I venti di guerra mettono a rischio la nostra sicurezza alimentare

Dal blog https://krisisinfo.substack.com/

Krisis.info mar 6 di Andrea Pincin

«Senza pane», dipinto da Ernesto de la Cárcova nel 1894. Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0.

In un’epoca in cui le tensioni geopolitiche minacciano le catene di approvvigionamento globali, la capacità di garantire il sostentamento della popolazione si rivela un pilastro imprescindibile della difesa nazionale. Mentre potenze come Stati Uniti e Russia hanno già blindato il settore primario, l’Italia sconta una grave assenza di programmazione e dipende pericolosamente dai mercati internazionali. In questo colloquio con il generale Cosimato, Krisis analizza le vulnerabilità del nostro sistema nazionale: dalla dipendenza per i mangimi all’assenza di riserve per i civili.


IN BREVE

Vulnerabilità logistica nazionale Dal confronto fra uno studioso di agricoltura e un esperto di difesa, emerge che l’Italia sconta l’assenza di una programmazione strategica coordinata. La dipendenza dai mercati esteri per beni essenziali espone il Paese a rischi critici.

Fragilità della distribuzione Il sistema basato sulla grande distribuzione non garantisce scorte per i civili. In caso di crisi, l’assenza di riserve alimentari minaccia la stabilità sociale.

Modello statunitense e russo Mentre Washington e Mosca blindano l’agricoltura come infrastruttura di sicurezza, l’Europa ha sacrificato la produzione in nome di un mercato globale instabile.

Ritorno alla sovranità produttiva Il generale Cosimato invoca la strategia del «frigorifero pieno». È necessario valorizzare le risorse interne per contrastare le insidie della guerra ibrida.

Sinergia tra reparti e campagne Difesa e agricoltura devono coordinarsi in un unico quadro d’azione. Il ripopolamento delle aree interne è un asset per la resilienza e il presidio del territorio.


«Oltre il petrolio: lo stretto di Hormuz e i rischi dell’alimentazione globale». Così Forbes ha intitolato un editoriale subito dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran, indicando che «se il traffico commerciale per lo Stretto […] sarà chiuso, l’impatto si estenderà oltre il mercato energetico. Potrebbe impattare direttamente sulla produzione agricola globale». Motivo: dal Gnl prodotto nel Golfo Persico dipende una parte della produzione di fertilizzanti azotati, indispensabili per garantire le moderne rese del settore primario.

Lo scorso dicembre il Ministro della Difesa Guido Crosetto aveva specificato che l’energia «è oggi non solo elemento economico ma fattore geopolitico e di sicurezza nazionale». Quanto alla sicurezza degli approvvigionamenti, il ministro aveva precisato che «non è più un tema astratto, ma una questione concreta che incide sulla competitività industriale, sulla stabilità dei mercati e sulla vita dei cittadini».

Dello stesso avviso il generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa. Durante l’audizione presso le Commissioni Difesa della Camera e del Senato del 9 dicembre 2025, ha evidenziato l’importanza di «uno sforzo diretto a garantire autonomia strategica, resilienza logistica, continuità delle forniture, condizioni indispensabili per […] ridurre la dipendenza da filiere estere in settori sensibili».

Questa rinnovata attenzione per la tutela di settori e filiere vitali per l’autonomia nazionale è ritornata parte del dibattito specialistico e pubblico anche in Europa. E pensare che, negli ultimi 30 anni, il nostro continente aveva fatto del neoliberalismo, del mercantilismo e della globalizzazione i propri fari per politiche economiche ed estere, anche a costo di sacrificare interi comparti produttivi. Emblematico il caso del settore manifatturiero italiano, nel quale solamente «tra il 2007 e il 2022, il valore aggiunto reale […] è sceso dell’8,4%».

L’interesse per le filiere considerate centrali per l’autonomia nazionale è generalmente indirizzato verso i settori ad alta intensità tecnologica, come semiconduttori, terre rare, intelligenza artificiale, chip ed energia, di cui l’Europa dispone in quantità molto limitata. Ma il problema riguarda anche gli Usa. Michael Bloomberg, fondatore e proprietario dell’omonima agenzia di stampa americana, ha commissionato un report specialistico intitolato «Vantaggio strategico: un progetto per le svolte nell’innovazione della difesa». Il rapporto lancia l’allarme: «Se l’America non detiene la leadership nella produzione di hardware ad alta tecnologia e non è in grado di dispiegarlo su vasta scala, non può essere leader nella deterrenza. La nostra dipendenza dalla manifattura estera rafforza le catene di approvvigionamento, la forza lavoro e le capacità tecnologiche dei nostri concorrenti».

