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Serge Latouche 15 Febbraio 2026
Il tema dell’uscita dall’economia è già stato affrontato in libri e articoli, spesso proprio sulle pagine di Comune. Il problema di fondo resta il bisogno di fare un continuo esercizio, non solo teorico, per decolonizzare il nostro immaginario, cominciando a liberarci dallo sguardo dell’economista. Questo testo articolato dei Quaderni della decrescita (traduzione di Francesco Zevio) non solo aiuta a riordinare il tema ma mostra tutta l’attualità di questo sforzo. In fondo, scrive Serge Latouche, la rottura con la società della crescita mira prima di tutto a restituire ai cittadini il controllo della loro vita
Cascina Rapello (Lecco), cooperativa Liberi sogni
Questi dialoghi hanno origine dalla provocazione lanciata nel 2022 dal mio amico Paolo Cacciari, instancabile militante della decrescita. Dopo una prima fase italiana, la controversia è ripresa in Francia nel 2025, sotto una prospettiva leggermente diversa, in occasione di un’osservazione fatta al mio amico decrescente Fabrice Flipo a proposito di un suo articolo 1. Ho conservato traccia di questi scambi, che nel complesso sono stati di buon livello, e li ho rimessi in ordine perché mi sono sembrati in grado di costituire un’introduzione più vivace e didattica rispetto a una relazione accademica sul tema importante ma difficile dell’“uscita dall’economia”. I protagonisti di questi dialoghi, tutti in buona fede e animati dalla ricerca della verità, difendono il loro punto di vista con convinzione, cercano di condividerlo senza cercare di imporlo, cosa che al giorno d’oggi non è così comune in quella che un tempo veniva chiamata la “repubblica delle lettere”. Come ricorda Paolo Cacciari nel suo primo intervento, il tema dell’uscita dall’economia è già stato affrontato in precedenza in numerose pubblicazioni, di cui cita le principali, in particolare il libro scritto con Anselm Jappe, che in italiano porta proprio il titolo Uscire dall’economia (Pour en finir avec l’économie, in francese). Tuttavia, per entrare nell’argomento, non è necessario aver letto in precedenza tutte o parte delle pubblicazioni citate, di cui sono riportati estratti significativi negli allegati 1 e 2 di questi dialoghi 2.
Nel primo dialogo, Paolo Cacciari presenta in modo molto ben argomentato la posta in gioco inerente al dominio dell’economia e i problemi sollevati da una concezione troppo radicale di essa. Questo primo scambio, che ha avuto una certa diffusione all’interno dell’italiana Associazione per la decrescita, ha suscitato reazioni contrastanti che abbiamo ripreso in un secondo dialogo al quale hanno partecipato, oltre a Paolo Cacciari e me, anche Paolo Scroccaro 3 e Simone Lanza 4. Il primo dialogo ha dato luogo a un bell’articolo di Paolo Cacciari che ne riprende il contenuto essenziale, precisando più ampiamente la sua posizione personale 5; poi tutto è rimasto fermo fino al 25 gennaio 2025, giorno in cui mi è stato inviato un bel testo di Fabrice Flipo che contiene la proposta di «decostruire il significato di colonizzare e decolonizzare», ma che si pone come primo obiettivo quello di «uscire dall’economicismo senza uscire dall’economia come disciplina» 6. È stata questa conclusione a suscitare una ripresa, su nuove basi, del dibattito sul tema dell’uscita dall’economia, con l’aggiunta nel giro dell’amico Alain Caillé, fondatore del MAUSS. Dopo un primo scontro che si è concluso con un armistizio e che costituisce il terzo dialogo, il dibattito è rinato dal fuoco che covava ancora sotto la cenere, a seguito all’invio di un’intervista di Gloria Germani che riprendeva favorevolmente le mie posizioni7. Questa ripresa della controversia permette di circoscrivere ancora più precisamente le questioni in gioco nel dibattito, la portata della possibile conciliazione dei punti di vista e i suoi limiti.
