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Paolo Vernaglione Berardi 04 Marzo 2026
Per la prima volta, forse dagli inizi degli anni 2000, c’è oggi la possibilità di creare un network dell’informazione indipendente. La rete “No bavaglio” che raccoglie decine di testate, mediattivisti e realtà della comunicazione e migliaia di operatrici e operatori dell’informazione, ha promosso la creazione di una rete che connette le diverse e variegate esperienze di giornalismo.
Martedì scorso a Roma, nella sala del Centro Ararat, una partecipata assemblea ha lanciato l’iniziativa, cruciale in un momento delicato e preoccupante per il feroce restringimento delle libertà di espressione e di informazione.
Gli attacchi continui, le minacce e la delegittimazione quotidiana subita a tutti i livelli del sistema dell’informazione da giornaliste e giornalisti, le querele temerarie e la generale condizione di rischio e di precarietà a cui sono soggetti tutti coloro che lavorano dentro e fuori dalle redazioni, nei blog e nelle agenzie stampa, pretendono che si costruisca un vincolo di solidarietà e una piattaforma di tutela e di ripristino della libertà di informazione.
In maniera proficua l’incontro ha fatto emergere i nodi più problematici del mestiere di giornalista, che si svolge in un’atmosfera che si è fatta sempre più irrespirabile. L’informazione, in Italia e nel mondo, da anni è a tutti gli effetti informazione di guerra. La censura è diventata sistemica e l’odio “social” diviene violenza reale contro chi intende il giornalismo con il coraggio quotidiano della verità.
Per i poteri, i nemici sono coloro che praticano il pensiero critico. La crisi del settore è crisi del lavoro e della democrazia, con deliberata e accelerata erosione dei corpi intermedi della professione e ricadute pesanti sulla libertà d’espressione.
In questo quadro si è rotto il rapporto tra stampa e popolazione. Certo, le trasformazioni tecnologiche hanno prodotto la generale mutazione del ruolo, del campo e della portata del lavoro giornalistico. Certo, i giornali hanno cessato di essere luoghi di lavoro collettivo e sono diventati catene di comando con agende, parole d’ordine e una manovalanza di gente sottopagata. Certo, giornalisti e giornaliste sono “pagati con la vanità”. Ma l’escalation mediatica della guerra all’informazione, il giornalismo sotto scorta e il ricatto da parte di editori il cui fine è alimentare propaganda e disinformazione, rendono necessaria la costruzione di una rete che connetta chi lotta per i diritti e chi resiste.
Per ciò è necessaria un’alleanza con movimenti sociali, associazioni, sindacati e realtà di una società civile in formazione che sostenga un progetto complessivo di ripristino del senso comune del ruolo e dell’attività giornalistica, in tutti i media e per tutte le figure professionali, sempre più ghettizzate.
Esistono anticorpi sociali contro il degrado del linguaggio: le associazioni, i movimenti e le chiese che continuano ad esprimersi contro guerra riarmo e genocidio. Esiste un’opinione pubblica da ascoltare e ci sono possibilità, per quanto disperse, difficili e faticose, di dare forza e consistenza alle notizie. Esistono due modelli alternativi di editoria, uno che resiste in un’esperienza più che cinquantennale, ed è l’esperienza travagliata della cooperativa editoriale; l’altra, che si va affermando, è l’editoria “dal basso”, frutto di crowfounding, che sta diventando, giustamente, istituzionale.
Varrebbe dunque la pena immaginare una forma ibrida di struttura editoriale, sostenuta da una rete di associazioni, enti non-profit e strutture di volontariato, che comprenda le testate cartacee, web e radio, sostenute da un azionariato popolare. È una proposta.
Il tutto per creare un fronte ampio di verità, una rete di sicurezza e di mutualismo che, a partire dal giornalismo, lo attraversi per creare un modello diverso e sostenibile di informazione. Per questo è urgente riscoprire la conflittualità della verità, accendere la luce, creare possibilità e luoghi di incontro, raccogliere esperienze, avviare tutele legali, e, se possibile, aprire la professione, immaginando interazioni con altre arti e mestieri: insegnanti, performers, operatori della cultura, studenti, ricercatori e quelle case editrici, molte, che rischiano per una produzione culturale che sfida l’editoria di catena.
La posta in gioco è alta e vale giocarla. L’inizio fa ben sperare.