Venti di guerra dalla Conferenza di Monaco. Le solite chiacchiere o qualcosa di più?

Dal blog https://www.lafionda.org/

17 Feb , 2026|Giovanni Tonlorenzi

L’edizione 2026 della Conferenza di Monaco per la Sicurezza si è chiusa in un clima fortemente deteriorato sotto molti aspetti, segnato da un lato dalle reiterate minacce statunitensi nei confronti della Repubblica iraniana e, dall’altro, dal peso mediatico e politico degli Epstein files, con il loro carico di implicazioni orride e inquietanti.

Risulta complesso individuare un esito coerente della conferenza in un contesto dominato da dichiarazioni approssimative, da un sistematico rovesciamento dei dati di realtà e, soprattutto, da molteplici manifestazioni sempre meno dissimulate di volontà di guerra, tanto sul piano convenzionale quanto su quello non convenzionale.

Per rendersi conto che il tema del riarmo europeo stia prendendo una declinazione in senso di riarmo non convenzionale è sufficiente dare un’occhiata al quotidiano on line che insiste più volte su come vari paesi europei stiano appoggiando pubblicamente le conversazioni per procedere verso una deterrenza nucleare europea come complemento alle armi atomiche statunitensi[1].

Nel discorso di apertura, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, politicamente e culturalmente vicino all’universo BlackRock, ha posto un punto chiaro: il vecchio ordine internazionale non esiste più. Rivolgendosi alle delegazioni presenti, ha invitato a prendere atto di questa discontinuità, riconoscendo al tempo stesso una diffusa nostalgia per le precedenti amministrazioni statunitensi. Da qui, la necessità, secondo il cancelliere, di adottare nuovi approcci. «Non siamo alla mercé di questo mondo», ha affermato. «Possiamo plasmarlo»[2].

È sufficiente passare in rassegna i discorsi dell’establishment euro-unitario per cogliere la povertà concettuale e l’automatismo ideologico che li attraversa: dato per acquisito, e mai realmente dimostrato, il presunto declino irreversibile della cosiddetta “civiltà occidentale”, la risposta che viene proposta non è una riflessione sulle cause interne di tale crisi, né tantomeno una revisione dei modelli politici, economici o sociali che l’hanno prodotta, bensì un ricorso quasi meccanico alla guerra. Una guerra che non si presenta più nemmeno come strumento di deterrenza, bensì come opzione proattiva e necessaria, funzionale a una pretesa espansione europea. Da qui la conseguente esigenza di predisporre l’intero sistema: riconversione economica, mobilitazione delle risorse e progressiva preparazione delle opinioni pubbliche all’accettazione del conflitto come orizzonte inevitabile.

A Monaco, è stato affidato all’acume politico e diplomatico di Kaja Kallas il compito di enunciare una serie di presunti assiomi strategici: la Russia non sarebbe una superpotenza; dopo dieci anni di conflitto (sic) avrebbe conquistato solo porzioni limitate del Donbass; la sua economia sarebbe al collasso, così come i mercati energetici ed inoltre i suoi cittadini fuggirebbero in massa. La conclusione è che Mosca trarrebbe maggior vantaggio più dai negoziati che dalle operazioni militari e, proprio per questo, non le si dovrebbe concedere nulla al tavolo diplomatico. L’antidoto all’imperialismo russo la Kallas lo individua nell’allargamento dell’Unione europea, presentato, citando lo storico Timothy Snyder quasi a dimostrare una sua improbabile erudizione, come condizione vitale per garantire la democrazia e per “superare” la storia imperialistica dell’Europa stessa.

Le parole pronunciate da Kallas alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco rivelano tuttavia una concezione profondamente problematica della storia e della politica europea. Presentare l’allargamento dell’Unione non come una scelta politica contingente, ma come una necessità morale indispensabile alla democrazia e alla redenzione del passato imperiale europeo, significa operare una torsione concettuale rilevante: ciò che dovrebbe essere oggetto di valutazione critica e di deliberazione politica viene trasformato in imperativo etico. In questa cornice, l’UE assume il ruolo di soggetto chiamato a “redimere” la storia del continente, mentre l’allargamento smette di essere uno strumento e diventa un criterio di legittimazione politica. Chiunque ne metta in discussione tempi, modalità o opportunità viene così implicitamente collocato fuori dal campo del progresso e della democrazia.

