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Danilo Corradi Michele Arena 18 Febbraio 2026
Un dialogo con Michele Arena intorno al suo «Manifesto per una scuola anticlassista», per accendere la luce sulle cause economiche che si celano dietro l’insuccesso scolastico
L’istruzione non è solo un diritto, ma un sistema che tende a certificare, e legittimare, le disuguaglianze di partenza. Il libro di Michele Arena, Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista, è andato esaurito in poche settimane, le presentazioni sono stracolme. È un testo che ha acceso la discussione, mescolando statistiche e biografia personale, accendendo la luce sulle cause economiche che si celano dietro all’insuccesso scolastico
Nelle tue riflessioni sulla scuola, a partire dal tuo splendido libro, hai messo al centro il tema dell’insuccesso scolastico, affermando che esso non va ridotto a una «questione personale», ma ha molto a che vedere con «il privilegio e con il potere». Cosa intendi esattamente?
Se guardiamo alla scuola superiore è impossibile non osservare come le traiettorie di vita di studenti e studentesse facciano curve e deviazioni diverse in relazione alle condizioni di genere, di provenienza e di classe. Lavoro in un ambito, quello dell’educazione, dove ogni anno più del 90% delle lauree che servono per lavorarci vengono prese da studentesse. Ciò rischia di rinforzare i pregiudizi sessisti legati ai lavori di cura e relazione, e ribadisce anche una dinamica di potere che vede le donne laurearsi in percentuale maggiore nei percorsi che portano a lavori con retribuzioni più basse relegandole a posizioni di subalternità da un punto di vista di classe. Chi lavora negli istituti professionali penso abbia ben presente la rabbia di adolescenti che hanno a che fare tutti i giorni con un sistema che è strutturalmente classista e razzista. I percorsi scolastici sono gerarchizzati per classe, razza e genere e chi viene «orientato» verso i professionali sa che è finito nel percorso che porta a lavori retribuiti meno e socializzati peggio.
C’è una forma di violenza indiretta che abita nella nostra scuola e che ha come fine il mantenimento delle disuguaglianze.
Non c’è qualcuno che aggredisce qualcun altro verbalmente o fisicamente, è il sistema che funziona così. Il fatto che ad abbandonare la scuola siano quasi sempre studenti e studentesse che hanno certe caratteristiche passa in secondo piano. Quello che la scuola rischia di fare, anche involontariamente, è trasformare lo svantaggio di chi proviene da una determinata condizione di classe, in demerito determinato dallo scarso impegno, e di ridurre l’insuccesso scolastico a una colpa individuale.
Mi interessa molto l’ultima cosa che hai detto. Capita spesso, soprattutto alle superiori, che l’andamento scolastico sia ridotto alla coppia dicotomica impegno/non impegno. Così come capita spesso di sentir dire agli adulti che «con l’impegno tutti i propri sogni possono essere raggiunti». I dati ci mostrano evidenti paradossi su cui hai ironizzato efficacemente. Nel libro sottolinei come sia «strano» che gli studenti senza cittadinanza italiana si «impegnino di meno» visto che vengono bocciati in percentuale doppia rispetto a chi ha la cittadinanza italiana. Questo virus del poco impegno colpisce anche gli studenti statunitensi provenienti dal 30% più povero della popolazione, che arrivano alle più prestigiose università del paese in numero inferiore rispetto agli studenti che provengono dall’1% più ricco.
Quando la scuola riduce tutto a una questione di impegno, assume una posizione che finisce per creare con i ragazzi e le ragazze una sorta di quello che in psicologia si chiama «doppio legame», cioè una relazione al cui interno c’è una comunicazione completamente contraddittoria. Quando entri a scuola ci entri con l’idea di accedere a uno spazio di uguaglianza ed equità, quello che ti viene ripetuto continuamente è che tutto dipende dal tuo impegno, perché il sistema è giusto e democratico. Mentre il modo in cui la scuola è organizzata determina percorsi diversi, e nessuno ti aiuta a mettere in correlazione il tuo fare fatica più degli altri con la tua condizione di classe o di genere, o con il fatto che abiti molto più lontano dei tuoi compagni e ti ci vogliono due ore in più al giorno solo di spostamenti, o che magari l’estate rimani nel tuo quartiere invece di fare esperienze culturali e formative.
