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Paolo Mossetti 6 Marzo 2026
Con gli Epstein files la sinistra ha paura di passare per «complottista». Troppi si Illudono di proteggere la democrazia ignorando la vicenda
Ci vuole un bel coraggio a definire la discarica degli Epstein File – un oceano di detriti in cui il pubblico è stato lanciato senza salvagente – un esempio di «trasparenza». Non solo perché il format del rilascio sembra pensato apposta per favorire un crollo cognitivo, che vediamo tradotto in timeline invase da ritagli decontestualizzati, commenti furiosi e generalizzazioni rozze, ma anche perché la censura è stata talmente maldestra da alimentare le letture più paranoiche possibili: nomi oscurati ma numeri e dati personali visibili, dettagli casuali coperti come se fosse tutto improvvisato, o come se il criterio fosse proprio quello di farci ammattire tutti. Chi parla di insabbiamento ora sta vedendo i suoi sospetti convalidati, ma chi vuole capire meglio resta sopraffatto.
Non sorprende che in questo mare ci si buttino soprattutto gli outsider dell’informazione: i creatori di content su TikTok o Instagram che magari senza alcuna preparazione in materia spingono video su sacrifici umani e cannibalismo, costruiti su letture creative di due righe o su testimonianze anonime che l’Fbi non ha mai considerato credibili. E siccome ormai l’AI ha distrutto il concetto di evidenza fotografica, costringendoci a riprogrammare la nostra epistemologia, circolano anche immagini e mail inventate da utenti a caso, che si mimetizzano perfettamente nel rumore generale.
Forse queste premesse sono necessarie per spiegare la reazione in parte sdegnosa, in parte volta a minimizzare il tutto di alcuni segmenti del ceto riflessivo di fronte alle implicazioni politiche del caso Epstein. Un dispositivo che in questa, come in un po’ tutte le ultime crisi di legittimazione delle autorità – da WikiLeaks all’ascesa del nazional-populismo, dal Covid all’Ucraina – dà l’impressione di essersi attivato sulla base di una paura molto comune nella cultura progressista: quella di essere assimilati ai populisti.
L’antipopulismo militante
In questo filone possiamo leggere l’intervento della filosofa Gloria Origgi sulla newsletter Appunti di Stefano Feltri: «Nessuno è stato arrestato finora tra coloro che risultano nei file […] Sarebbe stato meglio affidare questo materiale alla stampa professionale […] La totale trasparenza in democrazia è un ideale impraticabile: la fabbrica del consenso non è mai completamente eliminabile, l’importante è che sia nelle mani giuste».
Usiamo queste parole perché ci sembrano paradigmatiche. Quello che potremmo chiamare antipopulismo militante, ama enfatizzare il sacrosanto bisogno, di fronte alle crisi dei meccanismi di delega, di attenersi ai «fatti», ai «numeri» e alla legalità formale. Questo atteggiamento presenta il costo di trascurare altre esigenze, per quanto caotiche e costose, come quella di ricucire lo strappo fra le istituzioni e la vita quotidiana dei cittadini qualunque. Mentre questi vorrebbero vedere i file gestiti da una cerchia ristretta di addetti ai lavori, l’esperienza concreta di milioni di persone con i media tradizionali porta a conclusioni molto diverse, e ad accettare come inevitabile e persino salvifica la disintermediazione tramite i social. Se il populismo vive di una verità emotiva che spesso ignora concetti come «nessuno è stato arrestato», l’impressione è che l’antipopulismo, anche di sinistra, si rifugi in un culto della competenza piuttosto velleitario e fuori tempo massimo.
