D’Istruzione pubblica: il dibattito sul neoliberismo

Dal blog https://www.lafionda.org

25 Feb , 2026|Matteo Bortolon

We don’t need no education”… Con la (sempre superba) musica dei Pink Floyd come colonna sonora si vedono studenti entrare a scuola, correre nei corridoi, manifestare per il diritto allo studio. È l’inizio del film D’istruzione pubblica, il terzo potente capitolo degli autori di PIIGS, Federico Greco e Mirko Melchiorre, la cui trilogia prese le mosse dal tema del neoliberismo disegnato dall’architettura Ue, passando per il tema cruciale della sanità pubblica (C’era una volta in Italia. Giacarta sta arrivando).

Chi scrive ha assistito alla presentazione fiorentina del film, con dibattito coi due registi. Pienone assoluto: i biglietti erano finiti già dal pomeriggio. Diverse persone sono rimaste fuori fino all’ultimo sperando in qualche miracolo. 

A quanto pare ovunque è sold out; speriamo che sia un buon segno di interesse al tema scuola. Interesse che condividiamo, ospitando oltre alla pregevole riflessione di Davide Sali un intervento di una delle figure di riferimento del film, la dottoressa Elisabetta Frezza

Lo schema segue quello dei film precedenti: viene posto in rilievo un caso specifico (la cooperativa sociale che ha difficoltà economiche, il piccolo ospedale che viene chiuso, il singolo edificio scolastico con le sue difficoltà), e da lì si parte per un percorso di conoscenza sul decorso storico che ha determinato l’assetto attuale, alternando le voci di varie figure di esperti, educatori, insegnanti, attivisti che spiegano le radici delle difficoltà attuali.

L’apertura del film mostra un montaggio incalzante; le primissime sequenze fanno comparire i vari personaggi che ci consegneranno un compiuto referto della scuola italiana. Il ritmo ci sosterrà durante la proiezione, dandoci la sveglia. Non si tratta di un docufilm un po’ soporifero alla Report. È un film.

Vediamo volti e nomi noti e altri meno noti, riconosciamo la storica dell’economia Clara Mattei, il giurista Ugo Mattei, l’insegnante ed attivista Marina Boscaino, il docente Fabio Bentivoglio, il fisico e matematico Lucio Russo (purtroppo scomparso l’anno scorso), la già nominata giurista Elisabetta Frezza, il pedagogista Massimo Baldacci, fra gli altri. Gli argomenti e le criticità colpiscono come pugni: mancanza di mezzi, mortificazione del ruolo dei docenti, mercatismo, pedagogismo, crollo della preparazione degli studenti.

Fra le prime cose che vediamo c’è una citazione del filosofo Massimo Bontempelli, un forte teorico socialista che scelse di non intraprendere la carriera accademica per insegnare ed essere più vicino ai ragazzi in età da formazione, e infatti si è molto applicato a riflettere su questi temi. E infatti nel film compare fra i testimoni il suo coautore Bentivoglio, anch’esso di formazione filosofica.

Sul piano dello svolgimento dei contenuti, dopo le sequenze iniziali, si ricostruisce la creazione della scuola italiana nel dopoguerra: le 150 ore che portano la classe operaia a scuola, le medie unificate, la materna. Tutte riforme che in quei decenni avviano istituzioni formative conformi al dettato costituzionale, come sistema linfatico della Repubblica, come afferma Marina Boscaino citando il giurista e costituente Calamandrei. In quei decenni, che paiono così lontani, il termine riforme, ancora alieno dalle deiezioni dalemiane-pidiessine, indicava provvedimenti di ampio respiro per orientare la realtà in conformità al progetto della Costituzione, non una ribalda induzione alle logiche di mercato come sarebbe avvenuto dagli anni ‘80-’90 in poi.

Ed è quello che infatti è avvenuto nel mondo della scuola, devastata da una serie di provvedimenti: il primo è l’autonomia scolastica del ministro Berlinguer sotto il centro-sinistra degli anni Novanta. Con esso gli istituti sono messi in competizione reciproca, con la dirigenza che diventa sempre più forte (il Preside da un primus inter pares diventa sempre di più un vertice gerarchico) e si trova ad usare la sua libertà d’azione per strutturare percorsi didattici in modo da attrarre studenti. Anche il definanziamento è funzionale a spingere le scuole, disgraziatamente, a diventare “imprenditrici di se stesse”. 

Questo fosco quadro, veniamo a sapere, ubbidisce ad input dall’alto: l’assetto dell’Ue acquisito da Maastricht in poi e altre istituzioni internazionali come l’OECD, completamente proni alle logiche di mercato.

Come già accennato, il film parte da un caso concreto, quotidiano; in questo caso l’istituto del preside Lorenzo Varaldo, che forte di una lunga militanza contro l’immiserimento della scuola, cerca di promuovere una visione alternativa. 

Uno dei punti di forza del film è la sua capacità di suscitare discussioni e dibattiti, in particolare per un punto specifico. Nella scuola attuale vi è un’enfasi su quelle che vengono chiamate le competenze: l’applicazione operativa(anche non meramente materiale) delle conoscenze. Secondo i critici c’è uno spostamento del baricentro in tale senso, per cui i contenuti subiscono una selezione e una limitazione funzionale alla dimensione applicativa. L’importante non sono i teoremi matematici in se stessi: basta ridurli e semplificarli perché l’allievo li possa adoperare “sul campo”.

Ma è ancora più divisiva la critica portata ad un ulteriore elemento che oggi dilaga: una pedagogia dal sapore antiautoritario e antigerarchico che si fa forte del concetto di “inclusività”. Alcuni esperti nel film ne individuano la genealogia di essa nel pensiero di figure come Dewey e Rousseau.  

Qualunque adulto abbia concluso il proprio percorso scolastico un po’ di anni fa ed abbia avuto occasione di dare un occhio ai manuali attuali, magari per dare una mano a un figlio o un nipote, è difficile che non noti uno scadimento: più figure, tanti schemi, semplificazione ovunque: il testo delle medie sembra il sussidiario per le elementari di un tempo, e così via. Questo abbassamento generale è dovuto alla marcia trionfale di un pedagogismo condotto in nome di presunte istanze inclusiviste ed egualitarie? Per gli autori del film e degli esperti da loro consultati la risposta tende ad essere affermativa: nel “pacchetto” la logica mercatista, la subordinazione dei saperi alle competenze e il pedagogismo incline a dare un assetto meno severo e forte sono elementi inestricabilmente legati fra loro e correlati al definanziamento e all’irruzione della competizione tra istituti. La loro critica non risparmia la digitalizzazione in ambito didattico.

Il tema è complesso, e un merito impagabile del film – riconosciuto anche dai suoi critici è quello di aprire un dibattito, su basi serie, come chiede con compostezza e sobrietà il preside Lorenzo Varaldo in un suo articolo in cui mette i puntini sulle i. Un dibattito di cruciale importanza perché non limitato alla scuola: la sequenza in cui si inserisce al termine di Piigs e C’era una volta in Italia suggerisce che l’orizzonte è la critica al sistema di potere attuale, il neoliberismo, il cui dominio irrora i vari ambiti della vita associata; in questo settore specifico, seguendo il parere del giurista Ugo Mattei, si tratta di colpire la trasmissione della cultura per annichilire la resistenza. Prospettiva irrefutabilmente militante e di parte; ma c’è qualcosa capace di parlare alla società impartendo lezioni dall’alto di un comodo e confortevole iperuranio intellettualistico o di una presunta neutralità? Di: Matteo Bortolon

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