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Antonio Sanguinetti 23 Febbraio 2026
Le lotte per la stabilizzazione dei precari Cnr, l’ente di ricerca pubblico più grande d’Italia avvengono nell’assenza del dibattito pubblico
«No other choice» è la frase che Man-soo ripete continuamente a sé stesso nell’omonimo film coreano, mentre uccide uno dopo l’altro tutti i suoi avversari. Ha dedicato tutta la sua vita alla produzione della carta: non un semplice lavoro, ma la passione di un’intera esistenza, una vocazione. Un sentimento che non trova però alcuna corrispondenza nei nuovi proprietari dell’industria, impegnati in una ristrutturazione permanente fatta di licenziamenti e di un’incessante corsa verso la completa automazione. Dopo 25 anni di lavoro e dedizione, Man-soo perde il posto ed è costretto a entrare in una competizione feroce con persone che gli somigliano in tutto: stessa biografia, stesso percorso professionale, stesse competenze. I suoi avversari non sono semplici colleghi, ma individui la cui esperienza di vita e di lavoro si sovrappone alla sua. Eppure, uno dopo l’altro, li uccide. «No other choice».
Il film offre una metafora che si adatta con sorprendente precisione anche al settore della ricerca. Così come il protagonista ha investito nel proprio «capitale umano» sacrificando la vita privata, il ricercatore consuma il tempo libero lavorando per accumulare pubblicazioni e relazioni. La passione, – per la carta o per il sapere – si riduce così a una giustificazione dell’auto-sfruttamento senza limiti, interiorizzato e normalizzato. L’industria coreana diventa l’esempio di un modello lavorativo basato sulla concorrenza, che dispone gli individui gli uni contro gli altri. Una situazione simile a quella che si verifica nell’istituto di ricerca del Cnr dove lavoro: 75 colleghi e colleghe precari che competiamo per un unico posto a tempo indeterminato. La stessa logica si estende ai grant europei e nazionali, dove pochi vincitori prendono tutto: una sorta di lotteria della ricerca in cui solo uno conquista il jackpot milionario. Il rischio è quello di rimanere soli come Man-soo, in una fabbrica – università o centro di ricerca – deserta. Vincere si traduce in un successo personale, ma comporta un costo sociale enorme. Il «no other choice» coreano è il completamento individuale del «There is no alternative» degli anni Ottanta. Se il secondo ha trasformato la società dall’alto, il primo ne rappresenta la feroce interiorizzazione. La distruzione del legame sociale ha lasciato sul terreno una somma di solitudini: rimangono solo il lavoro, la famiglia e la propria realizzazione, a discapito degli altri.
Dal «no other choice» alla mobilitazione
Nella ricerca sopravvivono in pochi. I dati raccolti dall’Associazione dottorandi italiani (Adi) nel 2019 mostravano come solo il 9,5% degli assegnisti avesse la possibilità di diventare strutturato. Di fronte a dati come questi, il messaggio implicito è uno solo: ripetersi «no other choice» e fare come Man-soo. Negli ultimi due anni, però, le mobilitazioni nel settore della ricerca hanno mostrato che alternative esistono. Al Cnr lavoratori e lavoratrici precarie sono stati al centro di un intenso ciclo di mobilitazioni, avvenuto mentre si stava gonfiando la bolla di precariato nella ricerca causato dall’attuazione del Pnrr. Uno degli slogan che più rappresenta i due anni di mobilitazione è stato «fino all’ultimo precario», una rivendicazione chiara che chiede l’avvio di un processo di stabilizzazioni secondo quanto previsto dalla cosiddetta legge Madia del 2017. Una richiesta ampia al fine di assorbire tutto il personale precario secondo i due canali previsti: uno per i tempi determinati e l’altro per gli assegnisti di ricerca. Oltre le rivendicazioni, un elemento più significativo è stato il livello di solidarietà che si è costruito nel tempo: nelle notti di occupazioni nella sede centrale del