Il libro è un invito a svelare questo doppio legame che rafforza qualcuno e indebolisce altri perché, come scrive Gregory Bateson, se tutto rimane così per alcuni non c’è via d’uscita, finendo per interiorizzare un senso di colpa e di fallimento.
Gli studenti che subiscono la parte più discriminante della scuola come possono reagire se noi docenti non prendiamo le distanze dalla retorica dell’uguaglianza?
Se continuiamo a dire che tutto è equo in un luogo che di fatto è diseguale e discriminante?
La tua biografia sembrerebbe smentire le statistiche e il tuo stesso ragionamento. Vieni da una storia familiare che ha conosciuto la povertà e, come spesso accade, questo contesto ha favorito la scelta di un istituto professionale. Fai parte di quel 3,8% di diplomati del professionale che si è poi laureato. Io stesso ho una storia familiare fatta di affetto e cura, ma anche di genitori non diplomati e di difficoltà economiche. Ognuno di noi può raccontare storie di studenti che emergono nonostante le difficoltà. Tu hai espresso un giudizio importante, queste storie sono le classiche eccezioni che confermano la regola e che, paradossalmente, involontariamente la legittimano.
Il tema del merito è utilizzato non solo in campo scolastico, ma anche in campo medico, per esempio nella narrazione quasi agonistica della lotta contro i tumori. Poi vai a vedere le statistiche e ti accorgi, come sostengono ormai da anni molti ricercatori, che anche lì il merito c’entra davvero poco e non si può più parlare di correlazione tra povertà e morte precoce, ma di causa ed effetto.
I miei genitori hanno incontrato molto precocemente il cancro nelle loro vite e ho sentito spesso attribuire questo alla sfortuna e ai loro stili di vita. Poi leggendo ricerche mediche scopri che già avere un titolo di studio piuttosto che un altro ti espone alla malattia e alla morte in modo diverso, così come l’avere una casa di proprietà o meno. La classe sociale influenza i tuoi stili di vita, il tuo accesso alle cure e il modo in cui reagisci.
I miei genitori, nonostante fossero attivisti politici, avevano delle «percentuali su di loro» senza saperlo, prodotto del loro essere stati esposti fin dalla nascita allo stress continuo della povertà. Incontrare queste ricerche ha dato un senso politico alla storia della mia famiglia. E quando cominci a guardare i collegamenti tra le variabili economiche, politiche e sociali e le traiettorie di vita delle persone a cui vuoi bene poi è difficile smettere di farlo.
Anche gli studenti e le studentesse che incontro con il mio lavoro, quelli che vengono espulsi dal sistema scolastico oppure che hanno percorsi considerati non di successo, hanno a che fare con delle «percentuali senza saperlo», che pesano in modo determinante anche sul loro percorso scolastico. Chi come noi ha fatto questo passaggio dal margine a una condizione di maggiore privilegio ha bisogno di parlarne, di rimettere insieme le proprie radici con il posto dove si trova adesso. Di integrare nella propria storia la violenza subita per uscire dal margine. Cynthia Cruz in Melanconia di classe sottolinea quanto può far male non fare i conti con questo rimosso delle nostre storie. Ma soprattutto per chi come me o te ha scelto lavori di educazione o relazione, penso sia una forma di rispetto nei confronti dei ragazzi e delle ragazze che incontriamo non farci narrare come figurine in un album fatto di poveri che hanno superato le soglie di sbarramento, e che paradossalmente legittimano la colpa di chi invece quelle soglie non le ha superate.
Da quello che affermi emerge un tema fondamentale che a sinistra si fa fatica a digerire: la scuola pubblica non va solo difesa, ma va anche profondamente cambiata. Dopo tanti anni di attacchi all’istruzione pubblica è normale assumere una posizione soprattutto difensiva. Pensare che il sistema d’istruzione pubblico sia solo il risultato di una spinta sociale e politica emancipativa rischia però di essere un grosso errore.