Si prenda il processo penale che è già partito contro Peter Mandelson, stratega di lungo corso del New Labour, machiavellico deux ex machina blairiano, sabotatore della svolta socialista: in ballo in questa storia non ci sono solo foto in mutande, ma il fatto che nel maggio 2010, mentre i ministri dell’eurozona trattavano febbrilmente un piano di salvataggio continentale, Mandelson avrebbe fatto sapere in anticipo a Epstein di un possibile bailout da 500 miliardi. Aggiungiamoci altri episodi non meno gravi: un presunto «avviso» di Mandelson sulle dimissioni di Gordon Brown, che sarebbe circolato in pieno orario di mercato, quindi molto più facilmente monetizzabile su sterlina, titoli di Stato e titoli azionari. Oppure le consulenze chieste da Mandelson a Epstein su come sabotare il programma redistributivo del suo stesso partito, dopo la crisi finanziaria del 2008. È vero che le indagini sono solo all’inizio, ma va da sé che la vicenda ci ricorda cos’era diventato un centrosinistra troppo rilassato con gli ultraricchi e la libertà dei capitali.
Quando ci si lamenta delle rozzezze di chi sobilla il populismo con certi reel su Instagram forcaioli e pieni di imprecisioni, e di un’imprenditoria della disperazione che ci trasforma tutti in pagliacci sui social, bisognerebbe chiedersi anche perché, per milioni di utenti, quelle rozzezze sono sempre meglio dei cosiddetti legacy media. Per giorni, i telegiornali italiani e i principali quotidiani si sono concentrati sul sottoargomento epsteiniano più traballante di tutti: il presunto coinvolgimento di Putin nelle macchinazioni del finanziere morto suicida, basato per lo più su un numero abnorme di citazioni nelle email. Addirittura un giornale come Repubblica ha scelto di affidarsi, per suggerire il presunto collegamento, a un articolo di un tabloid di destra che ai tempi della Brexit veniva denigrato (il Daily Mail). All’estero non è andata meglio.
Uno spin imbarazzante che Pjotr Sauer, corrispondente dalla Russia del Guardian, così ha riassunto su X: «Epstein passa anni a fare pressioni sui suoi contatti, senza successo, per un incontro con Putin, in modo da poter proporre idee sugli investimenti esteri […] Finora nulla suggerisce che Epstein lavorasse per l’intelligence russa». Se c’è un taglio interessante parlando del rapporto Epstein-Russia, semmai, è il fatto che la caduta dell’Unione sovietica abbia creato un modello di oligarchi e reti finanziarie transnazionali che ha finito per essere imitato e cooptato dagli occidentali: movimenti di capitali opachi, uso di kompromat, società fittizie e collaborazione tra servizi deviati, oligarchi e faccendieri. In un’epoca di astensione crescente ovunque e di disaffezione per la politica, guardare nei documenti di Epstein non significa solo cedere al «populismo penale», ma avere l’opportunità di interrogarsi su un arretramento democratico avvertito da sempre più persone. Anche affrontando certi clamorosi doppi standard.
Il nodo Israele-Mossad
Il caso Epstein, com’era prevedibile, ha fatto esplodere non solo sfottò grevi contro i ricchi o teorie oziose gettate nell’etere, ma anche vecchi miasmi antisemiti. Che talvolta si ammantano di panni antisraeliani, a volte di panni antiebraici e basta. A vari esponenti della destra razzista così come anche a qualcuno a sinistra non sarà sembrato vero poter finalmente «unire i punti» parlando di un finanziere ebreo coinvolto in gossip macabri, possibili rituali satanici e accertati abusi su minori. Dalle citazioni di Ilan Pappé e Moni Ovadia all’attualizzazione della leggenda nera di San Simonino e degli ebrei che bevono sangue di bambini è un attimo, su Internet.
Succede in effetti per lo più nella galassia very much online della destra statunitense: quella nazi-cristiana e misogina (Nick Fuentes) oppure quella isolazionista conservatrice (Candace Owens, Tucker Carlson) che anche quando non si affida all’antisemitismo esplicito sembra volersi occupare soltanto dei legami Epstein-Mossad. Ma non mancano giornalisti e streamer della sinistra populista, come Ana Kasparian o Hasan Piker.