Cnr, nelle decine di iniziative pubbliche, nelle chat di coordinamento. Una solidarietà che ha superato le frammentazioni territoriali e disciplinari. La lotta per la stabilizzazioni al Cnr è una vertenza storica, iniziata subito dopo l’approvazione della legge Madia. A seguito del provvedimento, i precari e le precarie hanno animato un lungo ciclo di mobilitazioni che ha portato all’assunzione di oltre 1.800 lavoratori e lavoratrici interne tra ricercatori, tecnologi, tecnici e amministrativi. Un processo che è avvenuto dopo anni di blocco delle assunzioni. Un risultato che ha lasciato in eredità una forte coscienza sindacale e l’idea condivisa che si può vincere. Insieme si può uscire dalla precarietà. Gli anni di mobilitazione non hanno solo prodotto fiducia nelle forme di mobilitazione ma hanno anche lasciato sul terreno dei preziosi strumenti organizzativi. È nato il movimento «Precari Uniti Cnr» strutturato a livello nazionale: dal coordinamento che mette insieme le persone più attive; ai referenti locali presenti in ogni regione, città, istituto del Cnr; fino al gruppo di gestione della comunicazione social. Tramite una cassa di supporto vengono sostenute parzialmente anche le spese di viaggio verso Roma. Un organismo informale che permette di dialogare con le organizzazioni sindacali e di essere riferimento per politici e giornalisti.
La bolla di precariato del Pnrr
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha previsto degli investimenti nell’ambito dell’Istruzione e della ricerca. In particolare il Ministero dell’Università e della Ricerca ha gestito un budget di 8,55 miliardi destinato a diverse tipologie di collaborazioni e interventi su temi strategici: i partenariati estesi, gli ecosistemi dell’innovazione, la creazione di campioni nazionali di Ricerca e Sviluppo, le infrastrutture di ricerca, il finanziamento dei Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (Prin) e dei progetti di giovani ricercatori. Le risorse stanziate hanno consentito l’avvio di numerosi progetti che hanno coinvolto attori istituzionali pubblici e privati ma soprattutto atenei ed enti di ricerca. La realizzazione dei progetti ha richiesto l’acquisto di attrezzature specifiche e, ovviamente, l’assunzione di personale ad hoc per svolgere le ricerche. Tuttavia, gli investimenti del Pnrr si sono innestati in un contesto caratterizzato da una cronica scarsità strutturale di risorse. L’Italia, infatti, finanzia la ricerca per circa il 1,37% del Pil, una quota notoriamente inferiore rispetto a quella di altri paesi europei. Per avere un metro di paragone dell’impatto, il fondo annuale per le università nel 2025 è stato di 9,4 miliardi di euro, mentre quello per gli enti pubblici vigilati dal Mur non raggiunge gli 1,5 miliardi. Tali finanziamenti non sono limitati ai progetti ma comprendono tutte le spese ordinarie. In questo contesto l’enorme espansione delle risorse a disposizione con il Pnrr ha avuto come effetto principale l’allargamento senza precedenti del personale precario nella ricerca, senza che fosse prevista alcuna prospettiva di stabilizzazione successiva.
L’aumento dell’occupazione ha seguito la traiettoria di una bolla speculativa: una crescita anomala, non sostenuta dai fondamentali di bilancio, seguita da un’inevitabile ridimensionamento al termine del finanziamento straordinario. Il Cnr ha ricevuto circa 800 milioni di euro di finanziamento totale. Con queste risorse sono stati assunti più di mille tempi determinati, oltre a un numero mai precisato di assegnisti di ricerca. La «bolla» del Pnrr si è così sommata alla condizione ordinaria di precarietà strutturale che caratterizza da anni la ricerca pubblica. Nel 2024, al Cnr lavoravano complessivamente circa 4 mila precari, considerando tutte le tipologie contrattuali e i diversi profili professionali. In termini relativi, la precarietà riguardava circa il 30% dell’intero personale dell’ente.