In questa corsa all’autonomia strategica, incentrata su nuove tecnologie e Intelligenza artificiale, in tanti sembrano essersi dimenticati alcuni preziosi insegnamenti della storia anche molto recente. «Ci sono solo nove pasti tra l’umanità e l’anarchia» ammonì nel 1906 il giornalista statunitense Alfred Henry Lewis. Il riferimento è chiaro: una forte indisponibilità, anche temporanea, di derrate agricole per l’alimentazione può trasfigurare il volto di una società, anche se ben organizzata, acculturata, moderna e digitalizzata.

Interessante notare come questa affermazione sia nata nel contesto della Belle Époque europea o della Gilded Age statunitense, periodo storico dominato da una certa stabilità politica globale, una solida interconnessione e interdipendenza commerciale tra gli Stati, una forte innovazione tecnologica e una generale crescita economica. Ma la storia insegna che il settore primario non può mai essere messo in un angolo e ridotto a filiera marginale. Durante la Prima guerra mondiale, si stima che in Germania «circa 800 mila persone siano morte di fame […] tra il 1914 e il 1918». Non a caso, l’inverno 1916/1917, sotto il blocco navale inglese, divenne tristemente famoso come «l’inverno delle rape».

In quest’ottica, è interessante analizzare come l’Italia stia affrontando oggi il legame tra settore primario e sicurezza strategica nazionale, confrontandolo con quello di Stati Uniti d’America e Federazione russa. In quest’ottica, Krisis propone un colloquio tra il generale Francesco Cosimato, che ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la Nato e il dottore forestale Andrea Pincin.

Pincin: Generale, la guerra di Usa e Israele contro l’Iran mette a nudo il tema della interdipendenza delle filiere, non solamente energetiche. In questi ultimi mesi si è anche acceso un dibattito sulla nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, presentata il 5 dicembre 2025 e definita «dottrina Donroe» o «corollario Trump alla dottrina Roosevelt». Esiste in Italia un simile strumento di programmazione strategica, che garantisca strumenti di tutela della sovranità sociale ed economica nazionale?

Cosimato: No, in Italia non è presente uno strumento dottrinale coordinato di programmazione strategica. Questa mancanza dipende da due fattori fondamentali: l’ordinamento costituzionale della Repubblica e il contesto culturale e storico-politico italiano. Da un lato va rilevato che un sistema costituzionale come il nostro non è strutturato per la gestione di situazioni emergenziali, poiché difetta di un esecutivo forte, i cui poteri sono limitati da un lato dal Parlamento in qualità di organo legislativo, e dall’altro dalla Presidenza della Repubblica. In caso di emergenze il governo può elaborare i decreti-legge nell’ambito di un processo iterativo piuttosto opaco in contraddittorio con la Presidenza della Repubblica, configurando quindi una doppia forma di governance e quindi non rispondendo al principio militare dell’unità di comando. Di fronte alle emergenze derivanti dalle tensioni internazionali, l’Italia rimane imprigionata in procedure farraginose. È in corso una revisione di questa politica, ma ci vorrà molto tempo perché maturi. Dall’altro lato, in Italia manca una cultura programmatoria e dottrinale, che è invece presente nel mondo anglosassone, ambito nel quale la nomina di un responsabile pubblico è sempre accompagnata dall’esplicitazione di una visione. Al contrario, in Italia chi esprime una visione è visto come un corpo estraneo.

Pincin: Ritiene che la definizione di una dottrina di sicurezza nazionale condivisa tra gli organi di governo, le strutture ministeriale e amministrative, le Forze armate e di pubblica sicurezza, il Parlamento e la Presidenza della Repubblica possa permettere di superare questa farraginosità nella gestione delle emergenze?

Cosimato: Sì, ma il problema in questo caso è culturale. Lo si è visto ad esempio nell’ambito della frana di Niscemi. Di fronte a questa situazione emergenziale, c’è chi in Parlamento ha richiesto l’utilizzo dei fondi destinati alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Ora, al di là delle valutazioni sulla necessità o meno di realizzare tale opera, che qui non hanno rilevanza, una proposta del genere significa lo stravolgimento completo della programmazione finanziaria nazionale, che è una delle basi fondamentali per ogni strategia e pianificazione.