Non c’è dubbio che la visione proposta è fortemente ideologizzata, in cui la geopolitica viene moralizzata e il pluralismo europeo ridotto a una traiettoria obbligata, utilizzando quel mostro che diventato l’UE come dispositivo di legittimazione politica più che come spazio di mediazione tra interessi divergenti.

In questo quadro, l’Alta rappresentante esplicita senza ambiguità i propri riferimenti filosofici e simbolici, delineando un percorso che pretende di “difendere l’Europa”, “garantire la sicurezza dei nostri vicini” e “costruire alleanze globali”, affidandosi ad un contesto ideale che lei esplicitamente richiama, e cioè l’estetica salvifica dell’universo Marvel[3].

Nel clima apertamente bellicista e di accelerato riarmo, elemento per nulla nuovo e riconfermato come cifra della Conferenza, il primo ministro britannico Keir Starmer ha messo in guardia gli alleati, in sintonia con la NATO, sostenendo che la Russia potrebbe essere pronta a ricorrere alla forza militare contro l’Alleanza entro la fine di questo decennio. Da questa premessa discende una conclusione che nel discorso di Starmer è solo apparentemente implicita: favorire ora un accordo di pace ora non sarebbe auspicabile, perché consentirebbe a Mosca di riarmarsi più rapidamente, aumentando il livello di minaccia per l’Europa. La pace, nella sua lettura, non riduce il rischio, ma lo amplifica.

Il discorso di Starmer, è stato interamente costruito attorno a missili a lungo raggio da sviluppare congiuntamente ai partner europei, carri armati, “coalizioni dei volenterosi” ed eserciti da impiegare sul campo, è conteneva un singolare richiamo gli anni Trenta, quando i leader europei dell’epoca, a suo dire, non seppero preparare l’opinione pubblica al necessario cambiamento di mentalità. Oggi, ha detto il premier britannico, sarebbe invece il momento di “cambiare marcia”, rendendo più efficiente la costruzione del consenso sulle decisioni da assumere per garantire la sicurezza collettiva.

Il passaggio è tutt’altro che neutro: la sicurezza viene presentata come un obiettivo indiscutibile, mentre il consenso non è il risultato di un dibattito democratico, bensì qualcosa da “creare” con maggiore efficacia comunicativa. In questo schema, ogni esitazione viene delegittimata preventivamente: gli oppositori vengono ridotti alla caricatura degli “estremisti di destra e di sinistra”, descritti come indulgenti verso la Russia e ostili alla NATO, portatori di soluzioni semplici e irresponsabili. Se queste voci dovessero prevalere, ha ammonito Starmer, “le luci si spegnerebbero di nuovo in tutta Europa”, evocando uno scenario apocalittico dove il dissenso politico sarebbe una minaccia esistenziale, quindi si rafforza ulteriormente la narrazione emergenziale che giustifica il riarmo come unica via razionale possibile[4].

La retorica di Zelensky, questa volta si è ulteriormente appesantita da toni scomposti, cafoni e apertamente insultanti, oltrepassando anche i limiti consueti dei consessi internazionali.

Il primo ministro ungherese è stato accusato di “pensare solo a ingrassare”, mentre Vladimir Putin è stato descritto come uno che pensa di essere uno zar ma in realtà “schiavo di guerra”. Il presidente ucraino ha confermato ancora una volta predisposizione a sostituire l’argomentazione politica con una sterile invettiva personale fuori luogo. Il messaggio di fondo, tuttavia, resta invariato ovvero il solito incessante appello all’Occidente affinché acceleri la fornitura di sistemi di difesa aerea all’Ucraina, presentata come esigenza non negoziabile.

A questo si è aggiunta la consueta litania sulle “garanzie di sicurezza” per Kiev, un’espressione ormai svuotata di contenuto concreto e strumento retorico utile a sabotare ogni tentativo di negoziazione di pace.

Anche Zelensky ha poi sfoderato il solito parallelismo con la Conferenza di Monaco del 1938, secondo lui le potenze europee avrebbero permesso al “Putin dell’epoca” di smembrare la Cecoslovacchia, senza evitare lo scoppio della Seconda guerra mondiale l’anno successivo. Il riferimento al “Putin dell’epoca” è un chiaro tentativo di stabilire una reductio ad hitlerum, e quindi l’esortazione a “fare diversamente” nel 2026 e a non cedere alle “illusioni russe”. Un uso della storia ridotto a schema morale, più funzionale alla mobilitazione emotiva che a una reale comprensione dei contesti.

