Bangladesh: nuovo rapporto sugli abiti “green”

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

 redaz

Campagna Abiti Puliti.

Il 19 febbraio si terrà il webinar di presentazione del nuovo report. Per partecipare bisogna registrarsi.

Quali sono le condizioni di lavoro nelle aziende di abbigliamento certificate LEED in Bangladesh?

Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta è il nuovo report realizzato da FAIR, organizzazione che coordina la Campagna Abiti Puliti (CAP), sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC) che opera a livello internazionale per portare alla luce e cercare di risolvere i casi di violazione dei diritti umani nei Paesi di produzione tessile.

La nuova indagine – i cui dati sono stati raccolti tra ottobre 2024 e maggio 2025 – nasce dalla collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity per valutare l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, dove si riforniscono diversi brand di moda che popolano le vetrine delle nostre città. Tra questi ci sono marchi come Benetton,  BestsellerDecathlonFruit of the Loom,  GAP,  H&M,  Hugo Boss,  KiabiM&SNEXTOVSZara e Wrangler.

L’obiettivo del rapporto è promuovere, allo stesso tempo, la tutela dell’ambiente, la protezione dei lavoratori e delle lavoratrici e un’occupazione di qualità: elementi fondanti della transizione giusta (just transition).

moda in bangladesh

Just Fashion è la campagna di Abiti Puliti per una transizione giusta nella moda

Le raccomandazioni ai brand

Dopo una fotografia qualitativa della realtà, il report di FAIR propone infatti una serie di raccomandazioni utili per raggiungere la transizione giusta

Tra queste, l’invito a tutte le aziende operanti in Bangladesh che non l’hanno ancora fatto, a firmare l’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell’industria tessile e dell’abbigliamento (Decathlon, Fruit of the Loom, Gap, Kiabi e Wrangler), un meccanismo vincolante sottoscritto all’indomani del crollo del Rana Plaza.

I marchi già coinvolti nel programma sono, inoltre, chiamati a utilizzare la propria influenza per includere i rischi legati allo stress da calore e altri pericoli climatici nelle ispezioni e nelle misure correttive vincolanti per i propri fornitori, garantendo allo stesso tempo prezzi equi e pratiche commerciali corrette.Ai brand, ai fornitori e al governo del Bangladesh si chiede di assicurare, attraverso una contrattazione efficace e normative vincolanti, l’adozione di misure contro tutte le forme di violenza e molestie di genere (Gender-Based Violence and Harassment) nelle fabbriche, e ad assicurare che le lavoratrici e i lavoratori possano formare e aderire liberamente ai sindacati di propria scelta senza timore di ritorsioni.

È fondamentale riconoscere un salario dignitoso, da considerare anche una misura primaria di adattamento, che consentirebbe ai lavoratori di scegliere abitazioni più sicure, un’alimentazione sana e di investire in sistemi di ventilazione, isolamento o raffrescamento per affrontare la crisi climatica.

Moda in Bangladesh: le certificazioni green non bastano

Dagli anni ‘80, il Bangladesh è uno dei principali attori nell’industria globale dell’abbigliamento; nel 2010 è diventato il secondo esportatore mondiale di abbigliamento (dopo la Cina) con un valore delle esportazioni di circa 12 miliardi di dollari, aumentati a oltre 34 miliardi nel 2019. Una situazione dovuta alle agevolazioni fiscali, agli incentivi alle esportazioni, a una forza lavoro a basso costo.

È da questo contesto che nasce la cosiddetta fast fashion.

Oggi il settore tessile conta 4 milioni di lavoratori, la cui stragrande maggioranza sono donne, che lavorano nelle quattromila fabbriche del Paese.

Di queste, sono 248 le fabbriche bangladesi che hanno ottenuto la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un fiore all’occhiello dal punto di vista della sostenibilità ecologica degli edifici e di riduzione dei consumi energetici, che ha permesso a molti marchi di migliorare la propria reputazione.

Il Bangladesh è addirittura leader mondiale nel numero di fabbriche certificate con questo standard. Ma non basta: la certificazione LEED qualifica come “green” fabbriche che non garantiscono in parallelo condizioni di lavoro dignitose, con salari adeguati e presenza di sindacati, elementi che sono invece essenziali per definire un’azienda che tutela i suoi lavoratori e lavoratrici.

