi popolari per far spazio ai grattacieli delle banche e delle corporations. Dietro le vetrine e le insegne scintillanti operano però decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici costretti ai gironi infernali del precariato, degli appalti selvaggi e dei salari poveri.
Le Olimpiadi di questo inverno, seguendo il tracciato di Expo 2015, non hanno fatto altro che accelerare ulteriormente queste dinamiche, riproponendo massicce colate di cemento e speculazioni edilizie, massimizzazione dello sfruttamento sul lavoro tramite l’immensa torta degli appalti, l’accentuarsi della repressione con le zone rosse e le limitazioni al diritto di sciopero imposte per decreto o approvate con patti sindacali di «tregua sociale».
In questi giorni abbiamo organizzato – in concomitanza con l’avvio delle Olimpiadi – una protesta delle lavoratrici e dei lavoratori degli hotel (sono circa 30.000 nella provincia di Milano) davanti a Federalberghi, l’associazione datoriale. Il presidio è stato vietato dalla Questura e abbiamo dovuto riorganizzarlo in un altro punto, perché tutto il centro di Milano era considerato zona rossa: la città doveva apparire tirata a lucido per i potenti e i capi di governo e quindi la protesta dei lavoratori doveva essere nascosta.
È una città in cui il costo della vita è già insostenibile per le classi popolari e l’emergenza salariale è sempre più accentuata. Con le Olimpiadi i prezzi sono saliti ancora di più e così anche i carichi di lavoro, in una città in cui ormai ci si è abituati alle aperture 7 giorni su 7, mentre i lavoratori e le lavoratrici non vedranno nulla in termini di aumenti salariali.
Mi puoi dire meglio in cosa consiste la protesta delle lavoratrici e dei lavoratori degli alberghi e quali altre vertenze intorno alle Olimpiadi ci sono state?
Gli hotel sono la rappresentazione plastica del «modello Milano»: da una parte una proprietà sempre più in mano a gruppi multinazionali e fondi speculativi, che pretendono lo sfarzo e il lusso più sfrenato, con tariffe medie per una stanza doppia che durante le Olimpiadi stanno toccando i 400 euro a notte; dall’altra la maggioranza dei dipendenti è esternalizzata in cooperative o s.r.l. che subentrano a cambi d’appalto sempre più al ribasso, cercando di tagliare gli orari di lavoro che sono già in stragrande maggioranza part-time involontari, di introdurre Contratti nazionali di lavoro «pirata», a partire dal Multiservizi per abbassare gli stipendi, persino di non riassorbire parte del personale.
La situazione più grave è quella che vivono le cameriere che si occupano delle pulizie delle stanze. La loro busta paga viene costruita sulla tempistica stabilita a priori e al ribasso per la pulizia di ogni camera e non sulle ore effettivamente lavorate. Questo crea una situazione di cottimo integrale, il cosiddetto «pagamento a camere», in cui le retribuzioni sono sempre inferiori rispetto a quanto si è realmente lavorato, con lavoratrici che si sentono costrette anche a rimanere oltre l’orario di lavoro per finire le camere assegnate per non perdere parte dello stipendio.
I lavoratori e le lavoratrici degli hotel non vedranno neanche un euro in più in busta paga da queste Olimpiadi, al contrario stanno riscontrando una crescita esponenziale dei carichi di lavoro, nessun reale aumento degli organici e ulteriori tentativi di ridurre le tempistiche di pulizia.
Quello di cui avremmo voluto discutere con l’associazione datoriale sono gli aumenti salariali e la necessità che la malattia venga sempre retribuita al 100%; l’introduzione in tutti gli hotel di un sistema di misurazione dell’orario di lavoro giornaliero così da garantire buste paghe corrette, che oggi è assente; il diritto alla mensa; l’apertura di una discussione sulla reintroduzione del principio della parità di trattamento retributivo tra i lavoratori del committente e quelli degli appalti, come primo passo per una reinternalizzazione di tutte le esternalizzazioni.
