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Massimo De Angelis 16 Febbraio 2026
Di fronte alla risposta autoritaria e centralizzata del governo federale, a Minneapolis decine di migliaia di persone sono scese in piazza, organizzando inaspettate forme diffuse di autodifesa collettiva. Dopo il passaggio del ciclone Harry, come già accaduto in altre emergenze, reti di solidarietà locali si sono attivate lontano dai riflettori dei grandi media per sostenere le persone isolate. Pochi mesi fa la Global Sumud Flotilla in poco tempo ha coinvolto centinaia di imbarcazioni e decine di migliaia di partecipanti da diversi Paesi, trasformando una protesta simbolica in un’azione transnazionale di solidarietà concreta. Secondo Massimo De Angelis, queste esperienze mostrano come, di fronte a crisi che le istituzioni tradizionali non riescono o non vogliono governare, emergano dal basso reti di decisione collettiva: i commons. Non un “terzo settore” accanto a Stato e mercato, ma un’altra forma di cooperazione sociale che nasce nei punti di frattura, ne rivela i limiti e apre spazi di partecipazione. Anche la cosiddetta amministrazione condivisa, più che una tecnica giuridica, diventa così un processo politico. Non è certo un caso, osserva De Angelis, se le istituzioni rispondono sempre più spesso con sgomberi e richiami alla “legalità” contro chi prova ad aprire nuovi spazi di partecipazione
Nella Riserva di Monte Bonifato di Alcamo (Trapani) è nato da un servizio autogestito di guardiania antincendio che ha contribuito a far sì che, dopo molti anni, nessun incendio abbia devastato quell’angolo della Sicilia. Nella foto un cerchio maieutico del gruppo Muschio Ribelle di Alcamo: si tratta di uno strumento di indagine popolare, ispirato alle esperienze promosse da Danilo Dolci, che utilizza il confronto e l’ascolto per far emergere l’intelligenza collettiva e sviluppare consapevolezza, saperi e organizzazione dal basso
Policrisi e danza macabra dei contrari
Prendiamo il grandangolo per mappare la nostra situazione nel mondo. Viviamo in tempi di policrisi croniche: crisi ecologica, guerre, instabilità geopolitica ed energetica, crisi della riproduzione sociale. Croniche non perché immobili, ma perché auto-riprodotte. I grandi apparati, le istituzioni e i sistemi che regolano la vita collettiva e le forme della cooperazione sociale – in particolare quelli che strutturano l’azione dello Stato e del mercato – non solo non sembrano equipaggiati per affrontare queste crisi, ma sono parte integrante del vortice, della danza macabra dei contrari che le produce e le intensifica.
Uragani, alluvioni e incendi si susseguono con crescente intensità, mentre le emissioni globali continuano ad aumentare e, nello stesso tempo, si moltiplicano le dichiarazioni di emergenza climatica. Si parla di transizione ecologica mentre si espandono le trivellazioni, si cercano nuovi giacimenti di gas e petrolio, e si riaprono centrali a carbone in nome della sicurezza energetica. Si moltiplicano i conflitti armati e le spese militari crescono a ritmi record, mentre si invocano la pace e la stabilità come obiettivi astratti; si rafforzano confini, muri e dispositivi di respingimento, mentre le migrazioni forzate aumentano proprio a causa delle guerre, delle crisi climatiche e della devastazione economica. Si proclama la centralità della cura, del welfare e della coesione sociale, mentre si precarizzano il lavoro, la sanità e l’istruzione, e si scaricano i costi della riproduzione sociale su famiglie, comunità e territori già sotto pressione.
Si invoca la sicurezza, mentre si restringono gli spazi democratici, si criminalizza il dissenso e gli Stati assumono tratti sempre più autoritari, spesso proprio in nome della gestione dell’emergenza. In questo scenario, ogni risposta sembra produrre il suo contrario: più crisi genera più controllo; più instabilità legittima più concentrazione di potere; più disordine giustifica più comando. È questa la danza macabra dei contrari in cui siamo immersi: un movimento incessante che non risolve le crisi, ma le usa come carburante per la loro stessa riproduzione.
In questo vortice noi, soggetti singoli o collettivi, sperimentiamo un senso diffuso di impotenza. La scala dei problemi sembra eccedere continuamente la direzione e il senso della nostra prassi di intervento. Siamo come ipnotizzati dal vortice, dalla danza macabra di contrari.