Ci si potrebbe chiedere perché attribuisco tanta importanza al tema dell’uscita dall’economia, che dopotutto non occupa un posto di rilievo nella letteratura sulla decrescita e che suscita tante polemiche. Ciò deriva innanzitutto dal fatto che, avendo trascorso lunghi anni a discutere sul tema dell’uscita dallo sviluppo, ritrovo, a proposito della decrescita, gli stessi ostacoli e le stesse difficoltà concernenti la decolonizzazione dell’immaginario. A torto o a ragione, mi sembra che si tratti di un indicatore molto forte, paragonabile, proporzionalmente, alla lotta di classe nel marxismo o al complesso di Edipo nella psicoanalisi. È noto che è su questi punti che sono emerse le divergenze tra rivoluzionari o radicali e riformisti o revisionisti. È proprio sull’Edipo, in particolare, che Freud ha rotto con Jung, poi con Otto Rank e infine con Sandor Ferenczi.
Il problema della trasmissione e della diffusione del messaggio della decrescita è complicato dal fatto che gli intellettuali che per primi sono chiamati in causa dalla questione sono economisti professionisti. Una situazione paradossale ma inevitabile, che ricorda il sofisma del cretese attribuito a Epimenide8. Gli altri destinatari, i profani, colonizzati a loro insaputa dall’immaginario dominante, non sono preparati a mettere in discussione la pseudo evidenza dell’esistenza universale e trascendente dell’economia. Ora, se la decrescita implica una “discredenza”, questa è ovviamente la fede nella crescita, ma alla radice di essa c’è, mi sembra, la fede nell’economia, vera e propria religione della modernità.
Quando gli economisti affrontano il tema della decrescita, inevitabilmente ne danno una lettura economica. La decrescita appare loro come un altro regime economico o addirittura, al limite, come una variante dello sviluppo sostenibile, invece che come un vero e proprio cambiamento sociale volto a costruire un mondo in cui l’economia non esisterebbe più come entità autonoma e in cui ciò che designiamo con questo nome (produzione, distribuzione, consumo della ricchezza) sarebbe (re)inserito nel sociale. L’idea di «uscire dall’economia», che implica la decolonizzazione dell’immaginario, semplicemente non viene loro in mente, poiché ciò metterebbe in discussione la loro ragion d’essere e, innanzitutto, la loro posizione istituzionale. Parlano quindi della decrescita come di un progetto di «economia stazionaria in armonia con la natura», di un’economia pensata «in modo diverso», di un’«economia post-crescita e post-capitalista», di un nuovo «regime macroeconomico» 9. L’economia appare loro come normale e naturale ed essi, per preservare il loro status di economisti, inventano «l’economia ecologica» questa mostruosità concettuale:, che può solo portare alla «crescita verde» che essi denunciano, peraltro giustamente. Detronizzare l’economia dalla sua centralità pratica andrebbe contro la loro formazione e metterebbe in discussione il loro status di esperti di economia, sia essa vista attraverso una lente liberale, keynesiana, socialista, marxista o decrescente. Un’economia decrescente è un’espressione che è difficile non usare nella retorica dei dibattiti, forse, ma che costituisce fondamentalmente un ossimoro. La trappola è tanto più difficile da evitare in quanto viviamo in un universo totalmente economicizzato e la transizione verso una società di abbondanza frugale proposta dal movimento della decrescita non può avvenire dall’oggi al domani. La demercificazione del mondo, pianificata o meno, non sfugge a ogni calcolo economico. L’uscita dalla società della crescita non può avvenire senza compromessi con le forze “riformiste”. Come ricorda Paolo Cacciari, il militante “decrescente” è portato a sostenere proposte che si collocano ancora nello spazio economicizzato, come quella di cambiare l’indice per valutare le società e passare dal PIL all’indice di felicità autentica (happy planet index), anche se l’impronta ecologica è una guida migliore, più sottratta al dominio dell’economico. Lo stesso vale per le lotte più concrete: contro le grandi opere inutili, contro la pesca eccessiva, contro i pesticidi, contro i megabacini, contro il nucleare eccetera…
Tuttavia, il malinteso alimentato dagli economisti professionisti è tanto più grave in quanto i “profani” pensano che gli economisti, rifacendosi in modo incantatorio a una mitica scientificità, siano più competenti di loro nell’affrontare questo problema, mentre la rottura con la società della crescita mira proprio a restituire ai cittadini il controllo della loro vita.