Stiamo inoltre assistendo anche i medici specialisti che l’Ospedale Niguarda ha assunto per prestare servizio per alcuni periodi in trasferta presso altre strutture sanitarie della Valtellina, per potenziare il sistema sanitario in occasione delle Olimpiadi invernali 2026. Gli alloggi individuati sono inadeguati, con cucine attrezzate al minimo e acqua non potabile, né utilizzabile per poter fare una doccia; chi opera nelle strutture di montagna, copre, oltre ai turni, anche le reperibilità, con retribuzioni che non tengono conto delle distanze e senza percepire le indennità per le zone disagiate. Le condizioni in cui sono costretti a vivere aumentano il rischio stress e burn out, con possibili ripercussioni anche sui pazienti.
In più mi dicevi che il «Modello Milano» pesa sulle condizioni di vita e sui salari a partire dal problema casa…
Milano è una città in cui il costo della vita è insostenibile per le classi popolari e l’emergenza salariale è sempre più accentuata: i prezzi medi degli affitti sono alle stelle, con monolocali che possono facilmente arrivare anche a 1.000 euro e l’offerta pubblica è sempre più ridotta, mentre circa 15.000 alloggi popolari vengono tenuti volontariamente sfitti. Per questo, proprio in concomitanza della celebrazione di avvio delle Olimpiadi allo stadio San Siro, abbiamo organizzato insieme ai sindacati inquilini un corteo nella parte popolare dello stesso quartiere, che ha ottenuto un nutrito sostegno dagli abitanti che scendevano dagli appartamenti a marciare. L’obiettivo era quello di denunciare l’assenza di una reale politica di investimenti per il diritto alla casa, mentre le situazioni emergenziali vengono gestite sempre di più con sfratti coercitivi, anche notturni, per evitare l’arrivo di solidali. Le Olimpiadi faranno da volano per aumentare ancora di più i prezzi delle case e degli affitti. Dentro le mura dello stadio, ben protetti da un incredibile dispiegamento delle forze dell’ordine, c’era la cerimonia plastica tutta sfoggio di opulenza e superfluo per celebrare l’italianità, dall’altra parte un quartiere di case fatiscenti perché volutamente abbandonato dalla politica, che è sceso in strada per rivendicare la propria dignità.
Siamo stati tra i vari promotori del grande corteo che ha visto sfilare 10.000 persone il 7 febbraio racchiudendo i tanti fronti colpiti dal «Modello Milano», e dalle connesse Olimpiadi, insostenibili dal punto di vista ambientale e sociale: un movimento sempre più nutrito, fatto di lavoratrici e lavoratori, di sfrattati per morosità incolpevole, di pensionati, di studenti, di spazi sociali, tutti uniti per rivendicare salari e diritti dignitosi, il diritto all’abitare, l’autodeterminazione dei popoli oppressi, la difesa del clima, il diritto a una sanità pubblica e universale; contro ogni forma di razzismo, maschilismo e omofobia, la speculazione edilizia, l’economia di guerra a detrimento dello stato sociale.
Oltre a quelle legate alle Olimpiadi, quali altre vertenze avete state portando avanti e con quali risultati?
La vertenza più importante è sicuramente contro Ikea, con l’azienda che è stata condannata a trattare anche con il nostro sindacato essendo uno dei più diffusi a livello nazionale nei negozi. Abbiamo poi rappresentato la «maschera» licenziata dal Teatro Alla Scala per aver gridato «Palestina Libera» durante un atto alla presenza di Giorgia Meloni: il licenziamento è stato dichiarato illegittimo in quanto non possono essere sanzionate le opinioni politiche dei lavoratori. Abbiamo poi promosso i principali scioperi nei trasporti, con una particolare rilevanza negli aeroporti, contro i rinnovi contrattuali al ribasso in cui gli aumenti salariali non recuperano neanche minimamente l’inflazione. Abbiamo organizzato un intersindacale dei lavoratori degli hotel che da tempo porta avanti mobilitazioni contro gli appalti e l’organizzazione del lavoro a «cottimo integrale» per le cameriere ai piani. Siamo stati in prima linea nelle mobilitazioni che, a partire dall’appello dei ricercatori precari, hanno costruito il primo sciopero nazionale di tutti i lavoratori e lavoratrici della filiera delle università contro la riforma Bernini.