Tra questi contrari, ce n’è uno particolarmente pervasivo e ingannevole: Stato e mercato, e nelle sue altre declinazioni, diritto ed economia, pubblico e privato, sovranità e proprietà.
Questa dicotomia viene presentata come naturale e inevitabile, come se l’alternativa fosse sempre e solo scegliere da che parte stare dei due poli.
Ricchezza, oligopoli, sovranità
Nel lungo ciclo neoliberale, Stato e mercato sono stati narrati come opposti a somma zero: più mercato significava meno Stato; più proprietà privata significava meno sovranità pubblica. Ma questa narrazione non ha mai corrisposto alla realtà. Al contrario, l’intervento dello Stato è stato essenziale all’espansione del mercato: privatizzazioni, deregolamentazione, sostegno finanziario, gestione autoritaria delle crisi, repressione dei conflitti sociali.
Lo Stato non è arretrato: si è sempre più riconfigurato come dispositivo funzionale alla concentrazione della proprietà.
Oggi il risultato di questo processo è reso evidente da alcune statistiche ormai note (si veda l’ultimo rapporto di Oxfam), ma che vale la pena ricordare perché dicono molto più di quanto sembri.
Circa 3.000 miliardari detengono oggi una ricchezza equivalente a quella di metà della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone.
Solo nel 2025 la loro ricchezza è aumentata del 16%, di circa 2.500 miliardi di dollari, una cifra che sarebbe sufficiente a eradicare la povertà estrema globale per decine di volte (Oxfam, 2025). E non si tratta solo di ricchezza: lo 0,1% più ricco del pianeta ha emissioni pro capite così elevate che in un solo giorno produce più CO₂ di quanta ne emetta in un anno una persona appartenente al 50% più povero della popolazione mondiale.
L’1% più ricco, in diversi studi, produce una quota complessiva di emissioni paragonabile o superiore a quella di metà – o più – dell’umanità.
Ma questa divaricazione di ricchezza è solo la punta dell’iceberg.
Essa riflette un dominio strutturale di pochi grandi oligopoli sulla cooperazione sociale, cioè sulla capacità collettiva di produrre, riprodurre e organizzare la vita.
Piattaforme digitali che controllano infrastrutture comunicative e dati; multinazionali dell’energia e dell’agroindustria che decidono cosa estrarre, coltivare e distruggere; complessi militari-industriali che orientano spesa pubblica e priorità politiche; grandi gruppi finanziari che disciplinano Stati e territori attraverso debito, rating e flussi di capitale. In tutti questi casi, la concentrazione della ricchezza è l’effetto visibile di una concentrazione molto più profonda del potere di decisione.
Questi dati, dunque, non descrivono solo una disuguaglianza economica o un’ingiustizia ambientale. Descrivono una concentrazione estrema di potere decisionale sul presente e sul futuro. Concentrazione di ricchezza, dominio oligopolistico e concentrazione delle emissioni corrispondono a regimi di proprietà che consentono a pochissimi di decidere come produrre, cosa estrarre, quanto inquinare e quali costi scaricare su altri. Ma questa concentrazione non sarebbe possibile senza una parallela concentrazione di sovranità, cioè della capacità di definire le regole, sospenderle in nome dell’emergenza, proteggere alcuni interessi e sacrificarne altri.
Governare il futuro forzando il presente
Oggi, con l’accelerazione delle policrisi, questa dinamica ci porta a un’impasse ulteriore.
Le grandi crisi della riproduzione sociale – ecologica, della cura, delle migrazioni, delle guerre – non vengono più riconosciute come problemi da risolvere, ma come condizioni da governare in modo emergenziale e sempre più autoritario. Dal punto di vista funzionale al governo del capitalismo contemporaneo nelle crescenti policrisi, proprietà e sovranità non appaiono più come opposti, ma marciano all’unisono. Si presentano nel loro carattere nudo come due declinazioni di una stessa funzione fondamentale: ciò che possiamo chiamare la presa.
La presa è il tentativo di governare il futuro orientando forzatamente il presente.
In quale direzione? Nella direzione di preservare – e se possibile rafforzare – l’egemonia del capitalismo sulla cooperazione sociale a fronte delle policrisi create dal capitalismo stesso nel suo complesso. In questo senso, la presa non mira a risolvere le contraddizioni che attraversano le policrisi della riproduzione sociale, ma al contrario tende a mantenerle, ricomporle e ridistribuirle, e accentuarle, rendendole funzionali alla continuità dei rapporti di proprietà, alle gerarchie di comando e ai processi di accumulazione. Le crisi non vengono superate, ma amministrate, trasformate in dispositivi di selezione, esclusione e disciplinamento. Il futuro non è aperto come spazio di possibilità collettive, ma interiorizzato come riserva di decisione strategica per pochi.