Pincin: Quando nel 1915 il Regno d’Italia entrò nella Prima guerra mondiale dichiarando guerra all’Impero austro-ungarico, ci si accorse che oltre l’80% del legname da opera da noi utilizzato proveniva dal territorio asburgico. Questo legname era la materia prima essenziale per il funzionamento della cantieristica, dell’edilizia e delle costruzioni ferroviarie, un po’ come oggi sono di vitale importanza l’energia e l’industria dei semiconduttori. Allora l’impatto fu devastante sul tessuto produttivo civile e sull’approvvigionamento bellico e richiese una forte riorganizzazione dell’intera filiera, non del tutto riuscita. In assenza di una programmazione strategico-dottrinale, nel caso di forti tensioni a livello internazionale non si rischia il ripetersi di situazioni similari? C’è il rischio di una carenza, anche temporanea, di forniture essenziali per la popolazione italiana?

Cosimato: Anche in questo caso il problema è da analizzare primariamente sul piano culturale. L’Italia è un paese ideologico e, a mio avviso, anti-organizzativo, e questo ha un diretto riflesso anche nell’ambito strategico-militare. Durante la Prima e la Seconda guerra mondiale le famiglie si approvvigionavano in gran parte in proprio di cibo: nelle campagne non si comprava farina, uova o latte, questi beni venivano prodotti, così come vi era una cultura di trasformazione di questi beni agricoli in alimenti. Vi era una sorta di autonomia: come diceva una famosa canzone «L’insalata era nell’orto». Nell’ambito del sostentamento della popolazione, oggigiorno si è scelto di promuovere una strategia basata solamente sulla grande distribuzione organizzata, soprattutto all’interno dei grandi agglomerati urbani. I rischi di questa scelta politica sono chiari agli occhi di tutti: la distribuzione organizzata risponde alle richieste del momento e non dispone di ingenti riserve, poiché queste diventano antieconomiche. Si dovrebbe riorganizzare la filiera e promuovere la generazione di prodotti e valore sul territorio nazionale. Non mi pare che i partiti politici, nella loro totalità, siano sensibili a questi problemi. Il giorno dopo l’inizio di un conflitto convenzionale in Europa, come quello in Ucraina, i numeri dei colossi della distribuzione organizzata non saranno più disponibili e ci metteremo i telefonini tra due fette di pane.

Pincin: Secondo lei, la proposta politica dell’autarchia nel ventennio fascista, pur fallita sul piano economico, può essere considerata in parte come un esempio di proposta strategica di sicurezza nazionale?

Cosimato: Se vogliamo farci massacrare usiamo pure la parola «autarchia», al cui suono si verrà fucilati come traditori. Io richiamerei l’attenzione sulla strategia del «frigorifero pieno», che ha un risvolto sia sociale sia di organizzazione economico-produttiva delle filiere.

Pincin: In Italia esistono le riserve strategiche energetiche, sotto forma di petrolio e di gas, al fine di garantire una certa autonomia per le forze armate, i trasporti, l’utilizzo civile e l’industria. Le sembra razionale provvedere a stoccare energia e non prevedere meccanismi di messa in riserva degli alimenti per la popolazione e le forze armate? Non si tratta di stoccare cibo (deperibile) per alimentare ininterrottamente 60 milioni di italiani, ma di adottare misure per aumentare la profondità strategica alimentare del Belpaese.

Cosimato: Come ho detto, questo fa parte della cosiddetta strategia del «frigorifero pieno». Innanzitutto, andrebbero destinate risorse per studiare e analizzare il problema dell’approvvigionamento alimentare in situazioni di crisi, anche locali e non per forza di carattere militare. Poi bisogna promuovere l’utilizzo delle risorse nazionali.

Pincin: In questo contesto è significativo prendere ad esempio il comparto della produzione zootecnica nazionale, in particolare nell’ambito della produzione di carne. L’Italia è un grande produttore di carne di elevata qualità, ma questa produzione dipende in larga misura dalle importazioni di mangimi dal continente americano. Allo stesso tempo, l’Italia non valorizza del tutto le risorse foraggere (prati e pascoli) di cui sono ricche le aree collinari e montane, che rappresentano buona parte del territorio nazionale. Si creano così una serie di ricadute a cascata: mentre prati e pascoli scompaiono, l’economia montana si impoverisce e si promuove ancora di più lo spopolamento delle aree interne e la concentrazione della popolazione in sempre più poche grandi aree urbane».

