“Board of Peace”: il consiglio di guerra travestito da tavolo della pace

Dal blog https://www.lafionda.org

23 Feb , 2026|Giuseppe Gagliano

Chiamarlo “Board of Peace” è già un capolavoro di comicità involontaria: un’etichetta da convegno aziendale appiccicata sopra una sceneggiata geopolitica, con un capo banda che distribuisce patenti di virtù e minacce di punizione. La pace, in questo copione, è come il dessert nel menù: si declama, non si serve. Intanto si contano i morti a Gaza, si discute di “due popoli e due Stati” come si discute di diete dopo una cena di trenta portate, e soprattutto si prepara l’altro piatto forte: l’ennesima resa dei conti nel Golfo, con l’Iran nel mirino e il petrolio come termometro del mondo.

Il punto non è sedersi a un tavolo. Il punto è a quale tavolo ti fanno sedere e con quale postura: schiena dritta o testa bassa. Qui la postura è chiara. Trump, senza fronzoli, detta la linea: chi non è al tavolo “fa il furbo”. Traduzione: chi non firma in bianco, paga. Ed ecco il “consiglio di pace” diventare un dispositivo di obbedienza: una liturgia dell’allineamento, con i fedeli chiamati a ratificare decisioni prese altrove, su Gaza oggi e su Teheran domani. La novità non è l’imperialismo, che non l’ha inventato Trump. La novità è lo stile: non più il predicozzo morale con tanto di lacrime umanitarie, ma il ricatto in diretta. È il potere che smette di truccarsi.

Italia “osservatrice”: la sottomissione in prova generale

Poi c’è la parte comica, che da noi diventa sempre una tragedia amministrativa: l’Italia che partecipa “da osservatore”. Come quelli che vanno al corso di autodifesa e si presentano in ciabatte, però pretendono il diploma. Se la linea è davvero questa, perché osservatori e non membri? Perché l’ambiguità è la nostra seconda lingua: partecipiamo per non dispiacere, ma restiamo sulla soglia per poter dire, domani, che “noi in realtà…”. È il solito gioco: stare dentro e fuori, come i ragazzini che buttano il sasso e poi nascondono la mano.

E intanto, sul piano politico, la sostanza è una sola: aderire anche solo come spettatori significa legittimare un club con un capo che si attribuisce diritto di veto su tutto e pretende che gli altri ratifichino. È una limitazione di sovranità, ma non nel senso alto e costituzionale delle scelte condivise tra pari. È una limitazione di sovranità in regime di gerarchia: uno comanda, gli altri applaudono e spiegano ai propri elettori che è “nell’interesse nazionale”.

Gaza, la pace e il popolo mancante

La pace “per Gaza” è il paravento perfetto. Perché la pace, se davvero la vuoi, ti obbliga a dire cosa succede dopo: istituzioni, confini, sicurezza, risorse, ricostruzione, diritti. Qui invece la pace è un cartello pubblicitario: bello da fotografare, inutile da abitare. E mentre si recita la formula “due popoli e due Stati”, la realtà corre in direzione opposta: leggi, misure, fatti compiuti che rendono lo Stato palestinese una parola sempre più simbolica, sempre meno geopolitica.

Il punto non è solo l’assenza di un progetto per i palestinesi. Il punto è che la questione palestinese viene usata come moneta di scambio dentro un disegno più grande: stabilizzare l’asimmetria regionale, consolidare la superiorità militare di Israele, tenere l’Iran sotto pressione e costringere gli alleati arabi a restare agganciati al sistema di sicurezza americano. Pace, sì: ma come sinonimo di “ordine”, cioè immobilità sotto tutela.

L’Iran e il Golfo: quando la “pace” diventa preludio

Il Board nasce mentre rimbalzano voci, segnali, posture da escalation. E qui l’ipocrisia è quasi didattica: si convoca il tavolo della pace mentre si parla di ultimatum e di “dieci giorni” per chiudere una partita con Teheran. Non è diplomazia, è countdown.

E se davvero lo scontro prende quota, il teatro non è solo l’Iran: è il Golfo. Rotte, colli di bottiglia, assicurazioni marittime, prezzi energetici. Lì passa una fetta enorme dell’equilibrio globale: basta un sussulto e la geopolitica diventa inflazione, la strategia diventa bolletta, la retorica diventa recessione. Le monarchie del Golfo lo sanno: sono ricche, ma fragili. Hanno patrimoni, ma anche paura. Per loro ogni scintilla è rischio sistemico.

Il nuovo colonialismo: spartirsi il mondo senza più fingere

Qui si arriva al cuore: il Board non è una conferenza di pace, è un modello di governo internazionale a comando unico. Un ritorno, senza nostalgia ma con metodo, alla logica ottocentesca delle zone d’influenza: si decide tra pochi, si distribuiscono compiti, si impongono fedeltà. E se serve, si “mettono in riga” i governi: non sempre rovesciandoli, spesso strangolandoli economicamente, selezionando chi merita ossigeno e chi deve restare in apnea.

È un sistema che piace anche ai rivali di Washington quando conviene: perché la spartizione, a differenza del diritto internazionale, è un linguaggio che tutti capiscono. Il problema è che, quando la politica diventa spartizione, la guerra non è l’eccezione: è una funzione.

Conclusione: un club per la pace che vive di guerra

Alla fine, il “Board of Peace” è l’ennesimo esempio di geopolitica come marketing: chiamare pace ciò che serve a gestire la guerra. Un’architettura di controllo costruita con due materiali: l’obbedienza degli alleati e la pressione sugli avversari. Gaza è la vetrina morale. L’Iran è il bersaglio strategico. L’Europa, come spesso accade, è la comparsa ben vestita che paga il biglietto e ringrazia per l’invito.

E l’Italia? È lì, a fare “l’osservatrice”, cioè a partecipare alla sottomissione con il pudore di chi non vuole farsi vedere in foto troppo da vicino. Ma in questi club funziona sempre allo stesso modo: prima osservi, poi firmi. E quando firmi, non lo chiami vassallaggio. Lo chiami realismo. E speri che nessuno ti chieda quanto costa.

Di: Giuseppe Gagliano

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