1. PRIMA PARTE: IL DIBATTITO ITALIANO, 2022
Primo dialogo: conversazione con Paolo Cacciari
Paolo Cacciari [PC] Vorrei chiederti, sempre che tu ne abbia la possibilità, la voglia ed il tempo, di fugare alcuni dubbi e perplessità che sono venuti a me ed ad altri amici dalla lettura di alcune tue recenti interviste10. Le perplessità vengono dall’uso dell’espressione “uscire dall’economia” e dal corollario: “abolire il lavoro” (Travailler mois, travailler autrement ou ne pas travailler du tout, Bibliothèque Rivages, 2021). Un’espressione che hai già usato in altri impegnativi scritti di storia del pensiero economico (L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri, 2010, e, con Anselm Jappe, Uscire dall’economia, Nimesis, 2018). Un’espressione che anche molti obiettori della crescita e decrescenti convinti fanno fatica a capire. Perciò sono qui a chiederti delucidazioni.
Serge Latouche [SL] Le tue domande girano tutte intorno al problema dato dal senso dell’espressione uscire dall’economia. Ho tentato a varie riprese di spiegare cosa ciò significhi nei miei libri, ma non mi è riuscito di decolonizzare l’immaginario del naturalismo economico. Il punto di partenza dell’intera questione è una scelta filosofica. Occorre cominciare dal dibattito medievale noto come la “disputa sugli universali” sviluppatosi intorno a Guglielmo d’Ockham tra nominalisti e realisti, per non tornare indietro ad Aristotele e Platone e possiamo sostenere, come fanno i realisti, che dietro i concetti esistano delle essenze o delle sostanze, e che queste trascendano la storia, siano transculturali e dunque universali. In tal caso, in ogni cultura esisterebbe una “economia”, e questo sebbene la parola in molte lingue non esista. Leibniz sosteneva una tesi simile a proposito della religione. Tutti gli economisti lo sostengono per l’economia. Io credo che questa posizione renda insignificante ogni critica del sistema dominante, perché si potrà sempre scovare un altro sviluppo, un’altra crescita, un’altra economia, un’altra mondializzazione, fino a un altro capitalismo, ma alla fine la sostanza finirà sempre per aver la meglio sull’alterità, come si è visto per lo sviluppo sostenibile. Perciò, dopo essermi battuto con il concetto di sviluppo, sono giunto a preferire una posizione nominalista, almeno per quanto riguarda la realtà sociale. Se così non fosse, nel dibattito sulla decrescita sarebbe difficile confutare quanti sostengono l’idea di un’altra economia (verde, sostenibile eccetera…)
[PC] Tu affermi: «È chiaro che esistono delle alternative economiche al neoliberismo, come ad esempio il vecchio keynesismo. Il problema è che delle alternative economiche compatibili con la sostenibilità della nostra civilizzazione non esistono. Perché? Perché qualsiasi tipo di economia (keynesiana, liberista, socialista, etc) è incompatibile con l’ecologia. Per questo insisto spesso, quando parlo di decrescita, sull’esigenza di “uscire dall’economia”»11. Insomma dovremmo «fuoriuscire dal giogo dell’economia» (Jappe e Latouche) nel suo insieme, «senza mezzi termini». Mi si pone quindi la questione di cosa si debba intendere per “economia”, quale sia la sua fondazione concettuale, la sua essenza epistemologica. Se per economia si intende la “scienza economica” moderna, figlia della rivoluzione scientifica nel XVII secolo, come costruzione monologica razionalistica, che accompagna la nascita, giustifica le basi e teorizza le magnifiche sorti del capitalismo, non si può che essere d’accordo: questa economia (mortifera, «che uccide» dice anche Papa Francesco) va abolita al più presto. Le ragioni sono evidenti. La “scienza economica” da cinquecento anni non ha fatto altro che studiare, misurare, pianificare i meccanismi più efficienti al fine di massimizzare i rendimenti delle risorse appropriabili, a partire dalla terra e dal lavoro, per giungere ai saperi e ai sentimenti. L’economia, con