Il passaggio più rivelatore, tuttavia, è arrivato quando Zelensky ha esteso improvvisamente il discorso all’Iran. Nonostante l’assenza di confini comuni, di conflitti diretti nel passato e di interessi strategici immediati condivisi, il presidente ucraino ha dichiarato che “il popolo iraniano chiede appoggio per la propria libertà” e che il regime di Teheran deve essere fermato con rapidità, determinazione e unità. Il riferimento alla fornitura dei droni Shahed alla Russia diventa così il grimaldello per inserire l’Iran nella narrazione di una lotta globale tra regimi e democrazie. Colpisce, non senza ironia, sentire Zelensky parlare di “regimi” capaci di causare più danni di altri “in un secolo”, e da neutralizzare preventivamente prima che “uccidano in misura maggiore”, stante anche la condizione politica e democratica ucraina e la sua qualità di presidente decaduto da tempo che nega qualsiasi tipo di verifica elettorale[5].

Letto isolatamente, il passaggio appare poco coerente con gli interessi immediati dell’Ucraina, ma inserito nel contesto della Conferenza di Monaco, alla quale partecipava anche il figlio dello shah deposto, Reza Pahlavi – assume invece il significato di un tassello di una più ampia operazione simbolica e psicologica atta ad allargare le possibilità di conflitti a più ampia scala.

Gli interventi dei leader occidentali hanno mostrato una notevole uniformità di fondo. Tutti hanno rivendicato la correttezza delle politiche finora adottate e la necessità di prepararsi a uno scontro di lungo periodo con la Russia, e, in modo meno esplicito, anche con la Cina, tema sul quale permane ancora un residuo di prudenza retorica ed ovviamente di timore.

Al di sotto della postura assertiva, è però emersa una richiesta chiara rivolta agli Stati Uniti ovvero a non abbandonare questa volenterosa brigata europea, che per sopravvivere ai suoi disastri politici ha assoluto bisogno del potente alleato americano.

In questo contesto si colloca l’intervento di Emmanuel Macron, che ha invitato l’Europa a una riflessione strategica di lungo periodo, imperniata sulla costruzione di capacità di attacco in profondità e sulla possibile integrazione del deterrente nucleare francese nella futura architettura di sicurezza del continente. “È il momento dell’audacia”, ha affermato il presidente francese, presentando come inevitabile un salto qualitativo nella postura militare europea.

Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Macron ha inoltre respinto l’idea di un’Europa in declino, attribuendo le difficoltà delle democrazie occidentali soprattutto, ancora una volta, alla disinformazione che proviene dall’esterno. E dato che ogni capacità di incidere politicamente nelle vicende internazionali è scomparsa dagli strumenti a disposizione dell’Europa, appare sempre più insistente del riarmo nucleare, palese oggetto di consultazione fra i leader europei e in particolare con la Germania di Merz[6].

E’ stata poi la volta di Marco Rubio, Segretario di Stato USA che, tanto invocato dagli europei, ha chiarito quale ruolo Washington immagina per l’Europa.

Anche secondo Rubio il declino dell’Occidente è un fatto, ed è stato provocato dal globalismo e dalle migrazioni di massa – e gli USA ne sanno qualcosa avendo provocato nel primo quarto del Ventunesimo secolo disastri in Libia, in Siria, in Iraq, e in tutto il Medio Oriente. Ma proprio a partire da questa diagnosi del declino, Rubio ha costruito un discorso motivazionale che, sotto la patina del realismo, rivela una visione profondamente colonialista dei rapporti internazionali.

Secondo Rubio, le istituzioni multilaterali si sarebbero dimostrate sostanzialmente inutili: l’ONU, di fronte alle questioni più urgenti, non avrebbe risposte né capacità d’azione. La guerra a Gaza, ha sostenuto, non è stata risolta dalla comunità internazionale, bensì dall’intervento diretto degli Stati Uniti, che avrebbero liberato prigionieri “dalle mani dei barbari” e imposto una tregua fragile ma necessaria. Allo stesso modo, l’inerzia onusiana sul dossier nucleare iraniano sarebbe stata superata non dal diritto o dalla diplomazia, ma da quattordici bombe sganciate da bombardieri B-2. E nell’altro emisfero, le forze speciali americane avrebbero assicurato alla giustizia il latitante narcoterrorista Maduro, completando il quadro di una potenza che agisce laddove il diritto internazionale resterebbe paralizzato.