La lezione della Groenlandia
Per capire immediatamente cosa significhi questa idea di presa, prendiamo un esempio concreto: il caso della Groenlandia.
In un intervista al New York Times del 10 gennaio, Donald Trump dice che la sovranità statunitense sulla Groenlandia – quella che lui identifica con la proprietà, ownership – sarebbe “psicologicamente necessaria”, perché darebbe cose che un trattato non può dare. Eppure gli Stati Uniti dispongono già di basi militari, accordi e accesso strategico.
Perché allora voler “possedere” la Groenlandia?
Perché, nella logica della proprietà intesa come bundle of rights, la proprietà non assegna solo diritti specifici di uso o di accesso, ma concentra il diritto residuo, cioè il potere di decidere su ciò che non è ancora stato previsto o regolato. È questo residuo – usi futuri, soglie, eccezioni – che un trattato non può garantire.
In un mondo attraversato da crisi croniche della riproduzione sociale che si intensificano, poter determinare gli usi futuri diventa decisivo. Trump non è un’anomalia, ma un sintomo della fase: nella policrisi, il comando non si accontenta più di accordi e mediazioni, ma cerca una presa diretta sul futuro, a fronte delle turbolenze sociali che le grandi crisi possono innescare (e che stanno già provocando in maniera crescente a livello mondiale).
A questo punto possiamo tornare alla definizione più precisa di presa. La presa non è semplicemente il controllo funzionale di qualcosa, né un atto puntuale di appropriazione. È la capacità o volontà di stabilizzare un rapporto asimmetrico di disponibilità ed esclusione su un dominio di realtà e di cooperazione sociale: trattenerlo, renderlo disponibile a decisione propria, sottrarlo alla contingenza delle relazioni negoziali. La presa è ciò che permette a un soggetto o a un dispositivo di potere di “tenere” un campo, di farlo valere come proprio spazio operativo e costituente.
Ma soprattutto, la presa non riguarda solo ciò che è già dato. Essa consiste nella capacità di catturare il residuo, cioè di trasformare l’indeterminazione futura in uno spazio interno di decisione. Per residuo non si intende semplicemente ciò che resta non assegnato dopo una distribuzione di diritti, ma il campo strutturale dell’indeterminazione: l’insieme delle possibilità future, degli usi non previsti, delle crisi, delle trasformazioni e delle soglie non ancora formalizzate. Controllare il residuo equivale a controllare la capacità di decidere su ciò che non è ancora definito.
Riletto in questa chiave, l’enunciato di Trump perde parte della sua eccentricità e acquista una coerenza più profonda. Ciò che è in gioco non è semplicemente l’efficienza militare o l’accesso a risorse, ma il passaggio da una presa mediata, relazionale e negoziata – quella dei trattati – a una presa diretta, residuale e costituente – quella dell’ownership. In una fase di crisi egemonica e di instabilità dell’ordine internazionale, la tentazione non è tanto di aumentare le capacità operative, quanto di rafforzare la presa sulle condizioni stesse della possibilità di comando.
In questo senso, proprietà sempre più accentrata e sovranità sempre più autoritaria condividono una stessa funzione di fondo. La proprietà è una forma di presa sugli oggetti e sugli usi: decide non solo chi può usare una risorsa oggi, ma chi potrà trasformarla, estrarla o riconvertirla domani. La sovranità è una forma di presa sull’ordine normativo e territoriale: decide quando le regole valgono, quando possono essere sospese, ricalibrate o ridefinite. Entrambe sono modalità storiche e istituzionali di una stessa funzione: la costruzione di un dominio relativamente chiuso di decisione, capace di ridurre la dipendenza dall’esterno e di incorporare il futuro come risorsa interna.
Commons: oltre pubblico/privato, contro la presa sul residuo
Ė da queste considerazioni sulla presa nel contesto delle policrisi che dobbiamo partire per ripensare la questione dei beni comuni: non come una tecnica di gestione, ma come un’alternativa politica alla presa della proprietà centralizzata e della sovranità di tipo autoritario sulle sorti presenti e future della cooperazione sociale, della vita collettiva. È per questo che la questione dei beni comuni acquista oggi una centralità politica nuova.
