LIBANO. Israele intima evacuazione sud Beirut. 700.000 civili in fuga

Dal blog https://pagineesteri.it/

di Silvia Casadei | 5 Mar 2026 

Centinaia di migliaia di abitanti di Beirut, 700 mila secondo i media locali, stanno fuggendo da Dahieh, la zona sud di Beirut, dopo l’ordine di evacuazione entro le 15 ora locale giunto dal portavoce militare israeliano. L’intimazione sembra preludere a bombardamenti intensi e altamente distruttivi dell’aviazione israeliana su quella che, superficialmente, i mezzi d’informazione descrivono come la “roccaforte di Hezbollah” e in cui vivono centinaia di migliaia di civili libanesi assieme a profughi palestinesi e siriani.

In un video pubblicato sui social media, il ministro israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich ha affermato che la periferia meridionale di Beirut “somiglierà presto a Khan Younis”, riferendosi alla città nella Striscia di Gaza meridionale, in gran parte rasa al suolo dopo oltre due anni di offensiva israeliana contro l’enclave palestinese.

Da lunedì i bombardamenti israeliani hanno ucciso 102 libanesi e ferito 638, ha dichiarato il Ministero della Salute.

I VIDEO SONO DI ORIENT LE JOUR 

Fuga da Dahieh

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PROFUGHI LIBANESI SCAPPANO DAL CAMPO DI BURJ EL BARAJNI

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TESTIMONIANZE DAL LIBANO DEL SUD

Le foto e il testo sono di Silvia Casadei

“Dopo l’occupazione dei nostri villaggi nel 2024 è stato firmato un accordo per fermare la guerra. Lesercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi completamente dal sud del Libano, ma questo non è mai avvenuto. Israele ha mantenuto il controllo di cinque punti nel sud del paese e si è rifiutato di abbandonarli, continuando ad entrare nelle nostre terre.

Abbiamo visto distruggere le nostre case e a molti libanesi non è stato permesso di tornare a vivere nei propri villaggi né di ricostruire ciò che era stato distrutto. Per circa quindici mesi i bombardamenti sono continuati nel sud del Libano.  Poi Hezbollah ha lanciato sei razzi. Secondo molti abitanti qui, è stato un tentativo di difendere la popolazione civile o almeno di cambiare qualcosa in una situazione che sembrava immobile. Ma adesso Israele è entrato nuovamente nelle nostre terre e noi siamo dovuti scappare ancora una volta”

Abbas scrive queste parole dalla città di Tiro dove è dovuto scappare da qualche giorno, da quando l’esercito israeliano ha emesso per i villaggi del sud del Libano un ordine di evacuazione, prima di colpire nuovamente le abitazioni e la popolazione. Gli ordini hanno interessato almeno 53 villaggi, ma secondo gli ultimi aggiornamenti si stima che abbiano coinvolto un totale di 84 villaggi.

Nella giornata di oggi i media libanesi hanno riportato la notizia che Israele ha ordinato lo sfollamento di tutti i cittadini libanesi a sud del fiume Litani. Questo comporterebbe lo sfollamento forzato di circa 200 mila cittadini libanesi, come avvenuto durante la guerra del 2006, rappresentando la chiara intenzione del governo israeliano di occupare stabilmente il Libano.

Abbas vive a Naqoura ma oggi, ci dice al telefono, la città è nuovamente deserta, tutti se ne sono andati, sono scappati cercando di portare in salvo le proprie famiglie. Dagli attacchi israeliani, dopo la conferma ufficiale dell’entrata in guerra da parte di Hezbollah, si contano più di 50 morti e un numero elevato di feriti.

I bombardamenti non hanno interessato solo le aree del sud del Libano ma anche la città di Beirut, i quartieri a maggioranza sciita di Dahieh, Haret Hraik, la valle del Bekaa dove un bombardamento israeliano ha colpito diverse abitazioni a Baalbek e nella notte anche il quartiere di Hazmieh, considerata una zona residenziale, abitata soprattutto da classi sociali medio alte e da una presenza importante di comunità cristiane. Questo evidenzia come l’allargamento del conflitto stia coinvolgendo anche quartieri che non sono legati storicamente ad Hezbollah, alimentando il timore che potrebbero non esserci più zone sicure in tutta la capitale libanese.

Al centro della crisi però c’è anche l’emergenza umanitaria degli sfollati, delle famiglie che dal sud del Libano sono state costrette nuovamente ad evacuare le proprie abitazioni. Gli ordini di evacuazione hanno costretto quasi 36 mila persone a lasciare la proprie case e raggiungere Saida, Beirut o le città del nord del paese.

“Adesso le persone dormono per strada senza nessun aiuto, senza lenzuola, al freddo” ci dice Abbas. “Il governo non sta aiutando la popolazione e nessuno si sta occupando di loro. Ora in città tutti i negozi sono chiusi. Il cibo è difficile da trovare  e non c’è benzina per andare via”

Prima che anche la città di Tiro fosse soggetta a numerosi bombardamenti da parte delle forze di occupazione israeliane le persone si erano rifugiate in città e coloro che non avevano la possibilità di permettersi una stanza in albergo o una casa si erano accampate anche in riva al mare, dormendo per strada, ci dice.