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Proteste dei lavoratori tessili in Bangladesh (Foto CCC)

Le testimonianze delle lavoratrici

Tra le testimonianze si legge quella Fatima:

«L’ambiente è bello da vedere dall’esterno. All’interno, le politiche non vengono seguite correttamente. Le procedure e le regole di lavoro sembrano buone dall’esterno, ma non vengono seguite nella pratica. Questa fabbrica è “verde” solo di nome». 

Prosegue Shima:

«Se si guarda la fabbrica dall’esterno, è bella, sembra un giardino. Ma a che serve se non possiamo lavorare in pace? Abbiamo segnalato più volte il problema del calore estremo ai nostri supervisori, ma non è cambiato nulla. Abbiamo anche chiesto delle tende, se non altro per ripararci dalla luce diretta del sole, ma senza alcun risultato».

Allo stesso modo, Reshma ricorda l’esperienza collettiva nella fabbrica con queste parole:

«Tutti i lavoratori hanno affermato con grande convinzione che questo [luogo di lavoro polveroso] era la loro principale preoccupazione in materia di salute e ambiente. L’edificio è climatizzato e l’aria condizionata è sempre accesa. Ma non ci sono abbastanza ventilatori o aspiratori per eliminare la polvere, con il risultato che ci ammaliamo molto spesso. I lavoratori tossiscono o starnutiscono continuamente e noi lo abbiamo fatto notare. Negli ultimi sei anni abbiamo presentato diverse lamentele alla direzione ma non è stata intrapresa alcuna azione, se non quella di chiederci di indossare delle mascherine. Ma la quantità di polvere è così esagerata che le mascherine non riescono a proteggerci».

«Necessario includere i rischi climatici nelle ispezioni»

Su questo gravoso problema, interviene Kalpona Akter, presidente del sindacato Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation, premiata dal governo per il suo instancabile impegno a favore dei diritti delle lavoratrici tessili:

«Il Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili al mondo in fatto di clima: l’aumento delle temperature, le inondazioni e l’aumento del livello del mare minacciano sia le infrastrutture che la salute dei lavoratori. Ci aspettiamo che i firmatari dell’Accordo Internazionale includano nel programma di ispezione i rischi climatici, entro il prossimo 24 aprile 2026, data in cui ricorre l’anniversario del Rana Plaza».

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Kalpona Akter durante protesta per firma Accordo Internazionale (Foto BCWS)

Per una moda compatibile con i limiti del Pianeta

Tredici anni fa, in questa data, a Dacca (capitale del Bangladesh) crollò l’edificio Rana Plaza che causò migliaia di morti e feriti: una tragedia che mise in luce la negligenza nei confronti della sicurezza delle lavoratrici e la logica di sfruttamento alla base della fast fashion.

L’Accordo Internazionale che Campagna Abiti Puliti chiede alle aziende di sostenere e implementare è solo un primo passo per raggiungere una industria della moda davvero compatibile con i limiti del Pianeta, come spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti:

«Le politiche green, calate dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice nelle varie fasi della transizione, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari. Per farlo è necessario un cambiamento strutturale e sistemico a livello nazionale e internazionale».

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19 febbraio: webinar di presentazione del report

Il 19 febbraio (ore 11:00 CET – 16:00 BDT) si terrà il webinar di presentazione del nuovo report. L’incontro sarà multilingue (BN/IT/EN) per garantire un’ampia partecipazione di tutte le persone interessate. La moderazione è affidata al giornalista Giuliano Battiston e il programma prevede gli interventi di:

Kalpona Akter (Presidente del sindacato Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation)

Emanuele Leonardi (Università di Bologna)

Deborah Lucchetti (FAIR)

Aileen Robinson (Clean Clothes Campaign – International Office)

Rappresentante sindacale del Bangladesh – SUDD Cobas (Distretto tessile di Prato)

  • La partecipazione al webinar è libera, previa iscrizione.

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redaz

redaz

una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere ‘uno’ che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un’illusione, peraltro ingenua, di un’unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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