Colpire i giudici per smontare la res publica

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Salvatore Cannavò 26 Febbraio 2026

Il referendum sulla riforma costituzionale va letto nel contesto più ampio: la destra vuole smantellare anche sanità e scuola. E persino in politica internazionale si affida a un modello privatistico

Se non fossero sufficienti le argomentazioni tecniche e politiche a sostegno del No al referendum sulla Giustizia previsto per i prossimi 22 e 23 marzo, è forse utile inquadrare il tema in un contesto più ampio: l’attacco costante, meditato e articolato che il governo delle destre porta ad alcuni pilastri dello Stato sociale moderno. Un attacco che si nutre del disprezzo per lo stato di diritto – frutto del pensiero liberal-borghese ma anche di importanti conquiste operaie – e che ha come scopo la disarticolazione della res pubblica, almeno come è stata costruita dalle Costituzioni sociali del dopoguerra con un peso rilevante del mondo del lavoro, dei suoi diritti e delle sue soggettività. L’attacco alla magistratura, che passa attraverso un indebolimento della sua funzione di autonomo presidio e controllo degli altri poteri, si legge con più profondità se si osserva questo disegno più complessivo.

Le mani sui giudici

La riforma degli articoli costituzionali assume questo carattere specifico. La separazione delle carriere, che pure vuole imbrigliare e modificare in modo strisciante li ruolo e lla natura della magistratura, non è il tratto più inquietante. La modifica dell’articolo 104 della Costituzione stabilisce che la magistratura sarà composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente. In realtà è già così anche se la carriera dei magistrati è unica. Il passaggio tra funzione requirente e giudicante è però possibile, in base alla legge Cartabia del 2022, una sola volta entro 10 anni dalla prima assegnazione, anche se i passaggi tra le due funzioni, come ha sottolineato la Prima Presidente della Corte di Cassazione in audizione davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera, sono stati nell’arco di cinque anni solo lo 0,83% nel caso di Pubblici ministeri passati a funzioni giudicanti, e dello 0,21% nel caso di giudici divenuti Pm. Si tratta dunque di un falso problema che però con la modifica costituzionale consentirebbe al governo di emanare delle «norme sull’ordinamento giudiziario», per regolare «la funzione giurisdizionale esercitata dai magistrati ordinari» e «disciplinare le distinte carriere dei magistrati requirenti e giudicanti». Dunque, con un’ulteriore legiferazione si potrà procedere al vero obiettivo del governo: portare quanto più possibile i Pm nell’alveo del procuratore-poliziotto (più di quanto sia già oggi) e realizzare un controllo maggiore da parte del Ministero dell’interno. 

Del resto, intervenendo in un dibattito presso l’agenzia Ansa, il ministro Carlo Nordio ha ammesso che per quanto riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale «c’è una disomogeneità da procura a procura sulle priorità dei reati da perseguire: ognuna fa quello che le pare. Bisogna trovare un criterio in modo che tutte le procure abbiano un indirizzo omogeneo sulla priorità delle inchieste da fare». E l’indirizzo omogeneo significa sancire un controllo politico. L’autonomia del diritto verrebbe così depotenziata. 

Dicevamo, però, che il problema più grave è il controllo maggiore che il potere politico intende esercitare sull’organo di autogoverno della magistratura, il vero pilastro dell’indipendenza dei magistrati, il Consiglio superiore della magistratura (Csm). Qui, infatti, la riforma procede al suo sdoppiamento con la formazione di un Csm della magistratura giudicante e di uno della magistratura requirente, entrambi presieduti dal presidente della Repubblica e aventi come membri di diritto, rispettivamente, il Primo Presidente della Corte di cassazione e il Procuratore generale della Corte di cassazione. La prima subordinazione alla politica avviene con il metodo di elezione. Sorteggio puro per i magistrati scelti a caso tra i circa 9000 in servizio, mentre il sorteggio dei membri nominati dal Parlamento, un terzo del totale come oggi, avviene da un elenco di professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con 15 anni di esercizio «che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione (entro sei mesi dall’insediamento)». Quindi, come osserva l’Associazione nazionale magistrati, «il Parlamento elegge, e poi sorteggia dall’elenco degli eletti, chi poi farà parte del Consiglio. I magistrati invece non hanno più diritto di voto». 