La precarietà di chi fa ricerca non costituisce una fase transitoria o marginale del percorso professionale, al contrario si configura sempre più come una condizione strutturata e prolungata. Gli effetti di questa condizione sono molteplici. Da un lato, la precarietà ridefinisce in profondità i significati del lavoro in particolare riguardo all’indipendenza scientifica. Un lavoratore precario difficilmente può contestare i contenuti e i paradigmi del suo lavoro, sia rispetto ai propri responsabili sia alle linee generali di finanziamento. Si pensi, ad esempio, ai programmi di riarmo: quanto può opporsi allo specifico utilizzo della propria ricerca un ricercatore con un contratto in scadenza, la cui carriera dipende proprio da quei fondi? Dall’altro lato, l’assenza di una forma contrattuale stabile moltiplica le incertezze: il futuro professionale, l’indipendenza economica, il luogo di vita. La mobilità è un fattore stesso di destabilizzazione. La mobilità richiesta oggi, per usare le parole dell’attuale ministra della università e ricerca Bernini, è quella della rondine. Una migrazione stagionale e periodica al solo fine di usufruire di nuovi contratti a termine. L’internazionalizzazione in quest’ottica non è più la scelta libera dell’intellettuale per contribuire al dibattito scientifico, ma è solo un’ulteriore estensione della precarietà e incertezza.
Quale futuro per il Cnr?
Il Cnr è l’ente di ricerca pubblico più grande d’Italia, le cui sedi sono presenti in tutte le regioni. Di fatto rappresenta un presidio scientifico anche nelle aree più periferiche, dove difficilmente arrivano i grandi finanziamenti competitivi dell’Unione europea. Questa capillarità territoriale conferisce all’ente un ruolo decisivo, in termini di competenze scientifiche e di impatto sociale. Il consiglio si compone di 88 istituti ripartiti in sette diversi dipartimenti, e si caratterizza per una spiccata multidisciplinarietà che lo colloca al centro del sistema della ricerca italiana. Il futuro, però, appare tutt’altro che certo. Nella primavera dello scorso anno, il governo era intenzionato a commissariare l’ente dopo la scadenza della precedente governance. Tuttavia, dopo tre mesi di vuoto istituzionale, senza presidente né consiglio di amministrazione, a fine luglio è stato nominato un nuovo presidente: Andrea Lenzi, professore emerito di Endocrinologia alla Sapienza ed ex presidente del Cun (Consiglio universitario nazionale). La durata del suo mandato, però, non potrà superare i due anni, poiché al momento della nomina Lenzi era già in pensione. Nonostante la natura provvisoria e la brevità dell’incarico, il governo ha assegnato alla nuova governance una missione ambiziosa: la riorganizzazione dell’ente. Un progetto di cui, ad oggi, non sono chiari i contenuti complessivi, ma il cui obiettivo dichiarato sembra essere principalmente la riduzione del numero degli istituti. Ancora una volta, dunque, il futuro del Cnr viene associato a tagli, accorpamenti e ridimensionamenti. Un’ipotesi particolarmente problematica se si considera che, sul piano dei finanziamenti, il CNR è già nettamente sottodimensionato rispetto ai suoi omologhi europei.
Il futuro del Cnr è messo in discussione non solo dalla riorganizzazione della struttura amministrativa e dalla scarsità di fondi a disposizione. Uno dei nodi da affrontare nel prossimo futuro riguarda l’alto numero di pensionamenti. Dal 2024 al 2028 sono previsti circa mille pensionamenti su 8.432 dipendenti a tempo indeterminato, ciò vuol dire che più del 10% del personale attualmente in servizio in 4 anni lascerà l’ente. La questione centrale diventa allora: quanti di questi lavoratori verranno sostituiti? Una norma già prevede, a partire dal 2026, un limite al 75% del turn over. La mancata sostituzione del personale apre a due scenari possibili, entrambi problematici. Il primo è un ridimensionamento delle attività dell’ente, con la conseguente chiusura di progetti e linee di ricerca. Il secondo è la sostituzione di lavoratori stabili con nuovo personale precario, perpetuando e ampliando la condizione di instabilità strutturale.
