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7 Mar , 2026|Elena Basile
Continuo a non rassegnarmi. Rimango stupita quando mi accorgo che persone dotate di media intelligenza e capacità di raziocinio possano abbeverarsi a una propaganda demenziale. Nei media storici, diplomatici, analisti e i cosiddetti esperti e intellettuali, a vario titolo, ci ripetono da settimane che il governo teocratico iraniano avrebbe ucciso in pochi giorni 40.000 civili. Paolo Mieli sente il dovere di premettere che questi dati non sono verificati, esattamente come quelli relativi a 75.000 vittime che circolano in relazione ai palestinesi di Gaza. Sono tentata di correre via urlando.
Mi ricompongo e continuo a sperare in un dialogo razionale. Il genocidio di Gaza e la cifra di 75.000 morti (approssimata per difetto, come conferma la rivista scientifica Lancet) sono confortati da immagini in streaming che hanno documentato bombardamenti a tappeto, utilizzo di carri armati, intere aree abitative spianate, incendi in campi profughi. La leadership iraniana, per uccidere 40.000 persone in due o tre giorni (mentre Israele, per arrivare a 50.000 morti, ha impiegato mesi), avrebbe dovuto bombardare il proprio popolo, radere al suolo le città, far crollare palazzi.
L’indignazione per questo utilizzo atroce, nei media europei, della facoltà raziocinante cresce, e piangiamo il gregge indottrinato.
Le autorità iraniane hanno provveduto a stilare una lista di tutti i morti civili, con nome, cognome e data di nascita: all’incirca 6.000, inclusi 300 poliziotti. Dov’è la lista delle ONG finanziate da noi che “danno i numeri”?
Le morti sono avvenute in un contesto di regime change, dove — per ammissione occidentale — agenti della CIA e del Mossad trasformavano manifestazioni pacifiche in insurrezioni armate contro municipalità, stazioni di polizia, ospedali e ambulanze. Nelle operazioni di cambiamento di regime (aprite un libro di storia, per favore!) il rispetto per la vita umana è minimo. L’uccisione di civili serve alla propaganda e a far sentire il popolo legittimato a insorgere.
In Italia, se viene picchiato un poliziotto, il governo si sente autorizzato a reprimere le manifestazioni e a stigmatizzare i manifestanti. Come mai l’uccisione di 300 poliziotti iraniani non viene recepita dai media come un fattore che non poteva non scatenare una repressione brutale? Stiamo parlando di scontri tra polizia ed élite addestrate militarmente da servizi stranieri. Nessun dirigente occidentale — neanche i migliori — ha riportato un dettaglio che cambia il quadro e giustifica l’uso della forza legittima da parte dello Stato: l’ABC di una qualsiasi analisi seria.
Avevo scritto nel mio reportage sull’Iran che molti ragazzi — studenti e giovani che si abbeverano alla CNN e odiano i precetti islamici imposti dal potere politico — hanno ingenuamente partecipato alle manifestazioni senza rendersi conto del carattere eversivo e terrorista delle stesse, essendo guidate da servizi stranieri. I migliori di loro, vedendo le loro città bombardate dal terrorismo di Stato israelo-americano, si stanno ravvedendo. 165 bambine trucidate in una scuola e nessuno si è scusato, mentre i giornali occidentali si soffermano sulle sei vittime americane.
Avranno compreso gli studenti occidentalizzati che un genocida come Netanyahu e un suprematista bianco come Trump tengono soltanto ai loro interessi e non alla libertà del popolo iraniano. La balcanizzazione dell’Iran comporta che i civili iraniani siano sacrificabili.
