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Redazione di Mario Sommella
di Mario Sommella (*). Abbiamo rubato le immagini (addirittura 8) al grande Mauro Biani.
Caporalato digitale, sfruttamento sistemico e complicità delle multinazionali
L’immagine che non vogliamo vedere
Sono le sette del mattino. In una città italiana qualunque, un uomo di trentacinque anni inforca la bicicletta sotto la pioggia. Ha la febbre. Ma non può permettersi di restare a casa, perché se non pedala non mangia, e se non mangia non manda i quattrocento euro mensili alla famiglia rimasta in Pakistan. L’algoritmo lo aspetta. Il software sa già dove si trova, monitora la velocità con cui pedala, conta i minuti di ritardo, registra ogni rifiuto di consegna. Lui non ha un capo umano che lo guarda negli occhi: ha uno schermo che lo giudica, un codice che lo premia o lo punisce, un sistema che non conosce malattia, stanchezza, dignità.
Questa non è una metafora letteraria. È la realtà quotidiana di decine di migliaia di lavoratori che operano per le grandi piattaforme del food delivery in Italia. È la storia che la Procura di Milano ha deciso, con coraggio e determinazione, di portare finalmente davanti alla giustizia.

Il caporalato non muore: si digitalizza
Per secoli il caporale è stato un uomo in carne e ossa, spesso brutale, che reclutava braccianti disperati sui sagrati delle chiese o nelle piazze dei paesi meridionali, li caricava su furgoni all’alba e li portava nei campi a raccogliere pomodori per pochi spiccioli. Quella figura sembrava destinata alla storia. Ci sbagliavamo.
Il caporalato del ventunesimo secolo non porta il cappello e non urla ordini. Si chiama app, si chiama algoritmo, si chiama piattaforma digitale. Il meccanismo di sfruttamento è identico, la tecnologia è semplicemente più efficiente e più invisibile. Come ha lucidamente osservato Andrea Borghesi, segretario generale di Nidil-CGIL, siamo di fronte a “una grande massa di riserva a disposizione delle aziende, che possono scegliere chi far lavorare a prezzi sempre più bassi”. I nomi cambiano, la sostanza rimane: qualcuno lavora per sopravvivere, qualcun altro incassa miliardi.
La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola e con l’instancabile lavoro del PM Paolo Storari e dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro coordinati da Loris Baldassarre, ha emesso nel febbraio 2026 un decreto urgente di controllo giudiziario nei confronti di Deliveroo Italy, con un fatturato di 240 milioni di euro nel 2024 e ventimila fattorini in tutta Italia. L’accusa è quella già contestata a Glovo-Foodinho poche settimane prima: caporalato. Lo stesso reato, lo stesso meccanismo, la stessa sistematica violazione della dignità umana.

I numeri della vergogna
Le cifre contenute nel decreto del PM Storari sono agghiaccianti nella loro precisione. Tra i rider esaminati nel corso delle indagini, l’81,1% percepisce un reddito netto annuo al di sotto della soglia di povertà, nonostante lavori un numero di ore significativamente superiore al normale orario settimanale. Trentacinque ciclofattorini su trentasette, il 94%, guadagnano meno del minimo previsto dal Contratto Collettivo Nazionale della Logistica e dei Trasporti, con uno scostamento medio di oltre settemila euro annui rispetto alla soglia di povertà, e punte che raggiungono i quindicimila trecento euro.
Parliamo di lavoratori che pedalano cento, centocinquanta chilometri al giorno per consegnare pizze e sushi a quattro euro a consegna, o anche meno: tre euro e qualche centesimo, nel migliore dei casi. Le attese tra una consegna e l’altra non sono pagate. I costi per la bicicletta o il motorino, la manutenzione, il carburante, sono interamente a carico del lavoratore, spesso superiori a duecento euro al mese. Formalmente autonomi, sostanzialmente subordinati: senza ferie, senza malattia, senza tutele previdenziali degne di quel nome.
La Procura stessa, con parole di rara durezza per un testo giuridico, parla di retribuzioni “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato”, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Quella norma, evidentemente, per i rider non esiste.

