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Laura Pennacchi 20 Febbraio 2026
Per affrontare l’alternativa servono un nuovo modello di sviluppo, degli investimenti necessari e lavoro in quantità e qualità adeguate. L’Italia potrebbe essere un laboratorio
C’è un elemento che dà la misura della profondità del rovesciamento di paradigmi di cui oggi c’è bisogno nell’approcciarsi alla politica economica: il ritorno dell’espressione stagnazione per definire l’andamento delle economie sviluppate. E non si tratta solo della ridefinizione dei rapporti tra grandi aree geopolitiche, con il declino degli Usa (la loro quota sul Pil mondiale passa dal 20% del 2000 al 15%), l’annaspare dell’Unione europea (che esprime comunque il 12% del Pil mondiale), l’avanzare della Cina (la quale esprime il 20% del Pil mondiale, investe il 40% del suo Pil, realizza un avanzo dei conti con l’estero pari a 600 miliardi di dollari).
Alvin Hansen, già alla fine degli anni Trenta del Novecento, aveva argomentato come la «Grande depressione» di quegli anni non fosse un episodio ciclico ma fosse, in realtà, il sintomo dell’esaurimento di una dinamica di lungo periodo, un altro modo di definire l’equilibrio di sottoccupazione individuato da Keynes. Nei decenni precedenti le economie del G20 crescevano regolarmente del 2 o del 3% l’anno raddoppiando i redditi ogni 25 o 35 anni, mentre ora i tassi di crescita sono tra lo 0,5 e l’1%, il che significa che i redditi impiegano dai 70 ai 100 anni per raddoppiare. Quindi, con l’espressione stagnazione dobbiamo intendere non tassi di incremento del P quantitativamente bassi o nulli (che in effetti non si verificano), ma un’economia drogata a bassi investimenti (basata su una combinazione di crescente diseguaglianza, disoccupazione esplicita o strisciante, bassa produttività), in grado di realizzare una crescita ordinaria solo mediante politiche straordinarie e speciali condizioni finanziarie, le quali, però, incoraggiano il rischio finanziario, un indebitamento malsano, la formazione di bolle (azionarie e non solo) che, a loro volta, pongono le premesse per nuove crisi.
Anche il giusto richiamo di autori come Dani Rodrik a considerare quanto la specificità del modello conosciuto come export-oriented industrialization, e il suo progressivo esaurirsi, sia alla base dello scatenamento della guerra commerciale da parte di Trump, ha a che fare con la questione della stagnazione. Più in particolare Rodrik argomenta che la prospettiva di allargamento della democrazia e il sentiero di apertura dell’economia mondiale promossi sotto la leadership americana dopo la Seconda guerra mondiale, e seguito per decenni prima dai paesi europei poi dai paesi sottosviluppati, è stato il medesimo per tutti: «fare cose e venderle all’estero». Gli Usa hanno accolto una marea di prodotti e hanno mantenuto, grazie al signoraggio del dollaro, flussi di capitale conseguenti: gli attuali deficit commerciali statunitensi ci dicono che i flussi di capitale esteri hanno permesso ai cittadini americani di vivere al di sopra delle proprie possibilità comprando di più di quanto riuscivano a vendere all’estero, dunque indebitandosi. D’altra parte il sentiero export-led è sempre più difficilmente praticabile per gli stessi paesi esportatori, in conseguenza di cambiamenti sociali e tecnologici (automazione, robot, 3-D printing, ecc.), grazie ai quali le macchine tendono a sostituire crescentemente i lavoratori, vanificando il maggior vantaggio competitivo delle «nazioni povere» e cioè il loro abbondante lavoro a basso costo. Le tariffe di Trump accentuano le difficoltà ma i problemi sono antecedenti. La stessa forsennata rincorsa che si è scatenata per essere primi nell’Intelligenza Artificiale è interpretabile come un modo per fronteggiare i problemi e uscire dai rischi di stagnazione, nella speranza che l’IA ravvivi la produttività nel settore dei servizi sempre più dominante nel futuro.