La foga oratoria con cui Rubio si è rivolto ai famigli europei ha evocato con chiarezza questo scenario: in un mondo ideale, ha detto, i problemi si risolverebbero con la diplomazia, ma non viviamo in un mondo ideale. Non possiamo permettere, ha insistito, che coloro che minacciano apertamente i nostri cittadini e la stabilità globale si nascondano dietro le astrazioni del diritto internazionale. Il messaggio, poi è stato anche più esplicito, ed ha richiamato il cammino che i padroni d’oltreoceano hanno percorso in passato insieme agli europei.

Per cinque secoli, ha detto l’esule cubano, la genealogia storica dell’Occidente ha visto una espansione senza esitazioni, con missionari, con soldati, con pellegrini, con gli esploratori, attraversando oceani, colonizzando continenti e costruendo imperi vasti e duraturi. Poi, nel 1945, dopo la Seconda guerra mondiale per la prima volta dall’epoca di Colombo, l’Europa sarebbe apparsa in rovina. I vecchi e gloriosi imperi, ormai esausti, si sarebbero trovati esposti a una duplice minaccia: da un lato l’orda russa, atea e comunista; dall’altro le rivolte anticoloniali animate da popoli barbari e rozzi, pronti a ridisegnare il mondo e a drappeggiarlo di bandiere rosse con falce e martello per decenni a venire. Pensi che roba, contessa.

“Noi americani vogliamo alleati che sappiano difendersi”, ha dichiarato Rubio, affinché nessun avversario sia mai tentato di mettere alla prova la forza collettiva dell’Occidente. Da qui la richiesta, formulata senza ambiguità, che gli alleati europei si liberino da ciò che viene definito come un peso paralizzante, quel maledetto senso di colpa e la vergogna, e qui Rubio è stato un po’ illuso.

Washington, in questa visione, non vuole partner esitanti, ma alleati orgogliosi della propria cultura e del proprio retaggio, consapevoli di essere eredi di una stessa “grande e nobile civiltà” e disposti, insieme agli Stati Uniti, a difenderla attivamente.

Poi, il passaggio rivelatore è stato quello di una alleanza non concepita come uno spazio di pluralismo politico o di cooperazione tra soggetti autonomi, ma come una comunità identitaria chiamata a riconoscersi in una genealogia comune e in un destino manifesto potremmo dire. Non a caso Rubio ha precisato che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a farsi “custodi educati e ordinati del declino controllato dell’Occidente”[7].

Chiudiamo questa inquietante carrellata con un altro esplicito messaggio di Ursula von der Leyen.

Secondo Ursula von der Leyen, ogni politica dell’Unione europea deve ormai essere orientata a un fine superiore e non negoziabile, quello di garantire sicurezza al nuovo ordine mondiale che si sta affermando. In questa visione, l’Europa non è chiamata semplicemente a difendersi, ma a prepararsi a usare la forza in modo assertivo e proattivo per tutelare il proprio territorio, la propria economia, la democrazia e il cosiddetto “stile di vita europeo”. Una nozione volutamente elastica, che consente di ricondurre sotto la categoria della sicurezza qualunque ambito dell’azione pubblica, neutralizzando ogni distinzione tra politica estera, politica industriale e organizzazione sociale.

La svolta è dichiarata senza ambiguità, quindi occorre abbattere la barriera che separa la produzione civile da quella militare e farne un principio strutturale. La riconversione all’economia di guerra non viene presentata come misura eccezionale o temporanea, ma come orizzonte permanente, da interiorizzare e ripetere come un mantra. Le risorse devono essere destinate alle capacità di difesa “reali” senza interrogarsi sulla loro sostenibilità o sulla loro compatibilità con altri bisogni collettivi; anzi, è proprio l’abbandono di ogni prudenza di bilancio a essere celebrato come scelta razionale e lungimirante.

Il capovolgimento argomentativo è netto: non è più la stabilità sociale a fondare la sicurezza, ma la militarizzazione dell’economia a promettere crescita, il benessere e la prosperità per i decenni a venire.

La guerra, o meglio la sua preparazione sistemica, viene così trasformata da costo a investimento, da rischio a motore di sviluppo. In questo quadro, il limite economico, politico, democratico – non sono un vincolo da rispettare, ma un ostacolo da rimuovere. Non si tratta più solo di una retorica securitaria, ma di un palesarsi del cosiddetto progetto europeo, che spinge l’Unione oltre l’immaginazione di Orwell.

