Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
di Mario Sommella (**) 18 febbraio 2026
Mentre il governo mobilita l’apparato repressivo per gli scontri di Torino e Meloni difende Pucci a Sanremo, 1.093 lavoratori morti e 600.000 infortuni nel 2025 passano sotto silenzio. Un’analisi delle priorità distorte della destra italiana.
La tempistica è stata perfetta, quasi cinica nella sua sincronia. Mentre l’Italia si divideva sugli scontri del corteo di Torino del 31 gennaio — con i titoli dei giornali che gridavano all’emergenza sicurezza e i partiti di governo che annunciavano nuove strette repressive — l’INAIL pubblicava i dati relativi alle denunce di infortuni e malattie professionali del 2025. Numeri che certificano l’ennesima strage di lavoratrici e lavoratori che si consuma quotidianamente nel nostro Paese. Ma questi numeri non hanno meritato nessun decreto d’urgenza, nessuna conferenza stampa indignata, nessuna mobilitazione politica.
Il contrasto è stridente. Un poliziotto ferito — certamente un fatto grave — è bastato a scatenare l’intero apparato repressivo dello Stato, con tanto di decreto sicurezza approvato in pochi giorni. Mille e novantatré morti sul lavoro, seicento mila infortuni, centomila malattie professionali non hanno suscitato nemmeno un commento di sdegno dalla maggioranza.
E mentre il Paese affrontava queste emergenze reali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni trovava il tempo di intervenire pubblicamente sulla rinuncia del comico Andrea Pucci alla co-conduzione di una serata del Festival di Sanremo. Post sui social, accuse alla “deriva illiberale della sinistra”, solidarietà all’artista. Un caso che ha mobilitato premier, vicepremier e ministri in una gara di dichiarazioni. Mentre sui morti del lavoro: silenzio.
Quando un comico vale più di mille morti: il caso Pucci
L’8 febbraio 2026, Andrea Pucci ha annunciato la rinuncia alla co-conduzione della terza serata di Sanremo, dopo giorni di polemiche. Deputati del PD avevano chiesto spiegazioni sulla sua scelta, citando episodi passati di battute considerate offensive. Pucci ha parlato di “insulti, minacce, onda mediatica negativa” ricevuti da lui e dalla sua famiglia.
La reazione del governo è stata rapidissima. Meloni sui social: “È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco. Questo racconta il doppiopesismo della sinistra. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”. Salvini, Tajani, il presidente del Senato La Russa: tutti mobilitati. La RAI ha emesso un comunicato parlando di “clima d’intolleranza” e “forma di censura”.
Le opposizioni hanno immediatamente colto la contraddizione. Giuseppe Conte: “Avevo chiesto a Meloni di dirci cosa vuole fare contro il boom di cassa integrazione ma nulla. Ora deve parlare del comico Pucci. Cari italiani, dei vostri problemi con la sanità, le bollette, i bassi salari a questo governo interessa poco o nulla”. Renzi con ironia: “Fa ridere un governo in cui premier e vicepremier danno solidarietà a un comico e non parlano di tasse e sicurezza”.
Un comico che rinuncia a un festival merita l’intervento della presidente del Consiglio, del presidente del Senato, dei vicepremier, dei ministri. Oltre mille morti sul lavoro in un anno no. Questa è la fotografia dell’Italia di Meloni.
Decreto lampo per Torino, nulla per i morti sul lavoro
L’altra emergenza che ha mobilitato il governo: gli scontri di Torino del 31 gennaio. Circa 50.000 persone in piazza contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Scontri violenti con oltre cento agenti feriti, tra cui Alessandro Calista, aggredito con un martello. Una camionetta incendiata, ore di guerriglia urbana.
La reazione: Meloni ha parlato di “tentato omicidio”, visitando i feriti. Il ministro Piantedosi di “matrice eversiva e potenzialmente terroristica”. Nel giro di pochi giorni, il 5 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza: fermo preventivo fino a 12-24 ore per i manifestanti sospetti, scudo penale per gli agenti, sanzioni più pesanti per i cortei non autorizzati, divieto di porto di coltelli oltre i 5 centimetri.
Ricapitoliamo: per gli scontri di Torino, decreto d’urgenza in cinque giorni. Per la rinuncia di Pucci a Sanremo, intervento pubblico della premier e di tutto il governo. Per 1.093 morti sul lavoro: nulla.