Il Csm è altamente rilevante per la vita quotidiana di giudici e Pm perché si occupa di  assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità, conferimenti di funzioni. E, soprattutto, nella versione attuale, si occupa della funzione disciplinare con una sua apposita commissione. Se passerà la riforma, invece, si formerà un nuovo organismo, l’Alta Corte Disciplinare, formato da 15 giudici di cui 3 nominati dal Presidente della Repubblica e 3 estratti a sorte da un elenco di soggetti che il Parlamento in seduta comune compila. I restanti 9 componenti, sei tra i magistrati giudicanti e tre tra i magistrati requirenti, verranno di nuovo estratti a sorte. 

Rispetto alla composizione dell’attuale Csm – formato da 27 membri di cui tre di diritto, 16 magistrati e 8 eletti dal Parlamento – il rapporto tra membri togati e membri «politici» viene alterato a vantaggio di quest’ultimi che nell’Alta Corte sarebbero 6 su 15 ed esprimerebbero il presidente. Un controllo rafforzato poi dal monopolio del dibattito pubblico che prevede gli attacchi incessanti del governo contro la magistratura esattamente come avviene da quando Silvio Berlusconi ha posto la questione «giustizia» al centro della scena pubblica. E non certo per evidenziare i problemi di fondo come la scarsità di personale, l’eccessiva penalizzazione dei reati, l’impossibilità di garantire una giusta difesa ai ceti popolari e magari ponendo alcune restrizioni come la disinvoltura con cui dalla magistratura si passa alla politica per poi farvi ritorno. 

L’attacco alla sanità

Il tema del monopolio del discorso pubblico che aizza l’opinione conservatrice contro un potere dello Stato di diritto si incontra anche in altri due casi: la sanità e la scuola. 

La destra ha sempre biasimato il ruolo e il lavoro che viene fatto dentro i comparti nevralgici dello stato sociale. L’attacco contro i medici si nutre soprattutto della scarsità di risorse destinate alla sanità pubblica che registra ormai incessantemente una fuga e una rarefazione del personale, soprattutto infermieristico, da un allungamento costante delle liste di attesa, da costi esorbitanti dei farmaci – il sottosegretario alla Sanità è un farmacista – e da una pressione mirata per potenziare la sanità privata cresciuta a ritmo costante. Ma l’attacco contro si avvale anche di campagne ideologiche mirate. Due nell’ultimo periodo. Le accuse, anche poliziesche, contro sei medici del reparto di Malattie infettive di Ravenna accusati di  «falso ideologico» per aver redatto presunti certificati di non idoneità che hanno bloccato l’ingresso di alcuni migranti nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). L’indagine è stata ispirata direttamente dal ministero dell’Interno. I canali social del Viminale hanno poi diffuso l’intervista del ministro Matteo Piantedosi a Il Giornale in cui dichiarava che «chi ha favorito la liberazione di un irregolare considerato pericoloso porta su di sé una corresponsabilità etica dei reati che poi dovessero essere commessi dal soggetto in questione». Un’intimidazione ovviamente, legata al tema dell’immigrazione che resta nevralgico per l’azione politica e l’identità stessa della destra, utile però ad attaccare la libertà di cura da parte dei medici. 

A questi, in realtà, il governo ha poi garantito, come vorrebbe fare per i poliziotti, uno «scudo penale» per decreto limitando la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie ai soli casi di colpa grave in situazioni di carenza di organico. La norma, apparentemente protettiva nei confronti del personale sanitario, stride però con due aspetti. Uno, contenuto nello stesso decreto, che estende al 2026 la possibilità per ospedali e Asl di trattenere in servizio i medici fino a 72 anni e di riassumere i sanitari andati in pensione. Un’ammissione esplicita della carenza di organico e dell’incapacità di garantire un effettivo ricambio del personale medico. L’altro invece rimanda ancora alla gestione del discorso pubblico messa in pratica nel caso del piccolo Domenico, il bambino di due anni morto a causa delle inadempienze creatasi nel trasporto di un cuore da trapiantare. Trasporto costellato di errori e imprecisioni che hanno provocato il danneggiamento del cuore stesso e poi, per le varie complicazioni succedutesi, la morte del piccolo bambino. Un caso di umana pietà che però si è trasformato immediatamente in una gogna per il personale medico, certamente responsabile di un errore grave, ma additato all’opinione pubblica al pari di un omicida seriale. L’avvocato di uno degli accusati – gli indagati dalla magistratura sono sette – ha dichiarato che il suo assistito, cardiochirurgo Guido Oppido, «ha fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso e tutto quanto era umanamente possibile, per salvare la vita del piccolo Domenico, peraltro lottando contro il tempo e contro i minuti». Sulla vicenda è intervenuta, ancora una volta come ormai avviene con cadenza regolare sui grandi fatti di cronaca che colpiscono il pubblico immaginario, la presidente del Consiglio chiedendo misure severe e rigorose contro i responsabili del danno. Il clamore sulla vicenda, lo spazio mediatico offerto alla madre del piccolo, comprensibile dal suo punto di vista, sono stati utilizzati per speculare sulla vicenda in una chiave di delegittimazione e disprezzo della sanità pubblica, del suo personale e del mondo sanitario in generale. 