Anche in Italia, si vedono tendenze sconcertanti in alcuni influencer filopalestinesi che non hanno alcun incentivo a misurare le parole – anzi – e tanti cani sciolti, periferici, di una sinistra disperata senza più casa politica, che diffondono interpretazioni errate su presunti riferimenti religiosi nei documenti. Sarebbe irresponsabile, insomma, sottovalutare i rischi per la comunità ebraica derivanti da questo «liberi tutti».
Quello che sappiamo è che nelle email di Epstein ci sono riferimenti scherzosi o arroganti all’ebraicità, e un linguaggio di «insider» che punta a rafforzare il senso di appartenenza identitaria. Può sembrare la conferma di stereotipi odiosi su un’élite ebraica chiusa e potente che controlla finanza, media e politica: ma Epstein non era un criminale perché ebreo, né emerge dai documenti una cabala ebraica che governa il mondo. Come fa notare David Klion su Jewish Currents, l’aspetto semmai più interessante è come una certa forma di solidarietà comunitaria, di rete sociale, sia servita a Epstein per coprire o ignorare i suoi abusi, e a farsi trattare come interlocutore rispettabile. Sappiamo che questo lo ha fatto diventare un intermediario e facilitatore di accordi politici e di sicurezza ad altissimo livello, con relazioni estese non solo con ambienti dell’intelligence statunitense, ma anche con quella israeliana e di altri Stati, agendo come mediatore informale tra governi.
Sappiamo che Ghislaine Maxwell ha svolto, secondo documenti visionati dal New York Times, un ruolo attivo e molto centrale nella fase di avvio della Clinton Global Initiative (lanciata nel 2004-2005), aiutando a strutturarne la creazione e contribuendo a trovare finanziamenti. Parliamo di un’organizzazione da sempre impegnata nella criminalizzazione di qualsiasi tentativo di imporre sanzioni o boicottaggi su Israele. È ormai accertato che il padre di Ghislaine Maxwell, Robert, mentre costruiva un impero editoriale, facesse il pendolare per il Mossad, trafficando software-spia come fossero enciclopedie porta a porta. È morto su uno yacht alle Canarie (per annegamento, secondo la versione ufficiale) ed è stato sepolto con tutti gli onori istituzionali in Israele.
Anche se vogliamo scartare quel controverso rapporto dell’Fbi basato su un informatore confidenziale poi rivelatosi un negazionista dell’Olocausto, convinto che Epstein fosse un agente del Mossad, documenti ben più solidi mostrano che Epstein e il suo circolo di potere fossero indifferenti alle vite dei palestinesi e incrollabili sostenitori dell’esercito israeliano – tramite ad esempio donazioni a Friends of Israel Defense Force e al Jewish National Fund che finanziano insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata. Sappiamo che Epstein avrebbe suggerito all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, tutt’altro che una figura marginale, di valutare Palantir, fondata da Peter Thiel, come partner tecnologico, contribuendo così indirettamente alla diffusione in Israele di strumenti di analisi e intelligence poi usati per martoriare Gaza. Palantir è un colosso i cui capi non solo definiscono apertamente il sostegno a Israele una scelta «di civiltà», ma dicono che una delle missioni aziendali è la persecuzione di ogni forma di socialismo. Sarebbe un dettaglio secondario, non fosse che l’intelligence di diversi paesi Ue si affida da molti anni a Palantir e a Israele, rendendo di fatto clownesca, come scrive lo storico Alessandro Aresu, l’espressione «sovranità tecnologica».
Doppi standard
Gli elementi che abbiamo davanti raccontano insomma a un pubblico spesso sfiduciato e disamorato di un’attività di networking politico-strategico di alto livello finora poco approfondito dai media tradizionali. Secondo Sangita Myska, veterana di Bbc Radio, non proprio un’estremista: «[Epstein] avrebbe fatto soldi tramite Putin/Russia e anche tramite il Mossad/Israele. Mentre ho visto i principali media britannici esplorare giustamente il primo aspetto, non ho letto molto sul secondo».