Cosimato: Oggi alcune mode culturali e culinarie che abbiamo importato dell’esterno stanno distruggendo il territorio. Si tratta di ideologie che non fanno parte della ricca tradizione culturale italiana.

Pincin: Questo deficit nella capacità di utilizzare le risorse nazionali provoca anche ricadute sull’assetto di difesa. Si promuove la concentrazione di buona parte della popolazione in poche grandi aree urbane, sempre più dipendenti da pochi grandi nodi logistici. Rendere una nazione intera dipendente da pochi cruciali hub logistici non rappresenta una grave vulnerabilità in termini di difesa? Il ripopolamento agricolo delle aree interne non potrebbe diventare un asset strategico per aumentare la resilienza del Paese e il presidio del territorio in caso di crisi?

Cosimato: Certamente, ma anche in questo caso è necessaria una precisa scelta politica lungimirante.

Pincin: Tornando all’ambito militare, esistono oggi in Italia riserve strategiche alimentari per le forze armate e per la popolazione civile?

Cosimato: Per le forze armate non è possibile fornire questo dato, per la popolazione civile la risposta è no.

Pincin: l’Italia, come noto, ha un ruolo centrale in Europa nella filiera agroalimentare e nella filiera foresta-legno-arredo. La prima filiera ha realizzato un fatturato nel 2024 di 700 miliardi di euro, il 15% del PIL nazionale, e un export di oltre 68 miliardi. La seconda filiera vale oltre 50 miliardi di euro nel 2024 e un export di quasi 20 miliardi. Tali filiere traguardano la produzione primaria ma soprattutto la trasformazione artigianale e industriale. La qualità del Made in Italy nelle filiere collegate al settore primario è universalmente riconosciuta, ma indirizza produzioni, industria, politiche e sostegno verso prodotti ad alto valore aggiunto non sempre fondamentali per il nutrimento di base delle popolazioni e delle forze armate. A suo modo di vedere, in questo modello orientato al mercato e alla qualità del prodotto, è insito il rischio di una carenza nella produzione alimentare di base, anche solamente in caso di blocco temporaneo del commercio internazionale?

Cosimato: La Penisola offrirebbe ogni ben di Dio, se lo si volesse produrre e se la distribuzione fosse convenientemente orientata. Ritengo che noi siamo assolutamente a rischio.

Pincin: Generale, in questo ambito l’Italia è un importantissimo produttore viti-vinicolo riconosciuto a livello planetario. Nonostante il settore sia un pilastro nell’economia agricola, il vino non ha quasi nessun interesse come fonte alimentare. Da un punto di vista strategico-militare, ha senso secondo lei investire così tanto nella produzione di questo bene di lusso?

Cosimato: Ritengo che anche in questo caso il tema vada affrontato anche da una prospettiva politica e culturale. Siamo diventati una società dello spritz e spendiamo cifre enormi per acquistare e bere buoni vini. Ma la cultura italiana non è fatta dall’happy hour, ma dalla cucina tradizionale nel quale il pane e la pasta sono fondamentali. Oggigiorno sono tutti pronti a dedicare il proprio tempo al bar a fare aperitivo, per poi mangiare cibo confezionato consegnato in delivery, ma quasi nessuno produce più la pasta e il pane in casa. È un cambiamento culturale importante, il quale ha ovviamente un impatto sull’economia, e al quale la filiera agroalimentare si adatta per rispondere alle nuove esigenze del mercato.

Pincin: Gli Stati Uniti d’America, grandi produttori di commodities agricole, nel corso del 2025 hanno presentato il National farm security action plans. Questo strumento identifica il settore primario come infrastruttura critica di sicurezza nazionale. Si basa su quattro pilastri: la limitazione all’acquisto di terreni agricoli per entità straniere, la difesa della ricerca e dell’innovazione di settore, la sicurezza di tutti i punti nevralgici della filiera agricola e la tutela del reddito agrario. I Dipartimenti della guerra e dell’agricoltura Usa hanno firmato il 12 febbraio scorso un memorandum d’intesa sotto l’egida del National farm security action plan. Il Segretario alla guerra Peter Hegset ha dichiarato: «Insieme, eleviamo la protezione dell’agricoltura statunitense nel quadro della sicurezza nazionale». In qualità di generale che ha operato presso la Stato maggiore, come valuta questa mossa?

Cosimato: Non posso che concordare. La storia più recente, tra cui ricordo anche le restrizioni commerciali derivanti anche dal Covid, ha prodotto una destrutturazione della globalizzazione. Le tensioni internazionali hanno riportato alla luce la politica sovrana di alcuni Paesi che sono evidentemente meno ideologici di noi».

