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- 04 Marzo 2026 Piero Orteca
Se non c’è un piano di intervento preciso per la guerra all’Iran, che comporti anche una chiara opzione di uscita (una ‘way out’), allora gli americani si stanno muovendo a casaccio. Una constatazione che scaturisce dall’affastellarsi di dichiarazioni contraddittorie del governo Usa sui veri motivi del conflitto. Trump continua a dimostrare un’ambiguità strategica che confonde amici e nemici, mentre Rubio scarica su Israele la scelta di attaccare

Un missile iraniano su Tel Aviv
Rubio, la pezza e il buco
Cominciamo dalla fine: le dichiarazioni del Segretario di Stato, Marco Rubio, sono state talmente disastrose da spingere persino Trump a smentirle subito. Cioè, a sostenere che non sarebbe vero quanto ha dichiarato il capo della sua diplomazia. Rubio ha in pratica messo le mani avanti, annunciando un’escalation dell’intervento israelo-americano nel Golfo Persico: «La prossima fase – ha detto – sarà ancora più punitiva per l’Iran di quanto non lo sia stata finora». Il Segretario ha parlato prima di un’audizione a porte chiuse con diversi leader del Congresso, alcuni dei quali erano stati assai tiepidi (per non dire scettici) sull’attacco agli ayatollah. Secondo il New York Times, «Rubio ha offerto un messaggio confuso, affermando che gli attacchi erano una risposta a una ‘minaccia imminente’, ma poi ha descritto la campagna come ‘preventiva’ e basata sul presupposto che l’Iran avrebbe colpito le forze statunitensi una volta che Israele avesse iniziato a bombardare il Paese». Ed è questa la parte dell’intervento del Segretario di Stato che sta già cominciando a sollevare un vespaio di polemiche. Perché, da ciò che dice Rubio, sembra che gli Stati Uniti siano stati trascinati nel pentolone della guerra da Israele, con Trump praticamente a rimorchio di Netanyahu. «La minaccia imminente era che sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato, e noi credevamo che lo sarebbe stato – prosegue Rubio – avrebbe attaccato immediatamente pure noi, e non saremmo rimasti lì ad assorbire un colpo prima di rispondere. Così, abbiamo agito proattivamente in modo difensivo per impedire loro di infliggere danni maggiori». Insomma, visto tutto quello che sta succedendo, Marco Rubio si è travestito da uomo-ragno per arrampicarsi sugli specchi. Ma il risultato finale è che la pezza sembra proprio peggio del buco.
Le reazioni
Il discorso fatto da Rubio ha avuto lo stesso effetto di un macigno scagliato in uno stagno. Gli israeliani hanno preso atto (‘de relato’) della notizia che, in fondo, la guerra è scoppiata per l’ostinazione di Netanyahu, che si è saputo ‘cucinare’ a fuoco lento Trump. «L’azione pianificata da Israele contro l’Iran – ha scritto Haaretz – che avrebbe comportato una rappresaglia contro le forze americane, ha spinto gli Stati Uniti a lanciare i loro attacchi del fine settimana contro Teheran, ha affermato il Segretario di Stato americano Marco Rubio». E il Jerusalem Post titola con grande evidenza, sullo stesso argomento, sottolineando che «Marco Rubio rivela che l’attacco pianificato da Israele ha portato gli Stati Uniti a scatenare una guerra contro l’Iran». Durissima la reazione del Ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, il quale ha voluto ricordare al mondo che l’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro il suo Paese non è stato provocato, poiché si è verificato mentre Teheran e Washington erano impegnati nelle trattative per un accordo sull’energia nucleare. Araghchi ha poi risposto a Rubio, affermando: «Il Segretario di Stato ha ammesso ciò che tutti sapevamo: gli Stati Uniti sono entrati in guerra per scelta, per conto di Israele. Non c’è mai stata una cosiddetta ‘minaccia’ iraniana. Lo spargimento di sangue americano e iraniano – ha proseguito il Ministro – ricade quindi sui sostenitori di Israel First. Il popolo americano merita di meglio e dovrebbe riprendersi il proprio Paese».
Base Maga in subbuglio
Parafrasando la terminologia degli sfasciacarrozze (è il caso di dirlo), si può senz’altro affermare che Trump, con la decisione di fare la guerra agli ayatollah, adesso «perde pezzi». Il nocciolo duro della sua base elettorale ‘Maga’ è in subbuglio e sta vivendo come un ‘doppio tradimento’, sia l’intervento militare che la presunta sudditanza strategica nei confronti degli israeliani. Ecco come la seguitissima Morning edition dell’americana NPR (National Public Radio) ha presentato i ‘danni politici collaterali’ in arrivo dopo le scelte fatte dalla Casa Bianca: «Per molti sostenitori di Trump che rompono con il Presidente – dice NPR – i legami militari ed economici del Paese con Israele sono un fattore determinante nella loro delusione. Prendiamo l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene della Georgia, da tempo critica delle azioni militari in Iran e in altri Paesi. Intervenendo al Megyn Kelly Show, Greene ha ribadito la sua opinione secondo cui Trump si è allontanato dai principi alla base della visione del mondo ‘America First’, con il risultato che soldati americani ‘sono morti o sono stati assassinati per conto di Paesi stranieri. ‘Make America Great Again’ avrebbe dovuto essere l’America prima di tutto, non Israele prima di tutto, non un Paese straniero prima di tutto, non un popolo straniero prima di tutto, ma il popolo americano prima di tutto», ha detto Greene. Tucker Carlson, ex conduttore di un notiziario via cavo e da tempo critico dell’intervento straniero degli Stati Uniti, ha utilizzato il suo podcast per criticare duramente l’Amministrazione Trump, accusandola di essere entrata in guerra ‘perché Israele voleva che accadesse’. «Questa è la guerra di Israele. Non è la guerra degli Stati Uniti’, ha detto Carlson. Questa guerra non viene condotta per raggiungere obiettivi di sicurezza nazionale americani».
I primi sondaggi
Certo, in molti nel Partito Repubblicano temono che, questa volta, Trump abbia fatto il passo più lungo della gamba. E i primi sondaggi di RealClearPolitics già lo penalizzano, rendendogli irta di insidie la campagna per le elezioni di Mid Term. Solo il 39% degli intervistati è stato favorevole all’attacco contro l’Iran, mentre il 47% (mezzo Paese) non è assolutamente d’accordo. Il resto si è detto ‘indeciso’. Ma il peggio, forse, deve ancora venire. Specie quando l’impatto del conflitto sul mercato dell’energia comincerà a far sentire i suoi dannosi effetti collaterali. Inflazione e prezzo della benzina potrebbero regalare il Congresso ai Democratici.