I numeri della strage quotidiana
Mentre accadeva tutto questo, i dati INAIL raccontavano un’altra Italia. Nel 2025, 1.093 persone hanno perso la vita mentre lavoravano: 798 in occasione di lavoro e 295 in itinere. Tre morti al giorno, tutti i giorni, per tutto l’anno. Le denunce di infortunio totali sono state circa 600.000. Le malattie professionali denunciate hanno raggiunto le 100.000 unità, con un aumento del 10,2% rispetto al 2024.
Eppure, nessun decreto d’urgenza. Nessuna conferenza stampa. Nessuna visita ai familiari delle vittime. Nessun post sui social della premier. Solo la solita “retorica dell’incidente”: fatalità, tragico evento, inspiegabile disattenzione. Un linguaggio studiato per normalizzare l’orrore.
Chi muore: donne, anziani e stranieri
L’analisi dei dati INAIL rivela tre elementi fondamentali. Il primo riguarda le lavoratrici: 98 donne morte, di cui 52 — più della metà — in itinere, nel tragitto casa-lavoro. Un dato che non può essere separato dall’organizzazione sociale patriarcale, dove il lavoro di cura ricade quasi interamente sulle donne. Il doppio o triplo lavoro si traduce in fatica, stress, fretta: fattori che uccidono sulla strada.
Il secondo elemento: l’età. L’incidenza più elevata si registra tra gli ultrasessantacinquenni: 108,7 decessi ogni milione di occupati, quasi quattro volte la media nazionale. La fascia più colpita numericamente è 55-64 anni, con 300 vittime. Sono le conseguenze della legge Fornero: persone con corpi consumati, riflessi rallentati, costrette a lavorare nei settori più pericolosi ben oltre i limiti fisici ragionevoli. L’innalzamento dell’età pensionabile è una condanna a morte.
Il terzo elemento è il più inquietante: i lavoratori stranieri. Su 1.093 morti, 251 erano migranti — circa un quarto del totale. Il rischio di morte per un lavoratore straniero è più che doppio: 72,4 contro 28,8 ogni milione di occupati. La spiegazione va cercata nella legge Bossi-Fini del 2002, che lega permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Questo meccanismo fornisce un’arma micidiale: il ricatto della clandestinità. Chi protesta per le condizioni di sicurezza rischia di perdere non solo il lavoro ma anche il diritto a rimanere in Italia. Nel lavoro nero, negli appalti infiniti, nelle cooperative fittizie, i lavoratori stranieri diventano carne da macello.
Le malattie che il sistema nasconde e le stragi dimenticate
Oltre agli infortuni, l’INAIL registra le malattie professionali: patologie che si sviluppano negli anni per esposizione a rischi lavorativi. Nel 2025 le denunce hanno raggiunto quota 100.000, con un aumento dell’80% rispetto al 2021. Tra queste, oltre 2.000 sono patologie tumorali. Il “miracolo italiano” si è sviluppato avvelenando territori e vite. Il caso Miteni di Trissino, dove per decenni si sono prodotte sostanze che hanno contaminato le falde acquifere di un’area vastissima. Ancora oggi muoiono di mesotelioma lavoratori esposti all’amianto decenni fa. L’Italia lo ha vietato solo nel 1992, con decenni di ritardo.
Il 2024 è stato costellato di stragi sul lavoro che hanno brevemente attirato l’attenzione dei media: 16 febbraio, 5 operai morti nel cantiere Esselunga a Firenze; 9 aprile, 7 lavoratori nell’esplosione della centrale Enel di Suviana; 6 maggio, 5 operai asfissiati in una fognatura a Casteldaccia; 9 dicembre, 5 lavoratori nell’esplosione del deposito Eni di Calenzano. In ognuno di questi casi, cordoglio istituzionale, promesse di controlli. Poi il silenzio. Le famiglie restano sole, il sistema riprende a girare esattamente come prima.
Perché nessuno reagisce: il sistema che non vuole vedere
I numeri restano così alti perché il sistema dei controlli è largamente inadeguato. L’ISTAT certifica che nei cantieri edili il livello di irregolarità supera il 75%. Tre cantieri su quattro violano le norme di sicurezza. Gli ispettori sono troppo pochi. Le sanzioni, quando ci sono, sono irrisorie rispetto ai profitti realizzati risparmiando sulla sicurezza. I processi si trascinano per anni e spesso finiscono in prescrizione. Il messaggio è chiaro: violare le norme conviene.