Pincin: Alcuni analisti parlano di «weaponisation» dell’agricoltura, ossia di trasformazione delle commodities agricole in un’arma. Secondo lei, cercare una propria autonomia nazionale nel sostentamento alimentare della popolazione trasforma il settore primario in un’arma?

Cosimato: Oggi viviamo nell’epoca della guerra ibrida, che significa che tutto può essere un obiettivo e tutto un’arma. Anche la produzione agricola e il cibo rispondono a questa logica. Come da lei evidenziato in premessa, nell’Impero tedesco ci sono stati più civili morti di fame durante la Prima guerra mondiale che sotto i bombardamenti alleati nella Seconda. Questo insegna che il settore agroalimentare ha anche una funzione di obiettivo e di arma, per questo ritengo la scelta dell’amministrazione statunitense di coordinare difesa e agricoltura di interesse strategico.

Pincin: Ci sono riflessi di questa politica sulla Nato?

Cosimato: Ci sono sicuramente dei riflessi indiretti. Potrebbe essere complicato il sostegno di complessi di forze in Europa, fatto già di per sé difficile. Al crescere di questi complessi di forze, in ragione di un’elevazione del livello di scontro, crescerebbe anche la criticità dell’approvvigionamento. In ogni caso spetta al singolo Stato provvedere al sostentamento alimentare della propria popolazione e delle proprie forze armate.

Pincin: La Federazione russa si muove da anni all’interno di una strategia molto differente. Anche a causa dei riflessi della storia contemporanea, in particolare a seguito della dissoluzione dell’Urss, dagli anni Duemila Mosca ha iniziato a rivalutare il ruolo strategico dell’agricoltura. Una svolta significativa è avvenuta nel 2010 con l’adozione della dottrina sulla sicurezza alimentare che ha promosso «la crescita del settore primario quale garanzia di indipendenza alimentare nazionale e di accessibilità fisica ed economica dei prodotti agricoli e alimentari a favore del popolo russo», fissando parametri-soglia di autosufficienza. La dottrina è stata rinnovata nel 2020, aumentando i parametri-soglia ed entrando a far parte della strategia di sicurezza nazionale russa l’anno successivo. Come valuta questo approccio da un punto di vista tecnico e strategico? La differenza tra autarchia (da autos «stesso» e arkeo «bastare») e autonomia (da autos «stesso» e nomos «regola») è sottile. Secondo lei, queste politiche, promuovono la sicurezza strategica del popolo russo o ne minano le fondamenta?

Cosimato: La Russia è un Paese sottoposto a un rigido quadro sanzionatorio. Ritengo che l’unica opportunità che ha avuto sia stata di provare a esprimere la propria autonomia, anche in questo settore. La Federazione Russa era data per spacciata nel 2022, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato. Non sappiamo, o non vogliamo sapere, come funziona l’economia russa. Saremo anche riusciti a provocare dei danni con le nostre sanzioni, ma mi pare che noi si sia ben lungi dall’ottenere risultati tangibili. Mentre la Russia faceva quanto lei descrive, noi abbandonavamo i campi, la manifattura e, in particolare, la siderurgia. Non mi pare che questi temi siano parte del dibattito politico.

Pincin: Generale, in un mondo digitalizzato, interconnesso e urbanocentrico il settore della difesa e quello dell’agricoltura dovrebbero parlarsi, confrontarsi e coordinarsi?

Cosimato: Si, ritengo che anche il settore primario e le relative filiere, nella giusta forma, dovrebbero essere compresi in un complessivo quadro strategico nell’ambito della difesa.

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Andrea Pincin Dottore forestale, è responsabile del Centro servizi per le foreste e le attività della montagna (CeSFAM) della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. È anche professore aggregato presso l’Università di Udine, dove insegna Gestione dei prati e dei pascoli. È autore del libro «La città rurale» edito da Asterios Editore, nonchè collaboratore della testata giornalistica «L’AltraMontagna», dove cura la rubrica «Riflessioni sul paesaggio montano, punto di incontro tra umanità e natura». Ha trasformato la passione per le aree interne in una professione, scegliendo di trasferirsi dalla città di Trieste nelle terre alte di Paluzza, quale alternativa all’urbano-centrismo culturale dominante. I contributi pubblicati sono di carattere professionale e non istituzionale.

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