La rilevanza di tale rincorsa è mostrata dal fatto che il 50-60% dell’economia americana è ora trainata dall’Intelligenza Artificiale e che per accelerarne la dinamica Trump non si perita di adottare incredibili provvedimenti, come un decreto (illecito) che vieta agli Stati di regolamentare, l’allargamento del mercato di Nvidia attraverso l’eliminazione della proibizione della vendita dei chip alla Cina. Così, per combattere la stagnazione si ricorre a due fattori assai controversi: gli investimenti accelerati e incontrollati in Intelligenza Artificiale; la corsa agli armamenti e la spesa in armi e nel settore militare.
Domanda interna e investimenti
In verità per riaccendere la crescita tutti i paesi dovrebbero sviluppare la loro domanda interna, far crescere la loro classe media, mettere in grado i loro settori dei servizi di creare lavori di buona qualità. In particolare i paesi europei – che hanno risposto alle crisi del 2008 e del 2012 con austerità e svalutazione del lavoro per trarne vantaggi competitivi di costo a sostegno di politiche neomercantilistiche proiettate sulle esportazioni – dovrebbero maturare la consapevolezza che politiche fondate sull’austerità e sulla contrazione dei salari per esportare non sono meno dannose dei dazi, così come non sono davvero utili politiche volte a coprire i vuoti di domanda e a sostenere l’offerta attraverso il riarmo e gli armamenti.
Una nuova politica economica deve misurare la sua alternatività attorno a tutte e tre le questioni in discussione: 1) il disegno di un nuovo modello di sviluppo; 2) la progettazione degli investimenti necessari; 3) la generazione di lavoro in quantità e qualità adeguate.
Reclamano un nuovo modello di sviluppo anche le grandi questioni ambientali, gli sconvolgimenti climatici, l’evoluzione tecnologica, le guerre, la ridefinizione degli equilibri geopolitici, di cui i dazi sono solo una delle componenti. L’Europa – specie la Germania e l’Italia – è posta di fronte alla necessità di trasformare radicalmente il suo modello di sviluppo, troppo proiettato verso le esportazioni e quindi esposto alle ritorsioni sui dazi, e di valorizzare la sua domanda interna, soddisfare i suoi bisogni sociali, produrre i beni pubblici europei.
Bisogna tener conto che gli investimenti non si sono mai veramente ripresi dal crollo della crisi del 2007/2008 e che l’enorme liquidità allora creata dal quantitative easing adottato dalla Banche centrali di tutto il mondo è rimasta largamente utilizzata o ha alimentato la speculazione e la finanziarizzazione.
È ormai chiaro che l’occupazione non viene alimentata stimolando l’offerta di lavoro ed elevando l’occupabilità delle persone con politiche flessibilizzanti perché se l’occupabilità aumenta ma non c’è domanda adeguata, l’occupazione non cresce conseguentemente. Del resto, quello che Pierluigi Ciocca chiama uno «spaventoso equilibrio di sottoccupazione» mostra che a ben poco è valsa in termini di occupazione addizionale la mole di incentivi, benefici fiscali, decontribuzioni, bonus (tutti trasferimenti monetari con presunta efficacia stimolativa solo indiretta) a cui si è fatto ricorso nel tempo specie in Italia e in cui ha brillato l’attuale governo Meloni. Nemmeno ci si può affidare al mito della «fine del lavoro» e della jobles society, smentito ripetutamente dalla storia.