Se uno rimane nella scuola come docente o educatore è perché su di lui la scuola ha funzionato. Chi invece ne esce sconfitto e avrebbe molto da dire sugli aspetti della scuola che non hanno funzionato non avrà mai più la possibilità di avere voce su questo tema.
È buffo, o no, che gli esperti di dispersione scolastica siano tutte persone che hanno finito gli studi? È come se a parlare di razzismo ci fossero solo persone bianche.
È ovviamente una provocazione la mia, ma gli esperti di scuola, di educazione, i pedagogisti e gli psicologi, sono tutte persone che dal sistema scolastico hanno avuto come ricompensa un alto titolo di studio e la possibilità di restare nel sistema.
Non dico che questo sia un problema, ma è una lente con cui guardiamo le cose. A me è capitato spesso, in questi mesi di presentazioni del libro, di sentir dire che la scuola è diventata classista, ma la scuola è sempre stata classista, basta leggersi le riflessioni di Bourdieu, bell hooks o Don Milani: è sempre stata fatta a misura di una classe dominante o in possesso di certi codici. Quello che forse oggi è cambiato è che anche per molta parte degli studenti e delle studentesse che riescono ad arrivare in fondo la ricompensa non è più sufficiente. Il margine sta diventando uno spazio più grande che rischia di tirare dentro anche persone che anni fa non sentivano la minaccia della povertà e l’esigenza di parlarne. Credo che oggi siano molti di più quelli che nel difendere il diritto all’istruzione mettono in discussione la scuola, due cose che vanno distinte. L’istruzione è un diritto, la scuola è il modo in cui lo Stato si è organizzato per garantirlo, e come tale può essere ridiscusso.
A proposito di scuola e sinistra, hai criticato l’espressione di blairiana memoria «famiglie con povertà di aspirazioni», ma anche la più diffusa definizione di «povertà educativa». Queste formule, secondo te, hanno un sottotesto che va svelato e per certi versi rovesciato?
Io credo che la definizione di «povertà educativa» abbia principalmente tre problemi. Il primo è che mette in uno stesso contenitore difficoltà che avrebbero bisogno di risposte diverse.
Il secondo è che l’aggettivo fa pensare che le risposte debbano essere di tipo educativo, e quindi si ritorna alla logica che dal margine si esce impegnandosi, «valorizzando i propri talenti» come dicono i bandi delle fondazioni benefiche. E invece il margine andrebbe pensato come luogo non da abbandonare o da raccontare solo con la logica dell’emergenza, ma anche come luogo di resistenza.
La povertà educativa la combatti garantendo dei diritti come la casa, la salute, un quartiere sicuro, dei genitori che non subiscono lo stress continuo della povertà e di lavori assimilabili allo sfruttamento. E una scuola che non seleziona secondo dei parametri dominanti. C’è un’ipocrisia di fondo in questo termine che sposta l’attenzione su un sintomo, cioè l’andare male a scuola, e non sul problema di fondo: la povertà senza aggettivi. Rimette la responsabilità sui ragazzi, sulle loro famiglie, ma anche sui docenti. Per parafrasare Don Milani: non vi sembra strano che quasi tutti i poveri educativamente nascono in famiglie anche povere economicamente?
Il terzo punto è che è una definizione che produce una realtà, cancella il fatto che nelle famiglie etichettate come povere educativamente in realtà ci sono delle risorse educative e culturali, solo che sono diverse da quelle dei gruppi dominanti. Così, invece che cambiare il sistema e renderlo capace di vedere oltre la classe dominante, si organizzano progetti educativi che insistono su quella tensione, allontanando le persone dalle proprie radici.
Infine c’è un quarto motivo: è un termine utilizzato da Fondazioni Bancarie o da grandi gruppi economici. Sarà banale, ma a me stona un po’ che i maggiori esperti di povertà siano i ricchi.
Ho sempre pensato che una parte della sinistra sia stata sedotta dalla retorica del merito, assolutizzando lo schema ignoranza=fascismo e cultura=emancipazione. Uno schema pericoloso perché rimuove il problema della classe sociale di provenienza. Forse anche per questo oggi una parte dei docenti rimpiange la «bella scuola che fu»? Una scuola più dura e autorevole, della «predella» direbbe Ernesto Galli della Loggia. Ma la scuola che fu era veramente efficace?