Poco mi aspetto dalla diaspora iraniana: una borghesia piccina piccina che si affida al figlio del dittatore, lo shah Reza Pahlavi, il cui regime terrorizzava il popolo con una sorta di Gestapo, la polizia segreta Savak, e che ha soltanto un obiettivo: ritornare al potere economico che deteneva e liberarsi del declassamento sociale subito come migranti. Sarebbero complici di un nuovo dittatore al quale svendere il Paese pur di tornare classe dirigente, esattamente come i loro genitori e nonni, entourage complice dello shah, fuggito dal Paese dopo la rivoluzione khomeinista.
Direi ai giovani iraniani di costruire un’alternativa riformista nel Paese, possibile se l’assedio militare ed economico occidentale — in piedi da quarant’anni — cessa. Manifestate contro Israele e l’Occidente che strangola volutamente l’economia del Paese e semina morti. Solo in questo modo potrete concorrere alla costruzione di un’opposizione che non può essere rappresentata dallo shah, oppure dai terroristi mujaheddin del popolo (MEK), che combatterono a fianco degli iracheni e degli occidentali contro l’Iran nella guerra del 1980. Né un movimento alternativo alla Repubblica islamica può essere costruito da etnie insurrezionali come i curdi o i beluci. La sirianizzazione del Paese, la guerra civile — strano che gli iraniani non lo capiscano — farebbe rimpiangere il governo teocratico.
L’Occidente è dalla parte sbagliata della storia. L’oligarchia che si esprime nei Democratici USA o in Trump, e nei loro accoliti europei — la maggioranza Ursula — sta distruggendo il multilateralismo creato alla fine della Seconda guerra mondiale. Sta sostituendo il diritto con la forza, normalizzando guerre coloniali, genocidio, discriminazioni razziali e suprematismo bianco.
Che anche il riflesso dei Democratici USA, dei liberali e dei socialisti europei sia complice del nuovo fascismo del XXI secolo ha avuto una rappresentazione plastica nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU tenutosi subito dopo l’attacco israelo-americano del 28 febbraio. Durante quella seduta non solo gli Stati Uniti, ma uno ad uno tutti i vassalli europei non hanno condannato l’attacco israelo-americano, mentre hanno condannato le rappresaglie dell’Iran, che invece sono legittime ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU sul diritto di autodifesa. La razionalità e il diritto sono stati sostenuti dalla Russia, dalla Cina e da altri rappresentanti del cosiddetto “resto del mondo”.
Saremo dunque complici politici di una guerra di aggressione, questo è certo. Ma lo saremo anche dal punto di vista militare. Inviare navi e armi per difendere alleati che si macchiano di un attacco illegale, non provocato e non giustificato (questo sì, non certo l’invasione russa dell’Ucraina), significa essere complici di una guerra illegale e passibili di sanzioni da parte della Corte Penale Internazionale dell’Aia.
La dichiarazione burlesca del ministro Crosetto, secondo la quale gli Stati Uniti non avrebbero richiesto l’utilizzo delle basi americane in Italia, va smentita ricordando che gli americani hanno a Napoli il coordinamento delle forze armate statunitensi e che da Sigonella sono già partiti aerei di ricognizione per la guerra in Medio Oriente e che, per decollo e atterraggio, gli americani non chiedono autorizzazioni.
Di fatto l’Italia sta violando l’articolo 11 della Costituzione sia con il rifornimento di armi all’Ucraina sia ora nella guerra all’Iran. La neutralità nei confronti dei belligeranti è l’unica opzione costituzionale, in quanto la guerra non può essere riconosciuta come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali.
Spiace che persino il socialista Sánchez, il più lungimirante tra i leader europei, abbia voluto partecipare alla missione difensiva di Cipro e che sull’Ucraina sia affetto dalla medesima russofobia diffusa tra i suoi colleghi europei e basata su una propaganda schizofrenica: descrivere Putin come un criminale e poi fare affidamento su di lui per il non uso delle armi nucleari; oppure considerare la Russia una “stazione di gas nel deserto”, incapace di avanzare in Ucraina, per poi dipingerla come una minaccia per i Paesi NATO. Di: Elena Basile