Le voci che il silenzio non può più coprire
Ma dietro i numeri ci sono persone. Le testimonianze raccolte dai Carabinieri e depositate agli atti del procedimento hanno il sapore bruciante della verità vissuta.
Afrid: “Lavoro dal lunedì alla domenica senza riposo. Ogni giorno inizio alle 9 e finisco alle 15, ricomincio alle 18 e termino alle 22. Devo fare questo lavoro per me e la mia famiglia, non ho altro. Mi è capitato di rimanere infortunato: sono dovuto restare fermo, non guadagnavo nulla. Non è giusto.”
Ahmad: “Lavoro anche 12-14 ore. Le difficoltà sono fisiche e mentali per la troppa fatica.”
Un rider nigeriano: “Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno. La mia paga non è sufficiente. Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana dalle ore 23 fino alle 7. Devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria.”
Un altro rider: “Con 800-900 euro al mese non ce la faccio. Lavoro tante ore perché devo aiutare la mia famiglia: 250 euro per il posto letto, 400 li mando in Bangladesh, il resto per mangiare.”
C’è anche un lavoratore di cinquantatré anni che confessa con amarezza: “Diventa sempre più difficile”. E Ozioma, che ha dovuto fermarsi perché “ha sentito dolori al petto”. Sono storie di corpi che cedono sotto il peso di un sistema che non contempla la possibilità della stanchezza, della malattia, dell’essere umani.

Il Grande Fratello digitale e la trappola del consenso
Il cuore tecnologico di questo sistema di sfruttamento è l’algoritmo.
La piattaforma traccia in tempo reale la posizione GPS di ogni rider, monitora velocità e traiettoria, conteggia ogni ritardo, registra ogni rifiuto.
Accettare una consegna troppo poco remunerativa?
L’algoritmo lo sa. Rifiutare perché la corsa è insostenibile?
Il software abbassa il punteggio, riduce le assegnazioni future, nella peggiore delle ipotesi blocca o sospende l’account senza preavviso.
Si tratta di quello che gli inquirenti definiscono “caporalato digitale”: un controllo pervasivo sul comportamento dei lavoratori attraverso “premi e punizioni” automatizzate, un Grande Fratello che non dorme mai e che trasforma ogni gesto lavorativo in dato da ottimizzare. La dignità del lavoratore non è una variabile contemplata dall’algoritmo: conta soltanto la performance, il numero di consegne, il tempo di risposta.
E il consenso? È una parola svuotata di senso quando chi firma il contratto lo fa con l’acqua alla gola. La Corte di Cassazione, richiamata nel provvedimento del PM Storari, ha chiarito che per configurare lo sfruttamento non è necessario uno stato di necessità assoluta: è sufficiente una “grave difficoltà, anche temporanea”, tale da limitare la libertà di scelta. I rider, in larga parte migranti con famiglie da mantenere e nessuna alternativa immediata, si trovano esattamente in questa condizione. Accettano tutto. Devono accettare tutto.
Le multinazionali nell’ingranaggio: nessuno può dirsi innocente
La mossa più coraggiosa e politicamente significativa dell’inchiesta milanese è tuttavia un’altra: l’estensione delle indagini alle grandi multinazionali del food che si avvalgono dei servizi di Deliveroo e Glovo. Il 25 febbraio 2026, in contemporanea con il decreto su Deliveroo, i Carabinieri si sono presentati nelle sedi italiane di McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga, Crai, Poke House e KFC per acquisire documenti e verificare modelli organizzativi.
Il principio giuridico è chiaro e di straordinaria portata: chi si avvale di una filiera produttiva fondata sullo sfruttamento non può invocare l’ignoranza o la distanza contrattuale come scudo. Modelli organizzativi inadeguati a prevenire lo sfruttamento potrebbero configurare, secondo la Procura, una forma di agevolazione colposa del caporalato. In altre parole: voi che guadagnate sulla pena dei rider, cosa avete fatto — e cosa potevate fare — per spezzare questo circuito?
Non è la prima volta che la magistratura milanese percorre questa strada. Le stesse logiche sono state applicate, con risultati significativi, nel settore della moda: Armani, Dior, Louis Vuitton, Tod’s sono stati raggiunti da indagini che, risalendo la catena degli appalti e dei subappalti, sono arrivate alle fabbriche clandestine dove lavoratori cinesi cucivano borse e abiti griffati per pochi euro a pezzo. Il meccanismo è identico: delegare lo sporco lavoro a chi sta più in basso nella catena, lavarsene le mani con un codice etico esposto sul sito aziendale, incassare i profitti.
Il silenzio della politica e il coraggio della magistratura
Occorre dirlo con chiarezza: in questo campo, la politica italiana ha clamorosamente mancato al suo dovere. Il contratto firmato nel 2020 tra Assodelivery e l’UGL — un sindacato minoritario e, in questo settore, privo di reale rappresentatività — ha istituito il sistema del pagamento a cottimo, escludendo i tempi di attesa e fissando compensi irrisori.
Da allora, il tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative si è riunito, come denuncia Borghesi di Nidil-CGIL, soltanto due volte in un anno e mezzo, senza alcun risultato concreto.
L’Italia avrebbe dovuto recepire entro il 2025 la Direttiva europea sul lavoro nelle piattaforme digitali, uno strumento normativo che — pur giunto all’approvazione finale in forma molto indebolita rispetto alla proposta originaria — avrebbe potuto fornire qualche tutela aggiuntiva. Di questo recepimento, a febbraio 2026, non vi è ancora traccia. Il legislatore tace. Le aziende prosperano. I rider pedalano nella pioggia.
In questo vuoto di responsabilità politica e istituzionale, è intervenuta la magistratura. Non per vocazione imperialistica, ma perché qualcuno — come ha sottolineato Borghesi — “avrebbe dovuto vedere e ha scelto di non farlo”. Il PM Storari e i Carabinieri del Lavoro hanno fatto il loro dovere. Ora tocca a tutti gli altri fare il proprio.

