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19 Feb , 2026|Luka Petrilli
Sul caso Epstein hanno scritto in molti. Se ne discute da anni e oggi ancora di più, con il rilascio dei famigerati file e documenti, che ha riacceso la macchina di produzione di meme, contenuti usa e getta, indignazione rituale, o semplicemente la caccia ai nomi coinvolti o la produzione di pruriginosi servizi e documentari, che più che far pensare, anestetizzano. Proprio per questo non sapevo se scriverne: la vicenda sta alimentando una quantità incredibile di rumore, eppure, la posta in gioco è immensa: raramente un evento offre una vista nitida, per quanto parziale, sui meccanismi di protezione, complicità e continuità delle classi dirigenti occidentali, aprendo una fenditura che permette di guardare parte del “sistema” senza veli e maschere.
La vicenda è nota e non servirà ripercorrerla, basterà qui dire che la mole di messaggi, immagini e relazioni attribuite a figure centrali dell’élite statunitense e globale restituisce una scena talmente brutale e oscena che, leggendo o guardando qualcuno di quei file, può sembrare di trovarsi davanti all’eterno concetto di male, senza sfumature.
Non si tratterà di analizzare cosa contengono i file, non volendo qui aumentare il rumore, ma si proverà ad aprire il vaso di Pandora, ponendo tre domande fondamentali con cui bisogna per forza fare i conti ora che “la materia oscura” è venuta a galla ed è sotto gli occhi di tutti.
Cosa è il Potere?
Salò o le 120 giornate di Sodoma[1], di Pier Paolo Pasolini, è una delle pellicole più radicali mai girate, considerato fra i film più difficili da vedere fino alla fine, per la meticolosità con cui la violenza fisica, sessuale e psicologica viene messa in scena.
Nel film, quattro uomini, il Duca (potere politico), il Presidente della Corte (potere giudiziario), il Presidente della Banca Centrale (potere economico e industriale) e il Vescovo (potere spirituale), si chiudono in una lussuosa villa di campagna con un gruppo di ragazzi e ragazzi che hanno fatto preventivamente rapire. In questo meraviglioso luogo, ricco di opere d’arte, i quattro uomini di potere redigono e firmano un regolamento che dà il via a una macabra “dittatura” rigidamente codificata, della durata di 120 giorni, che impone ai ragazzi rapiti un’obbedienza assoluta verso i quattro signori. Nel film si susseguono così una serie di efferatezze sessuali, perversioni, amputazioni fisiche, giochi macabri che portano a una carneficina e allo sfogo di qualsiasi impulso dei quattro signori.
L’opera, allegorica e dal significato facilmente intuibile, mette in scena un potere senza limiti, capace di compiere impunemente qualsiasi cosa e che mai mette in discussione di essere nel giusto (d’altronde c’è un codice firmato da seguire e tutte le violenze sono intervallate da discorsi colti fra i signori). Tutto è regolato, protocollato tanto da avere persino una parvenza d’eleganza: l’orrore non è solo negli eccessi, ma nell’organizzazione, perché il vero “potere fascista”[2], per Pasolini, sorge quando ogni ramo del potere s’unisce, in un’orgia indistinta di finanza, industria, politica e religione, tanto da rendere difficile arginarlo, o definirlo. Fu proprio Pasolini, nella sua ultima intervista, a parlare del film in questi termini:
“Il reale senso del sesso nel mio film […] è una metafora del rapporto del potere con chi gli è sottoposto. E quindi vale in realtà per tutti i tempi. La spinta è venuta dal fatto che io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi: 1975. Un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono alienanti e falsi.”[3]
Guardando le relazioni che gravitano intorno a Jeffrey Epstein, viene spontaneo pensare a un tipo di potere simile, che gravita fra politica, finanza, industria, università, diplomazia, cultura, senza confini e responsabilità. Una rete di relazioni che proprio nella rete trova forza, capace di infrangere qualsiasi limite legale e morale, senza la paura di alcuna conseguenza.
La domanda che sorge è quindi cosa sia il potere oggi, in un mondo dove il confine fra politica, finanza e industria è così labile e dove il divario fra cosa può il popolo e cosa possono le élite tende ad allargarsi. Il potere è seriamente del popolo, o al popolo è rimasto poco più della libertà cosmetica di scegliere cosa consumare?
Qual è il limite del Potere?
La seconda riflessione sorge approfondendo il pensiero dell’autore dell’opera che ha ispirato il Salò di Pasolini: il Marchese de Sade (Donatien Alphonse François de Sade), autore del testo Le 120 giornate di Sodoma.
Non parleremo di questo libro (che narra una vicenda simile, negli atti, a quella messa in scena da Pasolini), ma del pensiero del Marchese, estrapolabile dai suoi tanti testi, scritti in gran parte in cella fra fine ‘700 inizio ‘800, fra cui La filosofia del boudoir (interpretato come vero e proprio manifesto morale, fra ateismo, rifiuto delle leggi, primato delle passioni individuali e critica all’uguaglianza), Juliette, la prosperità del vizio (che in forma di romanzo mostra come l’importante non è comportarsi virtuosamente, ma solo mostrare potenza, dominare gli eventi e evitare le conseguenze delle proprie azioni) e Justine, le sventure della virtù (contro-altare di Juliette, dove la persona virtuosa viene “schiacciata” dalla vita, mostrando che le virtù non danno alcun vantaggio materiale, né più felicità).