Quando parliamo di beni comuni, il primo equivoco da sciogliere è pensare che si tratti semplicemente di “beni” particolari, da affiancare a quelli pubblici e privati. Nel mio libro Omnia Sunt Communia (recensito in questo articolo di Peter Linebaugh) il punto di partenza è diverso e più radicale: un bene comune non è una cosa, ma un elemento di un commons; e il commons non è un oggetto, bensì un sistema sociale.
Un commons esiste solo quando tre elementi sono tenuti insieme: una risorsa, una comunità che dipende da quella risorsa, e un insieme di pratiche, regole e relazioni – ciò che chiamiamo commoning – che ne rendono possibile l’uso e la riproduzione nel tempo. Senza queste pratiche, una risorsa non è un bene comune: è semplicemente una risorsa disponibile alla privatizzazione, alla mercificazione o alla gestione statale. In questo senso, il bene comune non preesiste alle relazioni sociali, ma emerge da esse, come esito di un processo storico e politico. Altrimenti una risorsa è bene comune solo nelle aspirazioni di chi la rivendica come tale. L’acqua, ad esempio, è un bene comune solo se esistono forme di gestione dell’acqua aperte alla partecipazione e alla negoziazione della comunità di utenti.
Questo modo di intendere i beni comuni è profondamente diverso da quello dell’economia neoclassica. Nell’economia standard, i beni vengono classificati in base a caratteristiche considerate “oggettive”: rivalità, escludibilità, scarsità. Da qui derivano le note categorie di beni privati, pubblici o common-pool resources. Ma questa tassonomia presuppone che i beni abbiano proprietà intrinseche, quasi naturali. L’approccio dei commons come sistema sociale ribalta questa prospettiva: un bene non è definito da ciò che è, ma da come è socialmente organizzato. Rivalità ed escludibilità non sono dati naturali, ma il risultato di decisioni politiche, giuridiche e istituzionali. La domanda centrale non è quindi “che tipo di bene è questo?”, ma quali rapporti sociali lo producono, lo governano e ne decidono il futuro.
Questa impostazione ci porta a riconsiderare in modo critico la distinzione tra privato, pubblico e commons. Nel regime privato, il bene è separato dalla comunità che ne dipende: è controllato tramite diritti esclusivi ed è orientato alla valorizzazione e allo scambio. Nel regime pubblico, il bene è formalmente sottratto al mercato, ma viene gestito in modo verticale, attraverso apparati amministrativi che spesso mantengono una distanza strutturale tra decisori e comunità. In entrambi i casi, il potere decisionale tende a concentrarsi, sia pure in forme diverse.
Il commons introduce una logica differente. Qui il bene non è né semplicemente posseduto né soltanto amministrato: è governato attraverso pratiche collettive e situate, che distribuiscono la capacità di decidere sugli usi, sulle regole e sulle trasformazioni future. Il commons non elimina le regole; al contrario, le produce come parte integrante della riproduzione sociale, dei bisogni dei co-partecipanti e delle loro soggettività. E soprattutto, se il commons si vuole fare strumento di cambiamento sociale, non concentra la presa sul residuo, ma tende a mantenerlo aperto, condiviso e negoziabile, entro i limiti posti dal mantenimento delle condizioni per la vita. Per questo il commons non è un “terzo settore” accanto a Stato e mercato, ma un’altra forma di organizzazione della cooperazione sociale, orientata a mettere la risoluzione delle policrisi della riproduzione sociale al centro, anche quando ciò entra in tensione con la preservazione dell’egemonia capitalistica.
L’impasse di diritto ed economia e la nuova centralità dei commons
È qui che emerge con chiarezza l’impasse del diritto e dell’economia. Il diritto moderno, costruito attorno alla dicotomia pubblico/privato, fatica a riconoscere forme di governo che non rientrino stabilmente in uno di questi poli. L’economia dominante, a sua volta, fatica a pensare sistemi cooperativi orientati alla riproduzione della vita, perché riduce l’azione sociale a individui isolati, incentivi, competizione e allocazione. I commons appaiono così come eccezioni da regolare o tollerare, non come forme sociali a pieno titolo, dotate di una propria razionalità.
Nella policrisi, questo limite diventa evidente. Le crisi producono incertezza, mettono sotto stress le regole esistenti e aprono spazi di decisione che non possono essere gestiti né dal mercato né dallo Stato in modo verticale e centralizzato. È qui che i commons riacquistano una centralità politica decisiva: non perché siano semplicemente più efficienti, ma perché mettono in questione chi decide sul futuro e come, cioè chi esercita la presa sul residuo.