Entrambe le ipotesi rappresentano il segnale di un ulteriore disinvestimento pubblico nella ricerca e di un inevitabile peggioramento delle condizioni di lavoro. Un destino che non riguarda solo il Cnr, ma il ruolo stesso della ricerca pubblica nel paese.
La democrazia delle stabilizzazioni
Nell’epoca delle meritocrazia, la stabilizzazione rappresenta uno degli ultimi strumenti di democrazia nel sistema della ricerca. Seguendo questa strada, la scelta di chi assumere non è demandata al giudizio discrezionale di commissioni spesso create ad hoc per l’interesse di qualcuno. Il criterio principale di selezione sono gli anni di precarietà sostenuti. Del resto, avere una lunga carriera da precario vuol dire aver passato diverse selezioni da assegnista di ricerca e da tempo determinato, aver lavorato su molteplici progetti, aver partecipato a diverse valutazioni. A che serve allora un altro concorso?
A ben vedere, lo strumento del concorso nella ricerca assolve almeno a due funzioni specifiche. La prima è quella della affiliazione: per superare una selezione pubblica è spesso necessario far parte di un gruppo di ricerca di riferimento, inserirsi in una rete di relazioni già esistente. In un contesto segnato da tagli e risorse limitate, il concorso svolge inoltre una seconda funzione, meno esplicita ma decisiva: governare la precarietà. Attraverso concorsi sporadici e altamente selettivi, il sistema produce e mantiene un bacino permanente di lavoro sottopagato, utilizzabile quando necessario secondo una logica di just in time, in base all’andamento dei progetti finanziati. Ricercatrici e ricercatori precari svolgono attività di didattica, ricerca, assistenza alle tesi e disseminazione scientifica senza disporre di un riconoscimento formale adeguato né di diritti stabili. In altri termini, il sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato, riesce a garantire livelli di produttività accettabili solo grazie allo sfruttamento sistematico del lavoro precario a basso costo. In questo quadro, non sorprende che le principali istituzioni di governo della ricerca, dalla Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) alla CoPer (Consulta dei Presidenti degli Enti Pubblici di Ricerca), si siano storicamente opposte ai processi di stabilizzazione. In un’intervista a La Stampa, il nuovo presidente del Cnr Lenzi ha dichiarato «La ricerca scientifica è fatta di un lungo apprendistato. Venire presi con un contratto significa dover portare avanti quel progetto, non essere assunti dall’ente. Per quello bisogna dimostrare di aver imparato, possedere qualità ed essere produttivi. Non possiamo fare “todos caballeros”. Le sanatorie negli enti di ricerca non possono funzionare». Parole che restituiscono in modo emblematico l’idea di ricerca sottesa a questo modello: un percorso di precariato permanente.
Fino all’ultimo precario
La mobilitazione per le stabilizzazioni al Cnr prende avvio nel luglio del 2024, quando oltre 300 colleghi e colleghe da tutta Italia hanno riempito l’aula convegni della sede centrale dell’ente per l’assemblea nazionale indetta da Cgil, Cisl e Uil. A questo primo momento di confronto sono seguiti diversi presidi in molte sedi locali e una manifestazione nazionale a Roma. Tentativi che non hanno sortito alcun risultato concreto. La svolta è arrivata il 28 novembre 2024, con l’occupazione simbolica della sede centrale del Cnr promossa insieme a Cgil e Uil a cui si è aggiunta successivamente anche la Cisl. La pressione mediatica della protesta ha avuto un primo esito nell’apertura di un tavolo tra le organizzazioni sindacali e l’amministrazione dell’ente. Dopo cinque mesi di richieste insistenti, finalmente sono stati resi pubblici i dati ufficiali sulla dimensione del precariato: al 30 ottobre 2024 lavoravano al Cnr circa 3 mila persone con contratti a tempo determinato (1.300) e con assegni di ricerca (1.700). Un insieme molto eterogeneo per presenza e anzianità di servizio. Una quota rilevante di questi contratti era finanziata da progetti Pnrr, in assenza di ulteriori finanziamenti, tali rapporti di lavoro sono destinati a scadere senza possibilità di rinnovo. Un primo, seppur parziale, risultato arriva con la legge di bilancio per il 2025, grazie a uno stanziamento ottenuto attraverso gli emendamenti delle forze di opposizione. Le risorse disponibili consentono la stabilizzazione di circa 180 lavoratori e lavoratrici: un numero del tutto insufficiente rispetto alla platea interessata, ma significativo come primo passo.