Dunque, il connubio nuovo modello di sviluppo/investimenti/lavoro si rivela fondamentale. Le parole chiave devono diventare: progettualità, piano, programmazione, creazione diretta di lavoro. L’alternatività richiesta può essere messa in atto solo da un operatore pubblico animato da un grande spirito progettuale e, al tempo stesso, in grado di operare non in termini accentrati ma articolando un’architettura aperta e plurale nella logica dello «sperimentalismo istituzionale». Va respinta l’idea che lo Stato debba limitarsi a fornire attività regolatoria e incentivi indiretti o la convinzione secondo cui di politica pubblica si può parlare unicamente in termini di regole della concorrenza (antitrust, privatizzazioni, difesa dei diritti proprietari ecc.) o di finanziamento delle infrastrutture di base. Uno dei difetti maggiori di tali teorie è che da una parte immaginano interventi pubblici «circoscritti» e «occasionali» (come circoscritti e occasionali sarebbero i fallimenti del mercato, mentre essi nella realtà sono «pervasivi» e «strutturali»), dall’altra parte ignorano un elemento fondamentale della storia economica moderna, sottolineato da Mariana Mazzucato: in molti casi il governo non ha soltanto dato «spintarelle» o fornito «regolazione», ha funzionato come «motore primo» della creazione di nuovi mercati, delle innovazioni più radicali, della creazione di lavoro
La socializzazione degli investimenti e la creazione diretta di lavoro
Qui veniamo al punto su cui sono ancora da raccogliere le sollecitazioni del tardo Keynes, quello dell’ultimo capitolo della Teoria generale. Keynes aveva individuato i limiti fondamentali del capitalismo nell’incapacità di dare vita spontaneamente al pieno impiego e nella diseguale distribuzione del reddito e della ricchezza, fenomeni per lui strettamente congiunti. L’influenza che lo Stato deve esercitare sulla propensione a consumare e sull’investimento privato non sarà sufficiente a contrastare una tendenza al ristagno che Keynes considerava intrinseca al capitalismo: a essa si può rimediare soltanto con una socializzazione dell’investimento di natura pubblica, spinta fino a ripristinare il pieno utilizzo di capitale e lavoro, realizzato il quale gli interessi privati possono tornare a essere considerati in grado di guidare l’allocazione ottimale delle risorse. Hyman Minsky – tra i più geniali seguaci di Keynes – era più radicale, ed era stato irreversibilmente segnato dalla rivoluzionaria esperienza del New Deal. Egli coglie un limite più profondo e persistente del processo di investimento capitalistico, che collega all’assetto della finanza e all’instabilità strutturale del capitalismo, e estende la socializzazione dell’investimento alla banca e all’occupazione reclamando lo Stato come employer of last resort, atto a dare vita a iniziative di «lavoro garantito». Il nodo era, ed è tutt’oggi, la problematicità del processo di investimento capitalistico e la sua relazione con il lavoro, quella problematicità che induceva Keynes a denunziare «l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni».
Sono, dunque, i mercati, l’innovazione, la produzione, le attività a dover essere ridisegnati dalle fondamenta in termini drasticamente diversi, in un quadro che ridefinisca la coerenza tra politiche economiche e sociali, tra politiche macro e micro, e precisi le linee evolutive delle problematiche settoriali, tra cui le politiche industriali, quelle per l’innovazione e la Ricerca e Sviluppo, le politiche per la scuola e per l’Università, ecc. Ecco perché ci vogliono istituzioni pubbliche orientate a contrastare i trend naturali: è richiesta l’assunzione di una «progettualità» grandiosa, sulle tracce autentiche del New Deal di Roosevelt. Tale progettualità va finalizzata all’ideazione di un nuovo modello di sviluppo. Il lavoro va considerato non come un fattore tra gli altri ma come un baricentro. In particolare non si può più ricorrere solo a incentivi volti a stimolare indirettamente la generazione di lavoro (come incentivi fiscali, decontribuzioni, bonus, trasferimenti monetari), ma sono richieste strategie di «creazione diretta» di lavoro mediante un insieme articolato di progetti, promosso e veicolato dall’operatore pubblico. La memoria va ai difficili anni Settanta, quando la convergenza delle implicazioni della prima grande crisi petrolifera e delle tremende «inquietudini» sociali dell’epoca – non ultimo un terribile terrorismo – spinse all’adozione di importantissime riforme, tra cui la legge sull’«occupazione giovanile» del 1977 e l’adozione del Servizio Sanitario nazionale nel 1978 (di entrambe fu artefice, con altre e altri, la prima ministra donna italiana, Tina Anselmi).