i classici, si è dotata di un proprio statuto autonomo, scientificamente sperimentabile e replicabile (imitando le scienze naturali “dure”), autoreferenziale e quindi libero da qualsiasi condizionamento esterno (religioso, filosofico, etico e persino biofisico). E non c’è dubbio che il capitalismo, nella sua evoluzione travolgente, abbia dimostrato di essere un sistema efficace (più produttivo di qualsiasi altro) e capace di rigenerarsi attraverso metamorfosi spettacolari. È sopravvissuto all’abolizione della schiavitù, al suffragio universale, a due guerre mondiali, al ‘68; e c’è chi è pronto a scommettere che metabolizzerà anche il cambiamento climatico vestendosi di verde. In forza di questi successi l’economia è potuta salire al cielo come nella pala della Vergine Maria di Tiziano che ti stava alle spalle dieci anni fa nella basilica dei Frari!12 L’economia è uscita dal novero dei saperi razionali per diventare, da una parte (economia politica) una teologia e, dall’altra, un sistema meccanico, matematicizzato di calcolo dei flussi di materia e di energia che generano valore. Ma tu dici di più. Ad essere messa in discussione non è solo l’economia politica nata nel XVII secolo, in tutte le sue forme storiche “realmente esistite”: classiche, liberiste, stataliste, social comuniste, miste, ordoliberali, neoliberiste, finanziarizzate…; non si tratta solo di smascherare l’economicismo come forma ideologica. Persino la stessa teoria bioeconomica elaborata da Georgescu Roegen non giunge a «rinunciare all’economia come “scienza economica”». Sembra quindi che tu voglia mettere in discussione l’intero campo semantico dell’economia. La comune nozione di economia. Non è quindi più solo l’economia della crescita (e i suoi sinonimi in un contesto capitalista: sviluppo e progresso) ad essere indicata come la causa della catastrofe ecologica e sociale in corso, ma l’economia in sé stessa.
[SL] Prendo il termine economia non nel suo senso etimologico ed antico, cioè quello di regole di gestione della dimora, ma nel senso attuale, quello del suo uso nei giornali e nella pratica o, detto altrimenti, l’economia realmente esistente, che corrisponde più o meno a ciò che Aristotele chiamava crematistica. Questa economia (far soldi coi soldi) reca in grembo il serpente della crescita, ovvero dell’assenza di limiti, della hybris, della dismisura. Costituisce inoltre l’essenza del capitalismo («accumulate, accumulate, questa è la legge e questo dicono i profeti!», secondo la formula di Marx). Dunque, per me, economia, capitalismo, crescita, sviluppo sono più o meno equivalenti. Non si può davvero dissociare tra l’economia in quanto teoria e l’economia in quanto pratica. Il discorso economico nasce dalla pratica e la pratica si nutre della riflessione.
[PC] Se è così, i quesiti che mi pongo sono due. Uno di ordine più teorico e uno con implicazioni politiche. Ecco il primo: è immaginabile concepire una forma di civiltà non-economica, ultraeconomica, aneconomica (per dirla con Jacques Derrida)?
[SL] Senza alcun dubbio. Tutte le civiltà, tutte le culture, salvo la nostra, ignoravano l’economia quale definita qui sopra. O, se preferisci, essa era “inserita” nel sociale, per dirla come Polanyi.
[PC] Se pensiamo semplicemente, banalmente, all’economia come il modo in cui gli esseri umani si procurano ciò di cui hanno bisogno, cioè «le attività e i mezzi volti a soddisfare i bisogni umani» (Praetorius, L’economia è cura, Altraeconomia, 2019), ovvero: «le attività che gli uomini svolgono per soddisfare i loro bisogni» (Claudio Napoleoni), funzionali alle esigenze “sostanziali” (direbbe Polanyi), consustanziali alla vita, imprescindibili, non solo materiali, di sussistenza e riproduzione, allora appare davvero difficile negare che debba esistere una dimensione economica ineliminabile dell’agire umano. Almeno da quando abbiamo lasciato il Paradiso terrestre.
