Iran, perché la guerra sarebbe un salto nel buio per Washington

Dal blog https://www.lafionda.org

26 Feb , 2026|Giuseppe Gagliano

L’illusione di una replica venezuelana

L’idea che gli Stati Uniti possano colpire l’Iran con la stessa rapidità e brutalità con cui hanno condotto l’operazione in Venezuela appartiene più alla propaganda che alla strategia. Il paragone evocato da Trump serve a costruire un’immagine di forza immediata, ma si scontra con una realtà molto diversa: l’Iran non è Caracas, né sul piano militare, né su quello politico, né su quello geografico. Dietro la retorica della rapidità si nasconde infatti un problema essenziale: un’azione contro Teheran non sarebbe un blitz chirurgico, ma l’ingresso in un teatro di guerra ad alta densità strategica, capace di trasformare un’offensiva limitata in un conflitto regionale lungo e costoso.

Il riposizionamento della portaerei Gerald Ford accanto alla Abraham Lincoln mostra proprio questo. Se davvero il Pentagono avesse avuto la possibilità di colpire in modo immediato e risolutivo, non avrebbe avuto bisogno di rafforzare così vistosamente il dispositivo. Il fatto stesso che Washington stia ancora accumulando mezzi dimostra che la Casa Bianca sa bene di non trovarsi davanti a un’operazione semplice.

Il primo ostacolo è militare

Sul piano strettamente strategico, l’Iran dispone di ciò che rende ogni attacco americano potenzialmente disastroso: profondità, capacità missilistiche, strumenti asimmetrici e una rete di attori alleati o affiliati in tutta la regione. Non serve a Teheran vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti; le basta moltiplicare i fronti, disperdere la minaccia, alzare il costo umano e materiale dell’intervento.

Qui sta il primo errore di chi immagina un’operazione rapida. L’Iran non è un bersaglio inerme. Il suo arsenale di missili balistici, droni e sistemi antinave gli consente di minacciare non solo le basi americane nel Golfo, ma anche infrastrutture e installazioni molto più lontane, coinvolgendo potenzialmente Israele, la penisola arabica e perfino i punti nevralgici della presenza occidentale nel Mediterraneo allargato. Le recenti esercitazioni nello Stretto di Hormuz e i test di nuovi sistemi antiaerei navali indicano una linea precisa: costruire una capacità di interdizione e di saturazione che renda ogni attacco americano più rischioso del previsto.

La strategia iraniana, del resto, è nota: non rispondere in modo lineare, ma diffondere l’instabilità su più teatri contemporaneamente. Questo significa che anche un’azione limitata contro obiettivi nucleari o contro la leadership potrebbe provocare una rappresaglia multilivello, capace di investire rotte marittime, città alleate di Washington, basi militari e traffico energetico.

Gli alleati americani non vogliono pagare il prezzo della guerra

La seconda fragilità americana riguarda il consenso regionale. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, pur strettissimi partner di Washington, hanno già fatto capire di non voler offrire il proprio spazio aereo per un attacco. È un segnale politicamente pesante: gli alleati più esposti alla rappresaglia iraniana vogliono evitare di essere trasformati in piattaforme di guerra.

Questo dato rivela un limite strutturale della strategia americana. Gli Stati Uniti possono schierare mezzi e minacce, ma non controllano automaticamente la disponibilità dei partner regionali ad assumersi il rischio di una guerra aperta. E se il dispositivo militare americano deve operare senza piena copertura logistica, politica e aerea da parte degli alleati del Golfo, la sua efficacia si riduce mentre i margini di vulnerabilità aumentano.

Anche Israele, in questo quadro, rappresenta un punto sensibile. Le sue difese antimissile restano avanzate, ma il consumo crescente di intercettori dopo anni di guerra e di tensioni su più fronti ne riduce la capacità di assorbire un attacco iraniano prolungato. Questo significa che, per Teheran, il semplice rischio di colpire il sistema di difesa israeliano e di aprire una nuova ondata di pressione su Tel Aviv può diventare già una forma di deterrenza indiretta verso Washington.

Il secondo ostacolo è politico: il regime iraniano non è il Venezuela

L’errore più grossolano, però, è pensare che la Repubblica Islamica possa essere decapitata con un colpo di mano. In Venezuela, gli Stati Uniti hanno agito contro un vertice politico fortemente personalizzato. In Iran, invece, il potere non si esaurisce in una figura o in una coppia di figure: è una struttura ideologica, istituzionale, militare e clericale sedimentata in quasi mezzo secolo.

