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[08:27, 18/02/2026] Nadia Darco: mmaginate che il Ministro della Salute del nostro paese un giorno decida che l’inquinamento causato da automobili e aerei non sia un problema per la salute della popolazione.
Oppure che il fumo delle sigarette non sia nocivo, in barba alle migliaia di studi scientifici che lo affermano. Questo è esattamente ciò che sta accadendo negli Stati Uniti per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica (CO2) e altri gas serra, e il loro impatto sul cambiamento climatico.
L’Agenzia per la Protezione Ambientale (Epa) abrogherà, infatti, quella che in America chiamano endangerment finding, ovvero la decisione del 2009 che stabilisce che i gas serra come CO₂ e metano riscaldano il pianeta e che questo riscaldamento minaccia la salute e il benessere pubblico.
La conclusione non era un “parere” qualsiasi: è il perno che, sotto il Clean Air Act, ha consentito negli anni di stabilire standard sulle emissioni dei veicoli e obblighi per le industrie fossili di dichiarare le emissioni.
[08:27, 18/02/2026] Nadia Darco: L’abrogazione
La Casa Bianca ha presentato l’evento come “la più grande azione de-regolatoria della storia americana”, promettendo risparmi fino a 1.300 miliardi di dollari e persino un calo dei prezzi di auto e camion.
In pratica, ciò significa che una gran parte delle politiche federali di riduzione delle emissioni rischia di essere impugnata.Sia ben chiaro, le valutazioni sul rischio climatico non sono “pessimismo” o “ottimismo”, ma probabilità, incertezze e – soprattutto – si basano su rigorose pubblicazioni scientifiche. Proprio su questo punto, i principali organismi scientifici chiamati in causa respingono l’idea di un allarme infondato.
L’American Geophysical Union parla di informazioni “inesatte e selezionate ad arte” e ricorda che i gas serra sono ai livelli più alti degli ultimi 800.000 anni. L’Accademia delle Scienze Nazionali Americane ha pubblicato una valutazione secondo cui l’impianto dell’endangerment finding resta valido e ha superato la prova del tempo.
La strategia dell’amministrazione si fonda sull’idea che la CO2 non sia un “inquinante” ai sensi del Clean Air Act. Ma la Corte Suprema, già nel 2007, aveva stabilito che i gas serra rientrano nel perimetro della legge e che il mandato di proteggere la salute comprende effetti dovuti al “meteo” e al “clima”. Anche di recente, nel 2022, la Corte non ha negato l’autorità dell’Epa di regolamentare il carbonio. Ed è qui che entra un secondo pezzo del puzzle, forse ancora più simbolico: la misura delle emissioni. Secondo un articolo dell’Associated Press, infatti, la proposta di bilancio per l’anno fiscale 2026 non prevede fondi per due missioni Nasa fondamentali: l’Orbiting Carbon Observatory-2 (in orbita dal 2014) e lo strumento gemello installato sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2019.
La Nasa ha motivato l’intenzione di terminarle affermando che sarebbero “oltre la loro missione primaria” e che la scelta allineerebbe l’agenzia alle priorità della presidenza. A tale proposito, David Crisp, scienziato della Nasa in pensione che ha guidato lo sviluppo delle missioni, sostiene che questi strumenti restano più accurati di qualunque altro sistema operativo o pianificato, e che rappresentano un “asset nazionale”.
Non stiamo parlando di un satellite “qualsiasi”: si tratta di tecnologia capace di dire dove la CO2 viene emessa e dove viene assorbita, e di misurare indicatori della crescita delle colture. È bene ricordare che la “filosofia” della Nasa a tale proposito è esattamente il contrario: aspettare che i satelliti si spengano e cercare di sfruttarli il più possibile.
I satelliti Nasa
È grazie a osservazioni di questo tipo che la comunità scientifica ha potuto documentare, per esempio, che in alcune condizioni l’Amazzonia può passare da serbatoio a fonte netta di CO2, mentre le regioni boreali mostrano dinamiche complesse di assorbimento.
E non è solo il clima ad essere coinvolto: questi satelliti possono rilevare anche il “bagliore” della fotosintesi, utile per monitorare siccità e prevedere crisi alimentari. A questo punto la domanda è inevitabile: perché togliere proprio gli occhi più raffinati che abbiamo sul ciclo del carbonio? Una lettura politica è semplice: se non misuri, discuti meno; se discuti meno, regolamenti meno. Non a caso, nel dibattito pubblico statunitense compare l’idea – attribuita a vari scienziati – che “se smettiamo di misurare il cambiamento climatico, sparirà dalla coscienza americana”. Ma l’azione di Trump potrebbe ritorcersi contro la Casa Bianca.
Se il governo federale rinuncia a un ruolo centrale, si apre la porta a un mosaico di regole statali e a un’ondata di contenziosi. Gli esperti citati spiegano che l’assenza di un quadro federale chiaro potrebbe generare un caos regolatorio per settori come quello automobilistico (standard diversi da Stato a Stato) e, soprattutto, ridurre lo “scudo” legale che oggi limita alcune cause climatiche contro i grandi emettitori: se l’Epa non regola, alcuni argomenti di preclusione potrebbero indebolirsi e le aziende rischierebbero più cause. In sintesi: nel tentativo di “liberare” il mercato dalle regole, si potrebbe ottenere l’opposto, cioè una frammentazione che aumenta l’incertezza e costi. Le scelte americane contano anche per noi per tre ragioni molto concrete.
La prima è climatica: gli Stati Uniti restano un attore enorme in termini di emissioni e innovazione tecnologica. Se l’azione federale rallenta, gli obiettivi globali diventano più difficili da raggiungere e la finestra temporale per contenere i rischi si restringe. La seconda è economica.
Se l’America oscilla tra accelerazione e frenata, le catene di produzione (batterie, rinnovabili, etc.) subiscono scosse. E le scosse non le pagano solo gli americani: le pagano anche le aziende europee integrate nei mercati globali. La terza è culturale e scientifica: spegnere le missioni di osservazione significa indebolire un bene pubblico planetario.
Negare la fisica o smontare i meccanismi che trasformano la scienza in tutela pubblica è un salto nel buio. Non si tratta solo di ambiente, ma di come una democrazia decide di rapportarsi alla realtà misurabile. Non si può abolire la CO2 per decreto, né far sparire l’energia accumulata nell’atmosfera spegnendo un satellite. La febbre del pianeta resta. E prima o poi, qualcuno dovrà tornare a guardare il termometro.