[SL] Una tale visione è astorica e contraria alla lezione dell’antropologia (si vedano Marshall Sahlins, Louis Dumont, David Graeber). A pensarla in questo modo, dal momento che il concetto di bisogno è un concetto vuoto che riceve un proprio contenuto solo attraverso una cultura, l’economia verrebbe a inglobare la totalità della vita sociale. Sarebbe insomma la risposta globale data dall’uomo al come vivere sulla terra.
[PC] Secondo quesito di ordine più pratico, che investe il rapporto del movimento per la decrescita con alcuni altri movimenti. Tutti i movimenti anticapitalisti e antisistema (compresi quelli più radicali e rivoluzionari, gli anti utilitaristi, gli ecologisti profondi e gli anarchici, gli zapatisti… esclusi forse solo i situazionisti) pensano che sia non solo possibile, ma necessario reinventare e risignificare le attività economiche mettendole al servizio della prosperità (seppur frugale) dell’intera umanità. L’idea è di prefigurare e sperimentare forme di “economie altre” fondate su relazioni mutuali, non utilitaristiche, non predatorie ed estrattiviste, ma rigenerative, fondate sul dono, sulla reciprocità, sulla comunanza e sulla convivialità solidale, sull’equità, la prossimità, la permanenza… Ogni forma di civiltà sviluppa un corrispondente sistema economico. Se per economia intendiamo sistemi di cooperazione sociale volti a soddisfare la produzione di beni e servizi utili al buon vivere delle popolazioni, allora un’altra economia risulta necessaria.
[SL] Se si parte da quanto ho detto in precedenza, ne consegue che ciò che risulta necessario non è tanto un’altra economia (e a che somiglierebbe?), quanto un’altra società, un’altra civiltà, un’altra risposta al problema della vita per l’uomo, detto altrimenti, un’altra cultura (nel senso antropologico del termine).
[PC] È come per il lavoro. Un conto è volere abolire il lavoro salariato (schiavo, subalterno, eterodiretto, astratto, alienante, impersonale… «di merda», per citare, come fai tu, Graeber). Un altro conto è negare l’esigenza di svolgere attività umane volte a migliorare le condizioni di sussistenza e di cura della propria persona, ma anche degli altri esseri viventi, e migliorare la vivibilità del pianeta. È come per le tecnologie. Un conto è l’automobile – diceva Illich – un altro valore ha la bicicletta. Ci sono strumenti disabilitanti il corpo e la mente, e altri che invece li possono fortificare. È come per ogni branca del sapere. La lotta per uscire dalla civiltà della crescita forse passa per la riappropriazione e la integrazione di tutti i saperi, anche di quelli più parcellizzati e specialistici. Compreso quello economico. Un conto è mettere in discussione lo statuto scientifico codificato, autoreferenziale, isolato di una disciplina, contestare la sua pretesa di spiegare fenomeni reali complessi e, soprattutto, la sua intenzione prescrittiva e disciplinante. Un altro conto è negare l’esistenza di specificità (sempre parziali) che compongono il pluriverso umano, le diverse forme di conoscenza e i possibili, infiniti, diversi comportamenti sociali…
[SL] Certo, vi sono varie forme di conoscenza. Ogni società, ogni cultura, ogni civiltà produce una propria divisione delle attività (prima di tutto fra i generi). La civiltà occidentale distingue religione, arte, economia eccetera. Tuttavia, fare di queste ultime delle categorie che trascendono la storia costituisce, a mio parere, una forma di etnocentrismo. E questo vale ancor più per il lavoro.