Oggi l’affitto di un appartamento nella città di Saida, dove molti sono nuovamente scappati dopo gli attacchi israeliani sulla città di Tiro, può raggiungere gli 800 dollari mensili e per una popolazione già stremata da anni di guerra e assenza di posti di lavoro sono cifre difficili da potersi permettere. Affitti che come ci viene riferito sono aumentati nell’ultima settimana, perché la guerra porta con se anche questi fenomeni speculativi.

“ Siamo partiti perché siamo troppo vicini a loro ( Israele ndr), la gente ha paura, abbiamo donne e bambini e per questo siamo venuti qui, aspettiamo un giorno migliore”, ci dice Abbas.

Avevamo incontrato Abbas a gennaio 2026 durante la nostra prima visita nei villaggi del sud Libano, la sua casa era stata distrutta dall’occupazione israeliana nel 2024, insieme a quella della sua famiglia che era stata pesantemente danneggiata.

La sue voce è stanca quando lo sentiamo al telefono, sono due giorni che non dorme, si è dovuto svegliare alle due di notte per fuggire da Naqoura, “troppi rumori nel cielo” ci dice. Ieri sarebbe voluto rientrare nel suo villaggio ma la notizia delle incursioni nel sud dell’esercito israeliano hanno reso impossibile il ritorno.

A Naqoura avevamo incontrato anche i proprietari di un piccolo market.  Per ricostruire la loro attività, dopo l’occupazione dell’ottobre 2024, avevano venduto tutto l’oro della famiglia e, senza altre risorse economiche, erano costretti a dormire dentro il negozio. Oggi è difficile immaginare il loro stato d’animo, e la paura di perdere ancora una volta l’unica fonte di sostentamento, nel contesto di questa nuova occupazione militare israeliana.

“La gente ora vive una vita dura, per strada e sotto gli alberi, sopravvivendo senza nessun aiuto. Non meritiamo questa vita”.  “Anche l’esercito libanese ha lasciato Naqoura” ci dice Abbas, lasciando intendere il senso di abbandono che la popolazione sta provando nuovamente a distanza di pochi mesi.

Fonti militari hanno dichiarato ad Al Jazeera che l’esercito libanese non si è ritirato dalle sue posizioni di confine, ma si è riposizionato su alcuni nuovi punti stabiliti a causa dell’escalation israeliana. Questa decisione appare in linea con la posizione del governo che ha dichiarato di considerare illegale ogni azione armata di Hezbollah, sottraendosi di fatto ad un possibile scontro aperto con le forze israeliane.

Ma se per il governo libanese lo scontro aperto con l’esercito israeliano rappresenterebbe un “suicidio”, così come riportato da numerosi media libanesi, il ritiro dell’esercito da oltre 50 posti di confine ha aperto la strada alle incursioni terrestri delle forze di occupazione israeliane.

Le più importanti si sono verificate nelle città di confine del Libano meridionale Aita al-Shaab, Yaroun e Kfar Kila.

Dopo la firma del cessate il fuoco, l’esercito libanese aveva progressivamente ripreso il controllo di numerose postazioni lungo la linea di demarcazione con Israele, la Blue Line, con il supporto della missione delle Nazioni Unite United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL). La missione, istituita sulla base della risoluzione 1701 del 2006, nasce con il compito di monitorare e controllare l’area compresa tra il fiume Litani e la Blue Line e segnalare al Consiglio di Sicurezza ogni violazione.

UNIFIL riunisce attualmente 48 paesi contributori, per un totale di circa 7500 peacekeeper. All’interno della missione opera anche un significativo contingente italiano, di circa 1100 militari, provenienti in gran parte dalla Brigata Alpina Taurinense, già presente nel 2024 durante la fase più intensa del conflitto.

Nel Sector West, l’area di responsabilità guidata dall’Italia che si estende dal fiume Litani fino alla Blue Line, operano circa 2700 militari provenienti da 16 nazioni, tra cui Ghana, Malesia, Corea del Sud, Irlanda e Polonia. Negli ultimi mesi, dopo la firma del cessate il fuoco,  il sostegno alle Lebanese Armed Forces (LAF) era diventato un elemento sempre più centrale della missione.

Dopo il rinnovo del mandato nell’agosto 2025, che ha fissato la scadenza operativa della missione delle Nazioni Unite al 31 dicembre 2026, il processo di rafforzamento delle LAF nel sud del paese aveva subito una forte accelerazione, secondo i dati forniti da UNIFIL.

Durante una visita alla base UNIFIL avvenuta nel febbraio scorso, i militari del contingente internazionale  ci avevano spiegato come uno degli obiettivi principali della missione fosse proprio quello di rafforzare progressivamente la presenza delle LAF nel sud del Libano, affinché diventassero l’unica forza statale responsabile della sicurezza dell’area.