De Sade, che trascorse lunghi periodi tra prigionia e fughe da incriminazioni, fu un libertino che nei suoi testi spinse le premesse del materialismo illuminista e dell’individualismo nascente fino al punto di rottura: per alcuni interpreti per teorizzare un’anarchia del potere, per altri per metterne in scena, polemicamente, gli esiti estremi.[4] In questo universo il divino e l’ultraterreno risultano superflui e la morale non trova più un fondamento trascendente: restano l’uomo, la sua ragione e le sue passioni e i suoi vizi e le inclinazioni, anche le più perverse. In una simile prospettiva ciò che deriva dalla Natura viene presentato come legittimo, e i personaggi sadiani (spesso membri di un’aristocrazia annoiata) agiscono di conseguenza. Seguire l’impulso naturale diventa il criterio guida: sfoghi, perversioni e violenze non sono vietati in sé, ma dipendono solamente dalla capacità concreta di sostenerne il peso e di evitarne le conseguenze.
In questo modo chi dispone di mezzi maggiori dispone di un perimetro d’azione più largo, non perché sia giusto, ma solo perché è praticabile. L’individuo coincide con la sua potenza. Le vite riuscite sono quelle che possono di più.
È difficile non vedere risonanze con la vicenda Epstein, forse ancora più forti rispetto a quelle che emergono con il Salò di Pasolini. Se manca un argine morale condiviso, resta solo la verifica materiale della propria potenza: fin dove si può arrivare prima che qualcuno mi fermi?
E sotto quest’ottica è imbarazzante notare il comportamento delle varie personalità coinvolte nell’oscena vicenda: di fronte ad accuse che farebbero strappare le vesti a chiunque non sempre appaiono pubblicamente preoccupati, forse consci del fatto che chi ha Potere può far cose che altri non possono nemmeno concepire.
Dove è il Potere?
I materiali associati al caso mostrano membri delle élite finanziarie, politiche e industriali unite quando fa comodo negli intenti, ma mobili come i tentacoli di una piovra. Il centro rimane negli Stati Uniti, ma le conversazioni e i rapporti toccano altre latitudini, altri interessi, Stati, governi e partiti, soprattutto in Europa (lampante in questo senso è il caso della Lega in Italia) e medio-oriente.
Ma la cosa che più dovrebbe far riflettere emerge quando ci si domanda: perché Epstein faceva tutto questo? A che fine aveva creato questa rete di contatti ricattabili grazie a tutte le nefandezze condivise in questo club di potenti? In che modo un ex professore di matematica privo di laurea è riuscito a comprarsi un’isola privata interamente cablata, a trafficare corpi di minorenni e ad avere jet privati, un capitale immenso e la casa più lussuosa di Manhattan?
Dalle mail emergono chiaramente contatti più che amichevoli con membri apicali delle amministrazioni di uno stato straniero (ex primi ministri, ex membri dei servizi segreti) e la storia di Epstein e della sua collega (Ghislaine Maxwell) sembrano essere piene zeppe di collegamenti con figure connesse agli apparati dello stato in questione (politici, imprenditori, agenti, industriali), così come molte rivelazioni di ex membri degli apparati hanno confermato. Senza contare che più volte nei files emergono riferimenti alla religione di questo stesso stato, che un file dell’FBI dichiara esplicitamente che Epstein è addestrato dall’intelligence di quel Paese, che ci sono prove di numerosissimi finanziamenti a associazioni legate all’esercito, agli interessi e alla politica di quella Nazione e che è lì che Epstein è volato immediatamente dopo la prima condanna del 2008.
Ovviamente queste non sono prove, ma la domanda sorge spontanea: chi è che comanda davvero? Dove è il potere, oggi?
La politica, specialmente estera, di uno Stato, dove viene decisa? Come è possibile che le democrazie occidentali si rivelino così influenzabili e volubili, tanto da poter essere manipolate dall’esterno?
E di Epstein, nel mondo, ancora non venuti alla luce, quanti possono esisterne?
Il Potere non è mai come si racconta
Quando compaiono nuove informazioni su questa vicenda, la reazione immediata è cercare l’elenco dei nomi coinvolti e la graduatoria delle colpe. Tutto ciò è comprensibile, anche vista l’importanza delle personalità nominate fra i milioni di file. Fra tutto il rumore, il pettegolezzo e le speculazioni, forse il vero valore di questa oscena storia è aver reso possibile strappare parte del “velo del potere”, averci mostrato un piccolo pezzo dell’architettura che rende (e ha reso) certe condotte possibili e ripetibili.
Un’altra grande riflessione ce la concedono i classici del passato, come le opere di De Sade sopra citate: le affinità col presente sono moltissime, tanto che viene da chiedersi quanto ci sia stato veramente un “progresso”, nella morale comune.
E così, guardare il meccanismo, più che il singolo episodio, è forse l’unico modo per ridurre la distanza tra ciò che crediamo sia il potere, e ciò che, nei fatti, il potere è davvero.
[1] Film del 1975, presentato postumo al festival del cinema di Parigi, doveva essere il primo di una trilogia denominata “Trilogia della Morte”, contro-altare poetico e contenutistico della “Trilogia della Vita” (Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte)
[2] Il fascismo è il riferimento cardine del film, seppur venga criticato il potere di quegli anni. I riferimenti al fascismo sono espliciti, a partire dal luogo dove avvengono gli eventi (Salò) all’epoca d’ambientazione (fine dell’era fascista).
[3] Estratto dall’intervista del 31 ottobre 1975, rilasciata da Pasolini a Parigi, per il programma “Dix De Der” trasmesso dalla Tv francese Antenne2
[4] Incerta è l’interpretazione da dare ai testi sadiani, dato l’ostracismo che subì la sua opera, a quei tempi, e le persecuzioni subite dal personaggio stesso. L’opera di De Sade può essere vista come una polemica contro le premesse materialiste dell’illuminismo, che, se portate all’estremo generano mostri, o altrimenti e all’opposto come un manifesto del libertinaggio e dell’edonismo estremo, dell’ateismo e dell’anarchia del potere. Di: Luka Petrilli