[PC] Qualche cosa di più, forse, ho capito dalle tue precisazioni, anche se non ho gli strumenti culturali sufficienti per seguire i ragionamenti filosofici. Probabilmente le mie difficoltà derivano da una differente attribuzione di significato alla parola economia. Manca cioè una definizione condivisa, d’uso comune. Non ho difficoltà a condividere la critica radicale all’“economia realmente esistente” (penso comunque che uscire da “questa” economia sarebbe già un passo avanti!). Capisco però che bisogna andare oltre, e formulare una critica all’economia in sé e per sé stessa, come concetto dotato di una “essenza/sostanza” universale a-storica, totalizzante, dominante, scorporata e sovrastante tutte le dimensioni relazionali, umane, culturali, sociali, filosofiche, religiose… quasi esistesse una economia in natura, al pari del ciclo del carbonio e dell’ossigeno! Questa idea di economia codificata e unica (come avverrà per altre discipline scientifiche sempre più specializzate e separate: dalla medicina alla politologia, dall’astronomia alla sociologia, dalla meteorologia alla psicoanalisi…) ha una data di origine, un luogo di nascita e una fonte battesimale: il capitalismo di Locke e poi di Adam Smith. Tuttavia faccio fatica ad immaginare una società/cultura/civiltà in cui gli individui non abbiano l’esigenza di svolgere attività utili al loro corpo e alla loro mente, di sostentamento, cura, rigenerazione, riproduzione; e le modalità con cui ogni società sceglie di svolgere queste attività connotano le caratteristiche della loro civiltà. Le società matrifocali svilupparono una “economia” materna. Quelle patriarcali una “economia” di guerra. Quelle contadine una “economia” di permanenza (Joseph Kumarappa13). E quante altre ve ne sono!… Così come per il lavoro, che non è sempre stato e non è (ancora) tutto merce salariata. Abolire il lavoro salariato non è la stessa cosa che abolire ogni tipo di attività umana utile a soddisfare le proprie esigenze. Ricordi che Illich evoca un’economia di sussistenza che crea valori d’uso non mercificabili. Tu stesso dici che ogni società umana dovrà organizzare in qualche modo la produzione della propria vita, cioè «utilizzare ragionevolmente le risorse del proprio ambiente e consumarle attraverso beni materiali e servizi». Ecco, per me il pensare economico (il sapere economico) è esattamente questo: banalmente, economizzare le energie e gli sforzi necessari a creare beni e servizi utili in ambienti biofisici limitati (che non è sinonimo di scarsi). Frugalità significa parsimonia. In questo penso che svolgere attività umane produttive e riproduttive sia davvero un’esigenza connaturata all’esistenza (non solo umana), universale e naturale. Non vedo alternative, se non l’inedia. E questo – a me sembra – è un grande campo di iniziativa pratica e politica per mettere con i piedi per terra l’idea della società post-crescita, della decrescita. Esattamente come dici tu: non si tratta di rinunciare a nulla, ma proprio il contrario e cioè impossessarsi di beni inestimabili che ci hanno fatto mancare: l’aria pulita, l’acqua, il paesaggio, il tempo per coltivare relazioni umane, le attività libere che rigenerano la mente e i corpi. Insomma: la realizzazione delle condizioni essenziali per un buen vivir. Non smetto di pensare che la decrescita sia un processo di liberazione.
[SL] Non pretendo, a differenza degli economisti, che la mia analisi sia la sola giusta. Penso che la teoria economica ci restituisca una visione troppo parziale e limitata della realtà. Essendo stato (de)formato in quanto economista e particolarmente sensibile ai pericoli e ai danni dell’economicizzazione del mondo prima al Sud, poi al Nord, cerco di attaccare il male alla radice: cioè nelle parole (si veda il mio libro L’invenzione dell’economia). Per l’umanità, a differenza degli animali, le attività di cui parli (sia produttive che riproduttive) non sono né universali né naturali nel loro contenuto. Esse si realizzano attraverso una cultura. Per questa ragione ciò che chiamiamo economia, come ciò che chiamiamo religione, politica, arte e così via, fanno parte di ciò che Aristotele chiama etica, cioè il sapere del comportamento: come viviamo e come dovremmo vivere. Ogni cultura classifica le varie attività e ne parla a modo suo. Per questo motivo, la questione dell’universalismo dell’economia si ricollega a quella del pluriversalismo, ma questa è un’altra storia, come direbbe Kipling…