Questa centralità politica dei commons non va però fraintesa. Non si tratta di idealizzare singole esperienze, né di presentare i commons come soluzioni locali autosufficienti a problemi globali. Al contrario, i commons emergono precisamente nei punti di frattura, là dove Stato e mercato falliscono in modo strutturale nel garantire la riproduzione sociale: sicurezza materiale, cura, accesso alle risorse, protezione della vita. Dal punto di vista macro, questi fallimenti sono enormi, sistemici, planetari; ed è proprio per questo che anche le potenzialità politiche dei commons sono oggi di scala molto più ampia di quanto suggerisca la loro apparente località.
Le pratiche di commoning che osserviamo non nascono in un vuoto istituzionale, ma dentro e contro l’impasse delle forme dominanti di governo. Esse non sostituiscono automaticamente Stato e mercato, ma ne rivelano i limiti, aprendo spazi di decisione collettiva là dove le risposte verticali si mostrano incapaci di governare l’incertezza, la complessità e l’urgenza delle crisi della riproduzione sociale. Le illustrazioni che seguono vanno lette esattamente in questo senso: non come modelli da replicare, ma come segnali concreti di come, nelle policrisi, i commons tendano a emergere come risposta politica ai fallimenti sistemici del comando.
Quando il commoning si accende
Per capire cosa significa tutto questo nella pratica, basta spostare lo sguardo su alcune situazioni recenti, in cui la policrisi costringe le persone a organizzarsi direttamente, fuori dai canali ordinari di Stato e mercato.
A Minneapolis e nel resto del Minnesota, l’intensificazione delle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha scatenato una mobilitazione sociale massiccia contro retate, arresti e violenze, inclusi casi di due persone uccise da agenti federali. Davanti alla risposta autoritaria e centralizzata del governo federale, decine di migliaia di persone hanno occupato le strade, hanno promosso forme estese di autodifesa collettiva, stanno indicendo uno sciopero generale statale a livello nazionale. In questo quadro, la risposta collettiva non è stata solo opposizione alla repressione, ma ha costituito forme di organizzazione distribuita e coordinata che vanno oltre la logica Stato/mercato, evidenziando spazi di decisione e sovranità sociale non controllati verticalmente dalle istituzioni federali.
Il ciclone “Harry” ha colpito duramente il Sud Italia, devastando ampie zone di Sicilia, Calabria e Sardegna con onde alte, precipitazioni eccezionali e danni stimati in miliardi di euro, rompendo infrastrutture, abitazioni e territori che convivono già con vulnerabilità climatiche crescenti. In una situazione in cui la gestione dell’evento tende a essere condotta come emergenza da tamponare, si attivano spesso risposte della società civile – reti di solidarietà locali, gruppi di volontari, associazioni territoriali, cooperative – che supportano persone isolate, alluvionate o impossibilitate ad accedere a servizi pubblici.
Queste reti si configurano come commons praticati in tempo reale: cooperazione diretta per la sopravvivenza e la ricostruzione, capacità di decidere insieme sui bisogni immediati, di redistribuire risorse e di sostenere la riproduzione sociale in un contesto in cui le istituzioni centralizzate faticano a governare la complessità e l’incertezza di un evento climatico estremo.
In un altro contesto di crisi internazionale, la Global Sumud Flotilla ha visto la mobilitazione di centinaia di imbarcazioni e decine di migliaia di persone da decine di Paesi con l’obiettivo di rompere il blocco navale e portare aiuti umanitari a Gaza, opponendosi a una lunga condizione di violenza e inerzia politica. Questa iniziativa non è stata semplicemente una protesta simbolica: ha rappresentato uno sforzo collettivo transnazionale di solidarietà che si è organizzato al di fuori delle logiche istituzionali standard, coinvolgendo persone, associazioni civili, comunità locali e reti internazionali. In un contesto in cui le istituzioni nazionali e internazionali spesso tardano o falliscono nel fornire risposte adeguate, la flotilla ha articolato pratiche di cooperazione e azione diretta, mostrando che reti di senso e di decisione collettiva possono emergere come risposta alle crisi sistemiche stesse che le istituzioni tradizionali non sanno governare.