Ma non è tutto. Quando si è consapevoli di una sostanziale immunità politica e forti di un impianto ideologico saldo, pervasivo e perfettamente operativo, anche il pudore di evitare gaffes – se sono gaffes – diventa superfluo. Nelle conclusioni del suo intervento alla Conferenza di Monaco, Ursula von der Leyen ha scelto di evocare una figura, Ewald von Kleist, aristocratico tedesco e membro del gruppo di ufficiali coinvolti nel tentativo di attentato a Hitler del 20 luglio 1944, poi fondatore della Conferenza per la Sicurezza.

Lo ha fatto ricordando un suo discorso ispiratore rivolto alle nuove reclute nel 2010, pronunciato, ha detto testualmente la presidente della Commissione – di fronte al Reichstag.

Un uomo che, a suo dire, “meglio di molti altri sapeva che la pace non può mai essere data per scontata” e che “investire nella sicurezza non riguarda soltanto l’hardware, ma va ben oltre”. Il tutto suggellato dalla formula solenne: «Pace e libertà sono interconnesse. Ed è compito della politica di sicurezza proteggerle»[8].

Il dettaglio, tuttavia, merita attenzione. Reichstag, 2010, Ewald von Kleist.

Un accostamento che suona quanto meno curioso. Volendo essere indulgenti, per Reichstag si potrebbe parlare di un lapsus freudiano, una di quelle scivolate simboliche in cui il linguaggio tradisce ciò che la ragione preferirebbe non esplicitare. Volendo invece essere più maligni – ma forse più realistici – in quel dettaglio si potrebbe intravedere una forma di consapevole ambiguità, affidata alla storia dei nomi e alla loro carica evocativa.

È vero che nel 2010 poteva ancora parlare Ewald-Heinrich von Kleist-Schmenzin, morto nel 2013, fondatore della Conferenza di Monaco e ultimo sopravvissuto del gruppo di ufficiali tedeschi coinvolti nel tentativo di attentato a Hitler nel luglio 1944. Una figura che, nella narrazione ufficiale, incarna la “Germania buona”: quella della resistenza conservatrice, della colpa riscattata e della continuità morale postbellica.

Eppure, proprio quell’insistenza sul nome, riferimento a quanto risulta non chiarito e non precisato, apre la porta ad altre suggestioni.

Ewald von Kleist è anche Paul Ludwig Ewald von Kleist, feldmaresciallo della Wehrmacht, protagonista delle principali campagne corazzate della Seconda guerra mondiale. A differenza del cugino, fu un attore centrale sul fronte orientale, in particolare in Ucraina e nella Russia meridionale. Comandò il Panzergruppe Kleist e poi il 1º Esercito Panzer. Partecipò alle operazioni di Brody-Dubno, Uman’, a Kiev, alle offensive nel Donbass, lungo il mar d’Azov e fino a Rostov-sul-Don, infliggendo centinaia di migliaia di perdite all’Armata Rossa. Insomma, nel dopoguerra fu processato in Jugoslavia e successivamente condannato in Unione Sovietica per crimini di guerra, morendo in detenzione nel 1954.

Che si tratti di una svista, di un lapsus o di una sottile ironia storica, il risultato non cambia, e il riferimento funziona simbolicamente, per chi ha orecchie per intendere.

In un’Europa che parla sempre più il linguaggio della sicurezza, della deterrenza e della proiezione militare verso est, il nome “Ewald von Kleist” risuona con una ambiguità che forse dice più di quanto il discorso intendesse dichiarare.

Pace e libertà, certo. Ma anche memoria selettiva, continuità lessicali e fantasmi che la retorica istituzionale continua, ostinatamente, a evocare.


[1] https://www.politico.eu/article/european-nuclear-deterrence-gathers-steam-munich-security-conference/

[2] https://www.dw.com/en/germanys-chancellor-urges-new-partnership-with-trump-us/a-75959709 e https://www.bbc.com/news/articles/cy4wpv0wx43o

[3] https://www.eeas.europa.eu/eeas/keynote-speech-hrvp-kaja-kallas-msc-europeans-assemble-reclaiming-agency-rougher-world_en

[4] https://www.gov.uk/government/speeches/pm-speech-during-the-munich-security-conference-14-february

[5] https://www.president.gov.ua/en/news/vistup-prezidenta-ukrayini-na-myunhenskij-bezpekovij-konfere-102861

[6] https://www.reuters.com/world/time-europe-become-geopolitical-power-frances-macron-says-2026-02-13/

[7] https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/02/secretary-of-state-marco-rubio-at-the-munich-security-conference

[8] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/es/speech_26_414 Di: Giovanni Tonlorenzi

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