L’Italia un laboratorio per progetti emblematici
Occorre, quindi, fare di «progetti», «programmazione», «capacità progettuale», le vere parole chiave. La questione «progetti» è cruciale, perché con essa è in gioco la possibilità di mutare radicalmente il modello di sviluppo. Solo le istituzioni pubbliche possono tendere a ciò. Invece, paghiamo a caro prezzo, soprattutto in Italia, l’arretramento del perimetro pubblico voluto dall’ostilità allo Stato del neoliberismo, espressosi in esternalizzazioni e privatizzazioni che hanno svuotato, depotenziato e dequalificato le capacità pubbliche.
Le amministrazioni nazionali debbono al blocco del turnover la mancanza di circa 500.000 lavoratori che lasciano vuote altrettante posizioni cruciali: geologi, archeologi, urbanisti, architetti, esperti in beni culturali, pianificatori, economisti, informatici, operatori sanitari e della cura. A questa situazione deprimente, tuttavia, non bisogna rassegnarsi come è implicito, invece, quando si ricorre in modo massiccio e deresponsabilizzante a trasferimenti monetari (di cui è parte anche il reddito di cittadinanza), bonus, incentivi fiscali. Le analisi sui fiscal multiplier, tra cui quelle dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale da tempo documentano che, mentre il moltiplicatore in termini di maggiore Pil e di maggiore occupazione della riduzione delle tasse (di cui la decontribuzione è parte) è basso (circa lo 0,5%), il moltiplicatore degli investimenti pubblici può essere particolarmente alto (fino all’1.5% di aumento del PIL nel primo anno e 3% nel medio periodo). Ciò si verifica soprattutto se gli investimenti vengono effettuati in periodi di bassa crescita con bassi tassi di interesse e finanziati in debito (la cui sostenibilità è assicurata da un effetto espansivo cumulato dell’output che si riflette in una diminuzione del rapporto debito/Pil). E del resto è sempre Keynes che ci segnala che «non dovrebbe essere difficile accorgersi che 100.000 case nuove rappresentano un’attività per la nazione mentre un milione di disoccupati sono una passività».
Rispetto a tutto ciò l’Italia può rivelarsi un laboratorio emblematico. Vi sono esempi salutari, piuttosto che gli investimenti in riarmo, di campi in cui può prendere vita il nuovo modello di sviluppo:
1) tenuta del territorio, riassetto idrogeologico, salvaguardia e valorizzazione del paesaggio naturale e artistico (tutela dei bacini idrici, gestione dei corsi dei fiumi, consolidamento dei terreni franosi, messa in sicurezza dagli eventi sismici, manutenzione della viabilità urbana e extraurbana, tutela delle spiagge, bonifiche e trattamenti dei rifiuti, infrastrutturazione dei porti, ecc.), tutti ambiti da cui possono scaturire tecnologie alternative da utilizzare anche altrove;
2) rilancio delle città (con la valorizzazione degli innumerevoli beni culturali, l’attribuzione di maggior valore alle attività di cura, la bonifica e l’innalzamento della qualità della vita nelle aree interne e nelle periferie, la contrazione dei consumi energetici, l’infrastrutturazione digitale, la nuova mobilità e i nuovi assetti anche in relazione alla modifica delle funzioni tra centro, quartieri periferici, aree più vaste);
3) scuola, Università, ricerca (con la manutenzione e il rinnovamento del patrimonio edilizio, il reclutamento e la formazione del personale, l’offerta di materiale didattico digitale, il completamento dell’obbligo, l’aumento del numero dei laureati, la messa in opera di un sistema di formazione permanente che si ispiri alle 150 ore, uno shock da imprimere alla ricerca di base, il superamento del gap formativo tra Nord e Sud).
*Laura Pennacchi, economista, più volte eletta in Parlamento, è stata sottosegretario al Tesoro con Ciampi nel primo governo Prodi. È attiva nella Fondazione Basso e coordina il Forum Economia nazionale della Cgil. Ha pubblicato saggi per riviste e libri.