Nonostante le manifestazioni e i ripetuti appelli, la procedura formale per partecipare al reclutamento straordinario destinata ai tempo determinati è stata pubblicata solo a novembre 2025. I risultati parziali sono stati resi noti solo a dicembre. Le domande sono state 850 e di queste il 20% sono state dichiarate inammissibili, un altro 25% necessita di ulteriori approfondimenti. Ciò vuol dire che secondo i requisiti previsti dalla legge Madia per i tempo determinati, gli idonei sarebbero stati al massimo 680. Ne consegue che per stabilizzare l’intera platea dei tempi determinati tutti sarebbero bastati solo 30 milioni di euro. Una cifra analoga avrebbe permesso di attivare anche il secondo canale della legge Madia, dedicato agli assegnisti di ricerca. Complessivamente, con 60 milioni di euro sarebbe stato possibile evitare lo spreco di anni di lavoro e di investimenti pubblici nella ricerca: una somma del tutto marginale per il bilancio dello Stato.
La richiesta di un intervento integrativo da parte del governo diventa così il fulcro delle mobilitazioni del 2025. Anche in questo caso, dopo numerose iniziative pubbliche inascoltate, la protesta è sfociata, il 5 dicembre, in una nuova occupazione simbolica della sede centrale del Cnr insieme alla Flc-Cgil. L’azione nasce in seguito all’ennesimo rinvio di un incontro richiesto all’amministrazione. Per rendere visibile la scadenza imminente dei contratti e l’assenza di alternative, sul piazzale antistante l’edificio vengono montate tende da campeggio, a simboleggiare una precarietà ormai senza prospettive. Nonostante la pressione mediatica il governo non ha previsto interventi per risolvere la questione. Al contrario la legge di bilancio del 2026, non ha finanziato il procedimento Madia in corso. La maggioranza, infatti, ha stanziato 60 milioni di euro in due anni per assunzioni straordinarie cofinanziate con procedure riservate al 50% per precari su progetti Pnrr. I fondi sono ripartiti tra università pubbliche (50 milioni), private (2 milioni) ed enti pubblici di ricerca (8 milioni). Al Cnr potrebbero arrivare, nella migliore delle ipotesi, circa 4 milioni di euro, sufficienti per l’assunzione di circa 70 ricercatori e ricercatrici a tempo indeterminato: un numero largamente insufficiente rispetto ai bisogni reali. A ciò si aggiunge un ulteriore vincolo: le assunzioni previste dovranno comunque rispettare il limite di legge del 75% del turn over, riducendo ulteriormente la capacità dell’ente di stabilizzare il personale. Un ulteriore intervento, finanziato con risorse messe a disposizione da Avs, prevede infine 1,5 milioni di euro per gli anni 2026 e 2027, destinati esclusivamente a prorogare alcuni contratti in scadenza.
Dopo un’ultima proroga concessa dall’amministrazione del Cnr, i contratti dei lavoratori e delle lavoratrici precarie impiegate su progetti Pnrr scadranno tra la fine di marzo e l’inizio di aprile. Oltre un migliaio di ricercatrici e ricercatori rischia di perdere il posto di lavoro. Una situazione che dovrebbe essere considerata un’emergenza nazionale, ma che, allo stato attuale, non sembra trovare alcuna risposta nelle politiche di governo e nel dibattito pubblico.