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Sabato 21 febbraio 2026
Un caccia decolla dalla USS Ford, novembre 2025 (Mariano Lopez/U.S. Navy/Planet Pix)
In poche settimane gli Stati Uniti hanno ammassato attorno all’Iran una grande quantità di mezzi militari, in vista di un possibile attacco già nei prossimi giorni. Il presidente Donald Trump ha parlato di «un’armada imponente»: era il termine che aveva già utilizzato prima dell’attacco di gennaio contro il Venezuela. L’armada dispiegata contro l’Iran, però, è molto più imponente, e fa pensare a un attacco più lungo e massiccio.
Il grosso delle navi da guerra è stato spostato nel mare Arabico settentrionale. Dall’Asia è arrivata la portaerei USS Abraham Lincoln assieme a tre cacciatorpedinieri: da giorni è ferma al largo dell’Oman. La Lincoln può trasportare fino a 90 aerei caccia (ma non è chiaro quanti ne stia trasportando attualmente). Altre navi sono posizionate nel golfo dell’Oman (il tratto di mare tra l’Oman e l’Iran, che dà accesso al golfo Persico) e vicino allo stretto di Hormuz.
Lo stretto è uno snodo fondamentale dei commerci mondiali: ci passa circa un quinto dei rifornimenti di petrolio di tutto il mondo, e l’Iran ha minacciato più volte di bloccarlo in caso di attacco. Anche per questo tre delle navi disposte più vicino alle coste iraniane hanno il compito di distruggere le mine marine e intercettare eventuali sottomarini.

Gli Stati Uniti hanno poi posizionato altri cacciatorpedinieri nel Mediterraneo orientale. Sta raggiungendo le vicinanze dell’Iran anche una seconda portaerei, la USS Gerald R. Ford, che era stata usata nell’attacco contro il Venezuela e arrivava proprio dal mar dei Caraibi. Assieme ai tre cacciatorpedinieri che la scortano (le portaerei si muovono quasi sempre accompagnate da altre navi, in quelli che sono definiti strike group o gruppi di battaglia) è entrata nello stretto di Gibilterra venerdì: si presume che sia diretta verso il Mediterraneo orientale. La USS Gerald R. Ford è la nave militare più avanzata del mondo.
Al momento il grosso delle navi si sta comunque tenendo abbastanza lontano dall’Iran, per evitare di essere colpito dai missili a corto raggio iraniani. L’Iran dispone anche di missili a più lungo raggio, come i missili balistici, che però sono meno precisi, e difficilmente riuscirebbero a colpire una nave in movimento.
Alle navi si aggiungono gli aerei. Le due basi militari americane più coinvolte sono quella di Muwaffaq Salti in Giordania e di Prince Sultan in Arabia Saudita (in rosso nella mappa qui sotto), dove gli Stati Uniti hanno spostato decine di caccia tra cui F-35 (i più avanzati al mondo), F-15 ed F-16. Oltre ai caccia da attacco sono stati inviati droni Reaper, aerei da ricognizione per la sorveglianza, elicotteri d’attacco e aerei con sistemi per interferire con le comunicazioni, tra gli altri.
I movimenti di mezzi per la logistica sono particolarmente imponenti: sono stati confermati decine di voli dagli Stati Uniti alle basi americane in Medio Oriente di aerei cargo, aerei da rifornimento e altri mezzi necessari per sostenere operazioni di combattimento prolungate. Questo è uno degli elementi che fanno pensare a un’operazione su scala più ampia di quella del mese scorso in Venezuela.

Il gruppo d’attacco della USS Ford, novembre 2025 (Mc2 Tajh Payne/U.S. Navy/Planet Pix)
Secondo una stima del Wall Street Journal, gli Stati Uniti non avevano così tanta potenza aerea in Medio Oriente (dunque mezzi dell’aviazione) da quando invasero l’Iraq nel 2003. È comunque una frazione delle forze di allora: oggi gli aerei da guerra predisposti per questa operazione sono decine, al tempo erano centinaia.

Gli Stati Uniti hanno otto basi militari permanenti in Medio Oriente, più decine di altre installazioni più piccole. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto negli scorsi giorni che nella regione ci sono attualmente tra i 30 e i 40 mila soldati statunitensi. Nelle ultime settimane le difese aeree di molte basi sono state ampliate con sistemi per intercettare eventuali missili lanciati dall’Iran. Altre basi sono invece state parzialmente evacuate.
Un’altra cosa che gli analisti stanno tenendo d’occhio sono i movimenti dei B-2, i bombardieri a lunghissimo raggio che gli Stati Uniti già usarono durante il loro attacco contro l’Iran dello scorso giugno. Si presume che i B-2, se utilizzati, partiranno dagli Stati Uniti per poi fare rifornimento nella base aerea britannica di Diego Garcia, a circa 5.200 chilometri dall’Iran. Non è detto però che succeda: già a giugno, mentre l’attenzione di tutti era rivolta verso Diego Garcia, i bombardieri americani fecero un’altra rotta, per cogliere di sorpresa le difese iraniane.

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