Amministrazione condivisa
Queste tre esemplificazioni mostrano come, nelle policrisi, i limiti delle risposte verticali di Stato e mercato si trasformino in spazi di iniziativa collettiva, in cui emergono pratiche e forme di decisione che ricordano ciò che intendiamo per commons: non semplici meccanismi di efficienza o supplenza emergenziale, ma risposte politiche e sociali che rimettono al centro la capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita e di futuro. In questo senso, il bene comune non è una risorsa da “proteggere”, ma una relazione da coltivare; non un oggetto giuridico residuale, ma un principio di organizzazione sociale. Parlare oggi di beni comuni significa interrogare radicalmente proprietà e sovranità, e chiedersi se, in un mondo instabile, il futuro debba essere catturato da pochi o governato collettivamente, attraverso forme di cooperazione che tengano insieme responsabilità pubblica e autorganizzazione sociale. Questo passaggio è cruciale perché consente di aprire una distinzione interna allo Stato stesso. Non si tratta di essere contro lo Stato in quanto tale, ma contro uno Stato ridotto a dispositivo di presa, che governa la crisi dall’alto e scarica i costi della riproduzione sociale verso il basso. La sfida, piuttosto, è ricostruire un pubblico – spesso a partire dai territori – capace di prendersi cura, insieme ai commons, dei problemi concreti della riproduzione sociale.
È dentro questo quadro che va collocata la questione dell’amministrazione condivisa. Non come semplice tecnica giuridica o procedurale, ma come campo di tensione politica, in cui si giocano alleanze, conflitti e trasformazioni all’interno del pubblico stesso. L’amministrazione condivisa può limitarsi a includere pratiche sociali in un quadro decisionale che resta centralizzato, lasciando intatta la logica della presa; oppure può diventare uno strumento di apertura, capace di trasformare il pubblico dall’interno, rafforzandone la capacità di prendersi cura dei problemi della riproduzione sociale insieme alle comunità coinvolte. In questo secondo caso, il pubblico non è un apparato che delega o scarica costi, ma un soggetto istituzionale in trasformazione, che riconosce i commons come parte costitutiva dell’interesse generale. L’amministrazione condivisa può allora diventare uno spazio in cui lo Stato – o meglio, il pubblico territoriale – non si ritrae, ma cambia forma, mettendo in comune capacità, risorse e poteri decisionali, e redistribuendo la capacità di decidere sul residuo. Al contrario, può anche essere utilizzata in modo opportunistico, come strumento attraverso cui un potere centrale continua a governare dall’alto, trasferendo sulle comunità “autogestite” i costi materiali, sociali ed ecologici della crisi.
Un dettaglio recente, tutto italiano, illumina bene questa posta in gioco. Negli ultimi mesi, mentre alcuni spazi sociali storici — come il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino — stavano attraversando percorsi di interlocuzione e negoziazione con le autorità locali in vista di forme di riconoscimento, è arrivato l’intervento dall’alto: sgomberi e chiusure decisi e rivendicati come “ripristino della legalità”. Non è solo la repressione di un luogo: è un gesto di ri-centralizzazione della decisione, un modo di interrompere sul nascere un possibile cambio di forma del pubblico nei territori. Letto attraverso la lente della presa, il punto diventa ancora più netto: ciò che appare intollerabile, per una destra di governo orientata alla presa, non è semplicemente l’esistenza di spazi autogestiti, ma la possibilità che questi diventino snodi legittimati di cooperazione sociale dentro un rapporto trasformativo con il pubblico locale — cioè che si istituzionalizzi (senza normalizzare) una pratica di amministrazione condivisa capace di spostare poteri, risorse e “residuo” decisionale. In altre parole: il pericolo, per la presa, non è lo “spazio” in sé; è l’alleanza che rende quello spazio un precedente politico-amministrativo, un modello di riconoscimento del commoning come parte dell’interesse generale.
La domanda decisiva, quindi, non è se l’amministrazione condivisa funzioni meglio o peggio, se sia più o meno efficiente, ma che tipo di presa rafforza o disinnesca, e quale idea di pubblico contribuisce a costruire: un pubblico ridotto a dispositivo di comando o un pubblico alleato dei commons nella riproduzione della vita. Ed è qui che diritto e politica dei beni comuni si incontrano davvero: nella possibilità di trasformare la policrisi non in un’occasione per rafforzare il comando, ma in uno spazio di decisione collettiva sul futuro, in cui istituzioni pubbliche territoriali e pratiche di commoning possano convergere nella cura e nella trasformazione della cooperazione sociale.