Con un’aggravante, chiara a tanti elettori populisti e non solo: se la Russia è di fatto già antagonista della nostra diplomazia, le omissioni su Israele riguardano un alleato cruciale del fronte euro-atlantico, che gode di un indubbio privilegio diplomatico nonostante sia in piena escalation etnonazionalista, che ha un impatto notevole, concreto, innegabile non solo sulla diplomazia ma anche sul dicibile pubblico in molte nazioni, su diverse carriere culturali, e anche sulla legislazione dei parlamenti.
Si pensi alla legge «contro l’antisemitismo» che mentre scriviamo sta per essere approvata al Senato italiano grazie a un accordo tra destra di governo e centristi Pd, basata su una definizione che, secondo Amnesty, «potrebbe comprimere libertà di espressione, insegnamento e associazione», «in contrasto con diversi principi costituzionali». Verrebbero squalificati come discriminatori anche «i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele» e «le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni». Un’iniziativa autoritaria, probabilmente inutile, impopolare, concepita di concerto con la diplomazia israeliana e leadership ebraiche sempre più radicalizzate a destra che – denuncia il Laboratorio Ebraico Antirazzista – «non può che alimentare nuova ostilità e ulteriore antisemitismo».
Riappropriarsi della critica al potere
Di fronte a pesi e misure diversi adoperati nel discorso pubblico, si palesano gruppi sociali che usano ogni frase scritta da Jeffrey Epstein per sostenere che rappresenti il modo di pensare di tutti gli ebrei: il comportamento specifico di un criminale e dei suoi sodali viene trasformato in una colpa collettiva. O che ogni ricco, famoso e potente menzionato in quelle email sia automaticamente colpevole. Inutile dire che il modo migliore per non alimentare la violenza è non dire cose violente, non frequentare i violenti e non dargli spazio. Anche perché in molti casi nessuna evidenza gli farà cambiare idea.
Il secondo modo migliore per non alimentare la violenza è non lasciare a elettori già sfiduciati l’impressione che ci siano categorie o argomenti intoccabili, beneficiari di una protezione incongrua da parte di intellettuali pavidi e istituzioni compromesse. Se è fuori discussione la necessità di tenere saldo l’onere della prova nei momenti di panico morale – per evitare il sorgere di nuovi Savonarola – e quando si parla del rapporto tra Epstein ed ebraismo di rifiutare categorie monolitiche, non ci si può disinteressare completamente dell’arretramento democratico raccontato da questa storia. Rifugiarsi negli aspetti puramente legalistici, evitando di affrontare il comportamento di élite ristrette che scambiano la propria identità per immunità morale, o sostenere che l’unico modo per proteggere le democrazie dal caos sia restringere il dicibile pubblico è controproducente, ma soprattutto è miope.
C’è nei files abbondante materiale per mobilitare in chiave moralistica il pubblico più reazionario, alimentando ondate di conformismo intellettuale, ma ancora più catastrofiche potrebbero essere, elettoralmente, le conseguenze per una sinistra che si mostri appiattita sullo status quo, del tutto disinteressata alle connessioni di potere e alle lezioni da apprendere.
In una fase di autoritarismo crescente, la pavidità e l’incoerenza del progressismo si pagano caro. I populismi prosperano sul crollo degli standard condivisi. I fascisti si nutrono della percezione pubblica che le regole siano selettive. Andare in una diversa direzione significa accettare di fare politica con quello che c’è, allargando lo spazio del discutibile in democrazia. Significa la costruzione di un percorso etico più solido: provando a sporcarsi le mani con almeno alcuni dei «complotti» che abbiamo davanti, parlandone e nel caso persino rivendicarli, anche se sono già frequentati da persone che ci fanno ribrezzo.