Stretto di Hormuz, l’arma geografica di Teheran

Dal blog krisisinfo@substack.com

Krisis.info mar 4 di Pierluigi Franco

Persia, Regno di Ormuz, Stretto di Hormuz, mappa antica di Bellin del 1756. Foto Koa-public. Licenza: CC BY-SA 4.0.

Pur non essendo ufficialmente chiuso, il principale snodo energetico del pianeta è di fatto bloccato. Mentre le petroliere restano ferme e i prezzi di greggio e gas si impennano, le tensioni tra Iran e Usa riaccendono uno scontro mai sopito. L’ex corrispondente dell’Ansa da Teheran ripercorre le radici storiche e la centralità geografica dello Stretto di Hormuz. Una leva strategica capace di influenzare gli equilibri economici globali.


IN BREVE

Snodo energetico globale Da Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e un quarto del Gnl, diretto in Asia.

Alternativa quasi impossibile Unico sbocco dei giacimenti del Golfo, è difficilmente aggirabile. Gli oleodotti terrestri non riescono a compensare i volumi delle petroliere.

Crocevia della storia Da regno medievale a conteso avamposto tra portoghesi e britannici, Hormuz resta oggi uno snodo fondamentale per gli equilibri globali.

Incidenti e tensioni militari Negli ultimi decenni si sono sfiorati scontri tra Usa e pasdaran. Ogni crisi sul nucleare iraniano riaccende il rischio di escalation nello Stretto.


Era il 22 settembre 1983 quando, per la prima volta, il mondo si accorse che Teheran possedeva un’arma «geografica» in grado di mettere in difficoltà l’economia globale: lo Stretto di Hormuz. In quella data cadeva il terzo anniversario della guerra tra Iran e Iraq, un conflitto sanguinoso che sarebbe terminato soltanto nel 1988.

L’ayatollah Ruhollah Khomeini, padre della rivoluzione islamica, tenne un discorso celebrativo e affermò che il suo Paese era pronto a chiudere lo stretto di Hormuz, unica porta di accesso e di uscita dal Golfo Persico, se l’Occidente avesse continuato a incrementare le capacità belliche dell’Iraq.

Il discorso era rivolto in quell’occasione soprattutto alla Francia, Paese che aveva deciso di prestare all’Iraq cinque potenti aerei da attacco «Dassault-Breguet Super Étendard» della Marina francese, dotati di missili «Exocet», per colpire le riserve petrolifere iraniane. Saddam Hussein, che di lì a qualche anno sarebbe diventato il nemico numero uno, era ancora considerato grande amico di un Occidente dalle simpatie tradizionalmente ondivaghe.

La minaccia di chiusura dello Stretto da parte di Teheran è tornata a più riprese. Nell’aprile 1997, l’allora comandante dei pasdaran, Moshen Rezaei, paventò una possibile chiusura dello stretto di Hormuz a chiunque avesse minacciato la sicurezza della regione. Il monito in questo caso era diretto alla crescente presenza della flotta americana nel Golfo: Rezaei dichiarò che lo stretto sarebbe in ogni caso rimasto aperto «per i nostri amici e per i musulmani».

Tutti gli incidenti sfiorati

Di fatto, nel corso degli ultimi 20 anni, si è arrivati più volte vicini allo scontro armato tra americani e pasdaran nelle acque dello stretto di Hormuz. All’alba del 7 gennaio 2008, a pochi giorni da un viaggio dell’allora Presidente Usa George W. Bush in Medio Oriente, fu sfiorato un incidente tra cinque vedette dei pasdaran iraniani e tre navi da guerra americane.

Per gli iraniani c’era stata violazione delle proprie acque territoriali, per gli americani era stata una provocazione dei pasdaran, accusati di aver lanciato da una nave un messaggio chiaro: «Stiamo per attaccarvi, vi faremo saltare per aria tra pochi minuti». Ma, per fortuna, allora non saltò nessuno.

Ancora in piena crisi sul nucleare iraniano, all’inizio di agosto del 2008, arrivò una nuova minaccia di chiusura dello Stretto, in caso di un ventilato attacco da parte di Usa e Israele. Anche allora, a fare da portavoce del regime fu l’allora capo dei pasdaran, Mohammad Ali Jafari, sottolineando quanto sarebbe stato facile per l’Iran chiudere il transito alle navi.

Non c’è dubbio che, oltre al traffico di petroliere, su quella strettoia marina hanno intensificato la loro presenza navi e sottomarini militari statunitensi. Tanto da riuscire anche a scontrarsi tra loro, come avvenne il 20 marzo 2009. In quell’occasione una nave militare anfibia e un sottomarino, entrambi della Quinta flotta americana, entrarono in collisione proprio nello Stretto di Hormuz provocando una quindicina di feriti tra i due equipaggi e la perdita di migliaia di litri di carburante.

Passaggio obbligato largo 38 km

Lo Stretto di Hormuz, di fatto la via strategica del petrolio prodotto nei Paesi Arabi, collega l’Oceano Indiano e il Golfo dell’Oman con il Golfo Persico. La costa Nord è in Iran, quella Sud negli Emirati Arabi Uniti e nell’enclave dell’Oman della penisola di Musandam. Nella strettoia è largo poco più di 20 miglia marine, circa 38 chilometri.