La Guida Suprema rappresenta il vertice del sistema, ma non è l’intero sistema. Attorno a lei si muove una rete di apparati, Guardie Rivoluzionarie, fondazioni, centri religiosi, élite militari e politiche che garantiscono continuità anche in caso di shock. In altre parole, colpire la testa non significa necessariamente far crollare il corpo. Potrebbe invece produrre l’effetto opposto: compattare l’apparato, radicalizzare la risposta e trasformare l’intervento esterno nel fattore di ricomposizione di un regime oggi sì sotto pressione, ma ancora in grado di mobilitare coercizione e consenso ideologico.

Le proteste universitarie dimostrano che esiste un malessere interno reale, ma è proprio qui che Washington rischia di sbagliare i calcoli. Un attacco straniero potrebbe indebolire l’opposizione civile e restituire al potere iraniano l’argomento più efficace: quello della difesa nazionale contro l’aggressione esterna.

Il terzo ostacolo è geografico, e dunque geoeconomico

La geografia pesa quanto le armi. Teheran è lontana dalla costa, protetta da una profondità territoriale che rende più complessa qualsiasi operazione di decapitazione politica o di cattura fisica della leadership. Non si tratta soltanto di colpire: si tratta di raggiungere, mantenere il controllo, gestire il tempo operativo. Ed è qui che il paragone con Caracas diventa quasi ridicolo.

Ma la vera centralità della geografia iraniana è un’altra: Hormuz. Chi controlla o minaccia quello stretto tocca uno dei punti vitali dell’economia mondiale. Un’eventuale chiusura o anche solo una paralisi parziale del traffico marittimo produrrebbe un effetto immediato su petrolio, gas, assicurazioni, noli e fiducia dei mercati. È vero che anche l’Iran subirebbe danni enormi da una simile scelta, ma il punto non è la convenienza di lungo periodo: il punto è la capacità di usare il danno come arma di pressione strategica.

Per Washington, questo significa una cosa semplice: qualsiasi attacco all’Iran non si misurerebbe solo in missili lanciati o obiettivi distrutti, ma anche in shock energetico globale. E in un momento in cui l’equilibrio internazionale è già fragile, un’esplosione dei prezzi dell’energia colpirebbe alleati europei, economie asiatiche e lo stesso sistema occidentale.

Teheran gioca su due tavoli: deterrenza e diplomazia

La forza dell’Iran, in questa fase, sta proprio nella capacità di combinare minaccia e negoziato. Mentre rafforza le esercitazioni e alza il tono, Teheran intensifica il lavoro diplomatico all’Onu, con Mosca, con Riad, con Il Cairo. Non è semplice diplomazia di facciata: è il tentativo di costruire una cornice politica e legale che faccia apparire Washington come il responsabile di un’eventuale escalation.

Questo lavoro serve a due scopi. Primo: ampliare il costo diplomatico di un attacco americano. Secondo: mostrare che l’Iran non rifiuta in assoluto il negoziato, ma vuole spostare il confronto su un terreno dove possa guadagnare tempo e legittimità. Anche l’apertura sul piano economico, con l’idea di possibili forme di cooperazione energetica e industriale, va letta così: non come vera apertura strutturale agli Stati Uniti, ma come tentativo di parlare il linguaggio degli interessi per rendere più difficile a Trump giustificare una guerra.

Lo scenario economico: la tentazione americana e il muro della realtà

L’Iran, come il Venezuela, esercita una forte attrazione sul capitale energetico americano. Le sue riserve, la resilienza mostrata sotto sanzioni, la relativa tenuta infrastrutturale rispetto al disastro venezuelano alimentano nell’industria petrolifera statunitense una tentazione evidente: entrare un giorno in un mercato enorme e strategico, magari dopo una normalizzazione o un cambio di assetto.

Ma qui si scontra la fantasia economica con la realtà geopolitica. Le sanzioni stratificate da decenni, l’ostilità politica reciproca, il quadro normativo iraniano e la diffidenza dell’apparato teocratico rendono quasi impossibile immaginare, almeno nel breve periodo, un’integrazione vera delle aziende americane in Iran. In sostanza, l’argomento degli affari può avere una funzione tattica nei negoziati, ma non basta a rimuovere il blocco strutturale.

Il vero rischio per Washington

Il punto finale è che un attacco all’Iran non sarebbe solo più complesso dell’operazione in Venezuela: sarebbe di natura completamente diversa. Non un raid per cambiare un vertice politico, ma un possibile innesco di guerra regionale, con costi militari, diplomatici ed economici elevatissimi.

La Casa Bianca può ancora credere che la pressione estrema costringerà Teheran a cedere. Ma più il dispositivo militare si rafforza e più il linguaggio si fa ultimativo, più aumenta il rischio di un errore di calcolo. Ed è proprio questo il nodo centrale: in Iran, a differenza del Venezuela, la forza non garantisce la rapidità. Può invece accelerare una spirale che nessuno, nemmeno Washington, sarebbe poi davvero in grado di controllare.

Di: Giuseppe Gagliano

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