Le LAF avevano infatti aumentato il numero di soldati dispiegati e il numero di postazioni lungo la frontiera, comprese alcune aree molto vicine alla Blue Line precedentemente bonificate dalle mine dagli stessi peace-keeper. Dopo il cessate il fuoco, l’esercito libanese aveva ristabilito circa 200 posizioni lungo l’area di confine, alcune riattivate e altre create ex novo.

Eppure la sensazione che emerge, ad oggi, sulla base delle testimonianze degli abitanti del sud del Libano, è quella di un esercito che non sembra ancora in grado di garantire autonomamente la difesa del proprio territorio. Le dichiarazioni del governo libanese, che ribadiscono la volontà di restare al di fuori di un conflitto aperto, appaiono in contrasto con la realtà sul terreno.

Un conflitto che, di fatto, era già in corso e che nemmeno la firma del cessate il fuoco nel novembre 2024 aveva realmente fermato. In questi 15 mesi la stessa UNIFIL, come ci è stato riferito, ha segnalato ripetute violazioni dell’esercito Israeliano alla risoluzione 1701 e nessuna da parte della controparte libanese.

Allo stato attuale attribuire ad Hezbollah la responsabilità del rischio di trascinare il Libano verso una guerra è una lettura parziale, poiché di fatto il conflitto, seppur con diversa intensità, era già presente da mesi sul terreno.

“ Ogni giorno Israele, spara, uccide persone e distrugge case, quindi la gente sta dalla parte di chi le difende”“le persone hanno bisogno di qualcuno che le protegga” , così ci risponde Abbas quando gli chiediamo cosa pensi della decisione di Hezbollah di entrare in guerra e quale sia, secondo lui, il sentimento fra la gente, aggiungendo: “alcune persone non vogliono la guerra, ma altre pensano che sia necessaria per fermare tutto questo bagno di sangue”.

La nuova incursione militare, con l’ingresso delle forze di occupazione israeliane all’interno di un territorio sovrano come il Libano, oltre ad alimentare la paura, accresce nei villaggi del sud anche un sentimento di disillusione. Sempre più persone sembrano infatti dubitare della reale capacità del proprio esercito di proteggere la terra in cui vivono.

Lina abita nel villaggio di Khiam, oggi è riuscita ad arrivare a Beirut, dopo un viaggio estenuante di quasi 14 ore, quando normalmente si raggiungerebbe la capitale in sole due ore e mezza.

La situazione nel sud era già estremamente tesa. Le città lungo il confine erano occupate direttamente o indirettamente e ci aspettavamo che un’occupazione completa potesse verificarsi da un momento all’altro, soprattutto perché lì non c’era alcuna presenza dell’esercito libanese.

Dopo quanto accaduto, abbiamo iniziato a sentire aerei volare a bassissima quota. Per la nostra sicurezza, abbiamo deciso di andarcene. Poco dopo, hanno iniziato a bombardare Khiam con il fuoco dei carri armati. Abbiamo rapidamente caricato tutto ciò che potevamo portare e siamo partiti.

Poco dopo, sono stati emessi ordini di evacuazione per le città di confine. A quel punto, eravamo già in viaggio. Persone da molte altre città stavano fuggendo contemporaneamente. Ci sono volute 14 ore per raggiungere Beirut. Il viaggio è stato molto difficile ed estenuante.”

Lina adesso è a Beirut ma ci dice che trovare un alloggio in città è diventata una lotta, perché le strutture ricettive sono poche e le persone sfollate sono troppe per contenerle. Il suo villaggio è stato bombardato anche oggi dalle forze di occupazione, perche come ci dice Lina “ le forze israeliane stanno cercando di compiere un’invasione terreste in Libano”.

“ Le forze armate libanesi hanno lasciato ogni singolo posto di blocco nel sud e hanno reso facile l’invasione del nemico” ci dice Lina con rammarico, dando concretezza all’idea generale che lo stato libanese e il suo contingente armato non siano riconosciuti come forza reale dalla popolazione del sud del Libano.

Le conseguenze dell’occupazione si riflettono anche sul piano umanitario, i centri di accoglienza sono attualmente saturi e come ci viene riferito alcune municipalità hanno emesso ordinanze che bloccano l’ingresso delle persone provenienti dai villaggi del sud, come ad esempio la municipalità di Barja, nei pressi di Sidone, che ha dichiarato, con un documento ufficiale, la sua impossibilità ad accogliere ulteriori sfollati. La decisone delle municipalità, non rappresenta una chiusura politica ma un problema reale di capacità e gestione dell’emergenza, in un contesto di pressione costante da quasi due anni.

Abbas ci riferisce che in alcune zone del Libano, soprattutto nel nord del Paese, non vengono affittate case ai musulmani. Prima di concedere un appartamento, racconta, viene spesso chiesto alle persone quale sia la loro appartenenza religiosa. «Questa guerra è contro gli sciiti», ci dice.

Per molti abitanti del sud del Libano, le implicazioni e la violenza del conflitto iniziato nel 2024 superano di gran lunga la distruzione che il Paese aveva conosciuto nel 2006, nella guerra fra Hezbollah e Israele.  “Penso che sia la guerra più dura che abbia mai visto”, ci dice Abbas.

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