Vale la pena un confronto. L’ISTAT aveva certificato circa 150 femminicidi all’anno tra il 2012 e il 2016. Ci sono volute le mobilitazioni femministe, la voce del padre di Giulia Cecchettin, per alzare finalmente l’attenzione sociale e politica. Oggi si parla di femminicidio, ci sono fondi (insufficienti) per i centri antiviolenza, si discute di educazione. La seconda guerra di mafia ha provocato tra 400 e 1.000 morti: lo Stato ha reagito con il pool antimafia, il 416-bis, le leggi sulla confisca.
Di fronte a oltre mille morti sul lavoro all’anno, invece, nessuna reazione paragonabile. Non c’è una “Direzione Nazionale Anti-Strage”, non ci sono leggi speciali, non ci sono mobilitazioni di massa. Perché? Perché le morti sul lavoro sono il prodotto diretto del normale funzionamento del capitalismo, del suo bisogno di comprimere i costi e massimizzare i profitti. Sono, usando un termine marxiano, “omicidi necessari” alla riproduzione del sistema. Combatterli davvero significherebbe mettere in discussione i meccanismi fondamentali dell’organizzazione produttiva.
I sindacati confederali sono oggi deboli, divisi, a volte silenziosi. Quando parlano di sicurezza, evocano la necessità di aumentare la “cultura della sicurezza”: una locuzione generica che rimuove l’analisi sistemica e le responsabilità concrete. Come se il problema fosse una mancanza di consapevolezza individuale e non invece un sistema che strutturalmente sacrifica la vita al profitto. La classe lavoratrice è atomizzata, frammentata dal precariato, dal subappalto, dalle false partite IVA. Il ricatto è sempre lo stesso: o accetti queste condizioni, o qualcun altro lo farà al posto tuo.
Un’altra economia è possibile: la lezione della GKN
Eppure emergono segnali di resistenza. La vicenda dei lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio rappresenta un esempio di come sia possibile immaginare forme diverse di organizzazione del lavoro. Quando nel luglio 2021 la multinazionale ha chiuso lo stabilimento con un licenziamento collettivo via email, i 422 lavoratori hanno occupato la fabbrica e costruito un’alternativa produttiva basata sull’autogestione e sulla conversione ecologica. Il progetto “Insorgiamo” propone di riconvertire lo stabilimento per produrre pannelli solari e cargo-bike, senza padroni, in forme di proprietà collettiva.
L’esperienza dimostra che è possibile pensare a un lavoro dignitoso e sicuro, che consenta di autogestire la propria vita. Quando sono i lavoratori stessi a decidere come, cosa e per chi produrre, la sicurezza diventa una priorità intrinseca e non un costo da minimizzare. Nessun lavoratore sceglierebbe liberamente di mettere a rischio la propria vita o quella dei colleghi per aumentare i profitti di un azionista lontano. L’autogestione è anche una garanzia di sicurezza, perché elimina alla radice il conflitto di interessi tra chi lucra sul lavoro altrui e chi quel lavoro lo svolve con il proprio corpo.
Quale emergenza? La gerarchia delle priorità della destra
Torniamo al punto di partenza: la coincidenza tra scontri di Torino, caso Pucci-Sanremo e pubblicazione dei dati INAIL.
Questa coincidenza illumina perfettamente le priorità del governo Meloni.
Da un lato, mobilitazione massiccia per alcuni danneggiamenti e il ferimento di agenti: decreti d’urgenza, nuove norme liberticide.
Dall’altro, tutta la compagine governativa mobilitata per difendere un comico che rinuncia a Sanremo: post della premier, dichiarazioni dei vicepremier, telefonate del presidente del Senato.
E dall’altra parte? Silenzio su 1.093 morti, 600.000 infortuni, 100.000 malattie professionali. Nessun decreto d’urgenza per la sicurezza sul lavoro. Nessun post di Meloni sui tre lavoratori che muoiono ogni giorno. Nessuna telefonata alle famiglie delle vittime.
Questa asimmetria non è casuale. Rivela la natura di classe di questo governo. Le manifestazioni di piazza rappresentano una minaccia all’ordine costituito: vanno represse.
Un comico “di destra” che rinuncia a Sanremo diventa l’occasione per denunciare la “deriva illiberale della sinistra”, per costruire una narrazione di vittimismo. Le morti sul lavoro, invece, sono funzionali al sistema.
Sono il prezzo che il capitalismo esige per continuare a funzionare. Per questo non c’è decreto che tenga. Per questo non c’è post sui social. Per questo il governo può guardare altrove mentre ogni giorno tre lavoratori muoiono.
In estrema sintesi: cos’è il capitalismo se non lo sfruttamento della maggioranza di esseri umani, costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere, da parte di pochi detentori dei mezzi di produzione, in nome di un profitto che non guarda in faccia niente e nessuno? Le mille morti sul lavoro dell’Italia del 2025 non sono un’anomalia. Sono la manifestazione più brutale di questo meccanismo.