La scuola al passato

Un attacco strisciante e mirato, veicolato in particolare dai social media, che vede però il suo punto di massima espansione nella scuola pubblica. Il governo che ha varato il ministero dell’Istruzione e del Merito ha puntato coscientemente e con particolare tenacia nella delegittimazione del personale docente, nella rivisitazione dei programmi scolastici e nella compressione della libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. Al di là della «caccia alle streghe» innestata dai giovani militanti del partito di governo, quelli che hanno invitato gli e le studenti a «denunciare i docenti di sinistra», operazione di propaganda tollerata dal ministro Valditara e dal governo tutto, l’emblema di questo attacco passa attraverso almeno due strumenti. Da un lato l’emanazione di diverse circolari da parte del ministro – sui compiti a casa, sul telefono in classe, sull’esame di maturità – che entrano a gamba tesa proprio sul modo in cui i e le docenti lavorano e insegnano, salvaguardandone formalmente la libertà ma limitandone il più possibile il raggio di azione. Accanto a questi strumenti e a questa modalità vessatoria e spesso intimidatoria, è stata poi adottata un’altra circolare sul cosiddetto «pluralismo» nelle iniziative scolastiche tali da garantire «la libertà di opinione», ma raccomandando «la presenza di ospiti ed esperti di comprovata competenza per favorire un confronto sereno tra posizioni diverse e permettere agli studenti di formare un pensiero critico autonomo e non semplicistico». Il vero obiettivo della circolare si è notato quando il ministero ha ordinato delle ispezioni nelle scuole che avevano ospitato la relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese – al Liceo Montale di Pontedera (Pisa), e all’Istituto Comprensivo Massa 6 – ammettendo che il testo era funzionale a intimidire e comprimere l’ondata di solidarietà pro-palestinese scaturita dal genocidio israeliano avviato con il 7 ottobre. 

Ma il vero stravolgimento della scuola pubblica, il tentativo di cancellarne la storia di progressione culturale e di innovazione avviene, nel dicembre 2025, con il varo delle Nuove indicazioni nazionali finalizzate al «ritorno della centralità della storia occidentale, la valorizzazione della nostra identità, la riscoperta dei classici che hanno contraddistinto la nostra civiltà, il valore della regola» si legge a chiosa di un documento impregnato di occidentalismo, paternalismo e tentativo di condizionare il lavoro dell’insegnamento a parametri di efficienza e di ingerenza dell’apparato burocratico con un contestuale svilimento dell’attività di docenza.

Demonizzare il servizio pubblico

La destra, per lo meno dall’ingresso di Silvio Berlusconi nell’agone politico, ha adottato questa postura squisitamente neoliberista: demonizzare il servizio pubblico in sé, l’idea del civil servant, di matrice liberaldemocratica, per affermare una concezione manageriale della cosa pubblica. Dagli ambasciatori come «venditori del made in Italy nel mondo» di berlusconiana memoria – ma poi adottati costantemente dai vari governi successivi – al servizio privato presentato non più solo come modello di eccellenza, ma come unico modello possibile. Ovviamente a disposizione di una classe medio-alta in grado di potersi permettere i costi della sanità o della scuola privata. 

Tra i motivi per andare a votare il 22 e 23 marzo, oltre ai contenuti specifici della riforma della Giustizia, c’è questo quadro complessivo che fa il paio con un approccio che si riverbera sul piano della politica internazionale. La disinvoltura con cui si aggira lo stato di diritto internazionale, le poche regole di convivenza civile della cosiddetta comunità internazionale, la violazione della Carta dell’Onu fino all’attuazione di piani genocidari effettuati con il beneplacito delle élites globali occidentali. Un disfacimento progressivo della stessa coesione statuita dalle norme liberaldemocratiche a cui le classi dirigenti attuali, anche quelle più distanti dalle pulsioni autoritarie della destra globale, assistono con disinvoltura e malcelata indifferenza.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

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