La scuola, dalla rivoluzione industriale in poi, si è organizzata più o meno così in tutti i paesi occidentali, con questa doppia anima che da una parte tende a delle pratiche liberatrici, dall’altra ti prepara a entrare nel mondo del lavoro cercando di farti rimanere nella posizione che ti hanno assegnato alla nascita. Lo ha detto Vanessa Roghi in un incontro a Roma 3: il mio libro non dice niente di nuovo, sono cose che stanno lì da sempre. Il problema forse, come dici tu, è che negli ultimi anni anche una buona parte di chi stava a sinistra si è dimenticata della classe, l’ha rimossa dai discorsi politici ed educativi parlando solo di diritti civili e quasi mai di diritti economici. Probabilmente perché la classe media e benestante ha occupato delle narrazioni che non gli appartengono, come sulla povertà.
O monopolizzandone altri come sull’educazione. Ogni anno alla maturità ne abbiamo un esempio: l’unico esame di cui parliamo è quello dei licei. I professionali e i tecnici non esistono, così come non esistono i loro studenti e i loro percorsi di vita. Anche il parlare della scuola di un tempo in toni malinconici e reazionari ha la stessa logica: ne parla così chi ne ha beneficiato in termini economici, sociali e culturali e oggi ha una posizione in qualche modo privilegiata. Ma anche nella scuola di cui parla Galli Della Loggia o i nostalgici della scuola gentiliana c’erano delle cose che funzionavano solo per alcuni. Secondo me dipende tutto dall’idea di mondo che si ha. A me tra la nostalgia della scuola del passato e le cose che hanno scritto persone come Gianni Rodari, Lea Melandri, Pierre Bourdieu o bell hooks non sembra difficile scegliere.
La scuola, come dici, è storicamente attraversata dal dualismo che ne ha determinato lo sviluppo: le esigenze del capitalismo e la spinta emancipatrice delle classi sociali subalterne. La scuola non è riducibile nè all’una nè all’altra spinta, e non si può guardare solo al pur importante problema delle risorse destinate all’istruzione, ma al come e al cosa s’insegna. Nella parte finale del tuo libro, senza pretese di avere ricette facili e risolutive, avanzi alcune idee su come abitare queste contraddizioni di classe. Quali?
Sì, non ci sono ricette facili, e non ho tantomeno la pretesa di fare una sintesi del lavoro di tanti e tante docenti che provano ad affrontare queste contraddizioni. Alcune proposte che avanzo per molti saranno anche delle banalità. Ho provato a rimettere insieme pratiche e teorie che ho incontrato nella mia vita professionale, e nel mio studio – come i concetti di educazione debole di Tim Ingold o tutto il lavoro sul concetto di privilegio dell’Università del Michigan – con quello che ho sperimentato negli anni soprattutto nella scuola di scrittura No Profit Porto delle Storie che, insieme ad alcuni colleghi, abbiamo fondato a Campi Bisenzio.
L’idea forte è quella della responsabilità collettiva dell’apprendimento del gruppo: il proprio sapere, la propria scrittura, il saper mettere le H nel posto giusto, sono cose che devono essere condivise nel gruppo, messe a disposizione per redistribuire il privilegio di cui abbiamo parlato. L’idea alla base della terza parte del mio libro è questa: chiedere alle classi che incontriamo di non affrontare i voti bassi o i tempi diversi di apprendimento in modo individuale, ma di farlo in modo collettivo, senza delegare tutto alle risorse dei singoli o delle loro famiglie. Un’idea che credo abbia un valore educativo sia chi entra a scuola con i codici considerati sbagliati sia, soprattutto, per chi ci entra con quelli considerati giusti. Si tratta di una forma di redistribuzione dei propri privilegi.
*Danilo Corradi, dottore di ricerca in storia, è insegnante di filosofia e storia al Liceo Amaldi di Tor Bella Monaca (Roma). È stato docente a contratto presso l’università di Tor Vergata, è coautore tra l’altro di Lo strano caso del debito italiano.