A farne capire l’importanza strategica è il fatto che si tratta dell’unico collegamento marino fra i ricchi giacimenti petroliferi del Golfo e il resto del mondo, passaggio obbligato per le petroliere. Per lo Stretto di Hormuz, secondo i dati dell’Amministrazione sull’energia degli Stati Uniti, passa il 40% del petrolio mondiale trasportato via mare e oltre il 20% di quello trasportato complessivamente.

Prima del blocco seguito all’attacco all’Iran da parte di Israele e Usa, lo Stretto veniva attraversato in media da 15 petroliere al giorno, con una capacità di trasporto da 16,5 a 17 milioni di tonnellate di greggio corrispondenti a circa 21 milioni di barili. I corridoi di transito per le navi in quel punto così stretto sono stati definiti dall’Onu e passano in acque territoriali dell’Oman e dell’Iran.

Il 76% del greggio trasportato attraverso lo Stretto ha come destinazione finale l’Asia, soprattutto Cina, India, Giappone e Corea del Sud. In ogni caso, per i Paesi acquirenti è sempre stato difficile trovare una via alternativa, in termini di volume e qualità, al greggio del Golfo.

Nel 2012 gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita erano corsi ai ripari, provando ad aggirare lo Stretto via terra costruendo oleodotti alternativi. Ma non è stato sufficiente a sostituire le petroliere, poiché la portata delle condotte è ancora troppo bassa rispetto ai volumi di produzione.

Il blocco del transito nello Stretto arresta quindi le esportazioni dei maggiori produttori dell’Opec, con tutti i rischi che ne possono conseguire per la diminuzione di carburante, l’aumento dei prezzi a catena e prospettive di crisi economiche. A ciò si aggiunge che attraverso Hormuz transita anche un quarto del gas naturale liquefatto utilizzato nel mondo, creando anche in questo campo notevoli difficoltà e impennate dei prezzi.

Così, con centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto ferme ai lati dello Stretto di Hormuz e le portacontainer commerciali dei colossi internazionali della logistica costrette a deviare dal Golfo, lo shock sui mercati è inevitabile. D’altra parte, gli effetti dell’attacco contro l’Iran e la conseguente risposta di Teheran erano prevedibili.

Il prezzo del Brent a 80 dollari al barile non può essere una sorpresa per nessuno, così come non potrà esserlo una prevedibile salita a 100 dollari. Stesso discorso vale per il gas, già con prezzi alle stelle per le follie di un’Europa inetta e allo sbaraglio, priva di guida e di lucidità.

Dai Sultani ai portoghesi

Questo piccolo braccio di mare a gomito che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran, mettendo in comunicazione il Golfo di Oman con il Golfo Persico, non è nuovo all’attenzione della storia. Il nome deriva dalla piccola isola di Hormuz, situata davanti alla città iraniana di Bandar Abbas. La sua importanza strategica è stata compresa fin dall’XI secolo, quando fu fondato il Regno di Hormuz nella parte orientale del Golfo Persico. Un regno che riuscì poi a espandersi a occidente, fino al Bahrein.

Alla sua fondazione, il regno era una dipendenza del Sultanato della dinastia selgiuchide di Kerman, per poi passare sotto varie dinastie, dai Salghuridi, dinastia persiana di origine turcomanna, all’Ilkhanato mongolo. Ma furono i portoghesi a comprendere davvero per primi il ruolo che questo Stretto avrebbe potuto avere per gli scambi commerciali. Infatti i lusitani riuscirono a conquistare il Regno di Hormuz agli inizi del XVI secolo, sottomettendolo in vassallaggio alla bandiera di Lisbona e rimanendovi per oltre un secolo.

Ma un posto così importante per i traffici marittimi non poteva certo sfuggire all’attenzione della potente britannica Compagnia delle Indie Orientali che, con l’appoggio della dinastia persiana dei Safavidi, riuscì a prendere il controllo di Hormuz nel 1622 instaurando di fatto il lungo periodo di controllo della Corona sul Golfo Persico e di preziosa alleanza con la Persia.

Sulle tracce della storia di Hormuz, anche l’Italia ha avuto nel recente passato un ruolo. Nel marzo del 1983 era stata avviata nell’area iraniana una missione storico-naturalistica dell’Istituto di studi orientali di Napoli. Lo scopo era quello di identificarne i siti per poter riportare alla luce le vestigia del Regno di Hormuz. Una spedizione scientifica capeggiata da Valeria Fiorani Piacentini, all’epoca titolare della cattedra di Storia dell’Iran e dell’Asia centrale, condotta con un gruppo di studiosi in grado di portare avanti ricerche anche in campo geomorfologico, geobotanico, idrogeologico e climatologico.

La particolarità di questa spedizione scientifica? Era la prima volta, dopo la rivoluzione islamica di quattro anni prima, che un gruppo di studio straniero veniva autorizzato dal governo iraniano a compiere ricerche in loco, conferendole all’epoca anche un notevole valore «politico».

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Pierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare stabilmente in Iran. Ufficiale superiore dell’Esercito Italiano, ha svolto consulenze e docenze in ambito di Forze Armate. Ha operato in Est Europa, Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Gorbacëv il furbo ingenuo. Una storia non agiografica alle origini della crisi mondiale (e Ucraina)” edito da Rubbettino.

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