Constatata l’incompatibilità del capitalismo con la vita e la dignità umana, ciò che appare sempre più necessario è un’azione collettiva che dimostri, come testimonia la vicenda della GKN, che è possibile una lotta per un lavoro dignitoso e sicuro. Che si può immaginare una via d’uscita alla crisi in nome della giustizia sociale e climatica. Che i morti sul lavoro non sono una fatalità inevitabile, ma il prodotto di scelte precise che possono e devono essere cambiate.
Fino ad allora, continueremo a contare i morti. Tre al giorno. Mille all’anno. Mentre il governo si occupa di Sanremo e di chi può salire sul palco dell’Ariston. In un silenzio assordante che è la vera emergenza di questo Paese.
(**) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com

LE “SCOR-DATE” DI OGNI GIORNO E I NUMERI BUGIARDI
UNA NOTA DELLA REDAZIONE DELLA “BOTTEGA”
Su questo blog trovate una sezione che si chiama «scordate». Fra le notizie più taciute, travisate, dimenticate ci sono i morti sul lavoro: «omicidi bianchi», cioè delitti fatti da chi non si sporca di sangue ma lascia che a macinare vittime sia l’organizzazione del lavoro. Raramente “rintracciati” gli assassini vengono poi assoolti da leggi compiacenti, prescrizioni , apposite amnistie.
E poi dimenticati in fretta, comre i loro familiari. Il 17 febbraio 2024, come potete leggere qui sopra, Edison Malaj muore a Frascineto; il 7 febbraio 2023 stessa sorte tocca. Nei cantieri del Terzo Valico, a Salvatore Cucè. Nrssun processo finora per accertare le responsabilità, nessun risarcimento per le famiglie.
Da tempo in “bottega” riprendiamo le notizie e i dossier elaborati da Carlo Soricelli, curatore dell’Osservatorio di Bologna morti sul lavoro: http://cadutisullavoro.blogspot.it. Qui il suo articolo più recente, il 1° febbraio: Calo di morti sul lavoro: gennaio 2026 fa sperare … (in una inversione di tendenza). Ovviamente c’è da augurarsi che il calo ci sia davvero e si consolidi. Ma molte giornate restano tragiche. Il 16 febbraio, a esempio, i morti segnalati sono 6:
– Luca Pezzulla, 22enne trovato accanto a un carrello elevatore ribaltato, era il figlio del titolare dell’impresa
– Giovanni Varetto, 95enne agricoltore che ancora lavorava riaccende la strage di agricoltori schiacciati dal trattore («è il quinto quest’anno e l’anno scorso 143, oltre 3000 morti in questo modo orrendo da quando 19 anni fa ho aperto l’Osservatorio» annota Soricelli)
– Giuseppe Lesioli, un altro anziano 80enne titolare con in fratello di un’impresa edile di Calvisano (Brescia), caduto da una scala
– Giacomo Casagrande, 71enne agricoltore di Montebelluna è rimasto schiacciato dall’albero che tagliava
– Catalin Moise Robu, romeno di 55enne caduto da un ponteggio mobile nel cremonese. I romeni pagano un prezzo altissimo di sangue. Sono già 19 gli stranieri morti sui luoghi di lavoro quest’anno, ma molti altri muoiono anche in itinere
– Un operaio 48enne dello Sri Lanka residente a Montelabbate (Pesaro Urbino) è morto investito in bicicletta quando ancora non c’era luce.
Oggi, 18 febbraio, arriva notizia di un altro operaio morto (senza nome finora, ma si sa che ha 32 anni: macabre stranezze dell’informazione) a Isola della Scala nel veronese.
Mille morti ogni anno come scrivono (anche qui sopra) i rari giornalisti che ne parlano. Purtroppo in realtà sono molti di più, come ci ha insegnato Carlo Soricelli: «Perchè una parte consistente delle vittime viene esclusa dalle statistiche ufficiali con la motivazione che non è di competenza INAIL». Assurdi statistici. I dati consolidati del 2025 – riassume Soricelli – sono peggiori: «Nel 2025, ogni 24 ore sono morti 3,95 lavoratori, compresi sabati e domeniche.
Nell’intero 2025, sono 1.432 i lavoratori morti (dato parziale) inclusi i decessi in itinere e quelli per Karoshi – termine giapponese che significa morte per superlavoro». Ma questo governo (come i precedenti, purtroppo) non se ne preoccupa.