Insieme a tutto questo non si contano le vertenze e la costruzione delle casse di resistenza contro i licenziamenti politici (Carrefour, Stellantis, ecc.) oltre che la partecipazione e la promozione di scioperi e mobilitazioni generali contro la guerra, per la Palestina libera, per la giustizia climatica, in occasione dell’8 Marzo ecc.
In cosa si differenziano, secondo voi, i sindacati di base dai confederali? E quali pregiudizi vi colpiscono?
Come Cub sosteniamo che il sistema della contrattazione costituito con la «concertazione sociale» ha fallito ed è stata la principale causa della costante e strutturale perdita di potere d’acquisto dei salari.
La contrattazione collettiva fino alla fine degli anni Settanta era stata sinonimo di acquisizione di diritti economici e normativi. Soprattutto a seguito dell’Accordo Interconfederale del 1992 che ha cancellato definitivamente la Scala mobile (il meccanismo automatico che adeguava i salari all’inflazione), e la legge «antisciopero» 146/90 tradotta in accordi settoriali da Cgil-Cisl-Uil, abbiamo assistito invece a una pesante erosione degli stipendi, mentre i lavoratori venivano progressivamente smobilitati. Da una parte i Governi diventavano così liberi di approvare quante più contro-riforme per ampliare la precarietà (Pacchetto Treu, Legge Biagi, Riforma Fornero, Jobs Act, Decreto Lavoro), mentre i sindacati confederali firmavano Contratti nazionali (Ccnl) che acquisivano al loro interno le nuove misure di flessibilità. Mentre i sindacati confederali si ingrassavano con le concessioni economiche dello Stato in termini di assistenza fiscale e previdenziale, a ogni rinnovo di Ccnl spostavano sempre più risorse economiche in favore di Enti bilaterali, Fondi speculativi sanitari e complementari (nei cui consigli di amministrazione siedono assieme sindacalisti e imprenditori), togliendole dagli aumenti salariali che non recuperavano mai l’inflazione reale.
I sindacati di base si sono opposti alla concertazione di queste misure neoliberiste. Come Cub, per esempio, promuoviamo da anni la «MayDay», la manifestazione contro il precariato che ogni primo maggio fa sfilare decine di migliaia di giovani a Milano.
Che strategia sindacale fra le varie sigle auspicate?
Se vogliamo provare a invertire la tendenza neoliberista che da oltre quarant’anni sta producendo impoverimento dei salari, privatizzazione del welfare state e precarizzazione dei diritti vitali, dobbiamo provare a riaprire una vera dinamica conflittuale di classe nel nostro paese rilanciando la contrattazione collettiva intesa come strumento per acquisire diritti economici e normativi sempre più avanzati da parte dei lavoratori e delle lavoratrici.
È innanzitutto necessario promuovere la costruzione e lo sviluppo di coordinamenti dei lavoratori della stessa azienda/filiera o settore e articolare proposte rivendicative avanzate, portando avanti lotte unitarie ricomponendo così ciò che i padroni hanno scomposto, superando i tentennamenti delle strutture sindacali.
Diventa soprattutto urgente però rivendicare la ricostruzione di un sistema di rappresentanza reale nei luoghi di lavoro, consentendo ai lavoratori di eleggere quali rappresentanti sindacali e quali sindacati possono accedere alla contrattazione con le aziende, eliminando l’attuale monopolio garantito a Cgil- Cisl-Uil con i suoi vincoli determinati dai protocolli della «Concertazione sociale». Bisogna avere come orizzonte di medio periodo il dare reale attuazione all’articolo 36 della Costituzione, con l’introduzione del salario minimo e il ripristino della Scala mobile, e all’articolo 39, con una legge democratica sulla Rappresentanza sindacale per riportare la democrazia nei luoghi di lavoro, ridando di conseguenza efficacia anche alla contrattazione collettiva.
*Simona Baldanzi ha lavorato per la Cgil di Prato e ora lavora in biblioteca. Il suo ultimo libro è Se tornano le rane (Alegre, 2022).