Una questione di civiltà
Esistono i nuovi schiavi. Non portano catene visibili: portano uno smartphone con un’app aperta, una borsa termica sul portapacchi, una divisa con il logo di un’azienda che fattura centinaia di milioni. Sono migranti, spesso irregolari o in condizione precaria, che hanno traversato oceani e deserti per approdare a questo: tremila calorie bruciate ogni giorno per quattro euro a consegna.
Il loro sfruttamento non è un effetto collaterale indesiderato di un sistema altrimenti funzionante. È il modello di business. È la condizione necessaria affinché un consumatore possa ricevere la sua pizza calda in trenta minuti pagando prezzi contenuti, affinché le piattaforme possano presentare bilanci in crescita agli azionisti, affinché le multinazionali del fast food possano ampliare le reti di distribuzione senza farsi carico di alcun costo del lavoro. Il rider è il punto più debole della catena, quello su cui viene scaricato il rischio d’impresa, la variabilità della domanda, il costo della flessibilità.
Chiamarlo “lavoro autonomo” è una mistificazione linguistica al servizio di interessi economici ben precisi. Chiamarlo libertà è un insulto alla intelligenza e alla sofferenza di chi vive questa condizione ogni giorno.

La giustizia da sola non basta
L’intervento della Procura di Milano è necessario, doveroso, e va salutato come un atto di civiltà giuridica. Ma nessuna inchiesta penale, per quanto coraggiosa, può sostituire una riforma strutturale del lavoro su piattaforma. Servono norme chiare che sanciscano la subordinazione di fatto dei rider, con tutti i diritti che ne conseguono. Serve un contratto collettivo negoziato con i sindacati realmente rappresentativi. Serve che la direttiva europea venga recepita non come obbligo burocratico da adempiere al minimo sindacale, ma come opportunità per costruire un sistema più giusto.
Servono consumatori consapevoli, che sappiano che il costo di quella pizza consegnata in venti minuti include, da qualche parte nella catena, la salute e la dignità di un essere umano.
E servono multinazionali che smettano di nascondersi dietro i codici etici e inizino ad assumersi la responsabilità reale di quanto accade nella loro filiera.
I “dannati dell’algoritmo”, per usare l’espressione evocativa con cui questa storia è stata raccontata, aspettano. Pedalano sotto la pioggia, dormono in otto in un appartamento, mandano soldi a casa e sognano una vita più giusta. Meritano qualcosa di più di una sentenza. Meritano un paese che decida, finalmente, da che parte stare.
(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com