Dal blog https://www.ilpost.it/
Domenica 8 marzo 2026 Francesco Gaeta
Un aereo da combattimento F-16 alla base aerea di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, mentre viene sottoposto a una prova motori in un hangar speciale insonorizzato (hush house), 29 febbraio 2024 (© U.S. Navy/ZUMA Press Wire)
L’allargamento della guerra in Medio Oriente ha aperto discussioni – e preoccupazioni nell’opinione pubblica – sulla possibilità che gli Stati Uniti usino per operazioni militari anche le decine di basi che hanno in Italia. Chiarire se possano farlo, e in che modo, non è semplice, perché gli accordi che regolano l’uso delle basi statunitensi in Italia sono coperti dal segreto di Stato, e quindi non se ne conosce il contenuto. In teoria è il governo italiano a dover decidere, ma non si sa se sia sottoposto dagli accordi a vincoli particolari.
Il 5 marzo, riferendo in parlamento sulla guerra e sulla posizione italiana, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto che per ora «non sono pervenute richieste da parte degli Stati Uniti sull’uso delle basi presenti sul territorio italiano». Ha ricordato che il loro utilizzo è regolamentato da un accordo del 1951, e che si può fare «nell’ambito di operazioni NATO logistiche e addestrative, operative non cinetiche, cioè non destinate al combattimento». A nome del governo Crosetto ha comunque detto che, nel caso arrivasse una richiesta di utilizzo, «torneremo in parlamento per decidere insieme»: è un passaggio non obbligatorio, ma che il governo può decidere di adottare in questi casi.
L’accordo citato da Crosetto è la Convenzione sullo statuto delle forze della NATO, in gergo SOFA (Status of Forces Agreement), firmato nel 1951 e ratificato dall’Italia nel 1955. Stabilisce le regole giuridiche di base che deve seguire il personale militare di un paese della NATO – l’alleanza militare che comprende gran parte dei paesi occidentali – sul territorio di un alleato. È quindi un cosiddetto “accordo quadro” dell’Alleanza atlantica, uno di quelli che fissano i principi generali, ma che non è davvero rilevante per capire cosa potrebbe succedere concretamente se gli Stati Uniti chiedessero di usare una loro base militare in Italia per la guerra.

La pista della base americana di Aviano (Pordenone, Friuli Venezia Giulia) fotografata il 25 marzo 2011, in un giorno in cui fu eccezionalmente aperta ai giornalisti (ANSA/STEFANO LANCIA)
Al momento la guerra in Medio Oriente non coinvolge l’Italia e nemmeno la NATO (anche se i sistemi dell’Alleanza sono stati usati per intercettare un missile iraniano diretto verso la Turchia, che ne fa parte): la guerra è cominciata con i bombardamenti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha risposto attaccando Israele e i paesi del golfo Persico (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che finora si stanno solo difendendo).
Gli Stati Uniti hanno in Italia diverse basi militari utilizzate dalle proprie forze armate, che si affiancano e a volte si sovrappongono a quelle della NATO. La sovranità è dello Stato italiano: significa che anche su quel territorio si applica la legge italiana, con alcune deroghe stabilite dagli accordi tra i due paesi. L’uso di queste basi è regolato da due accordi bilaterali firmati dai due governi nel 1954: l’“Air Technical Agreement” e il “Bilateral Infrastructure Agreement”, che ha poi avuto un aggiornamento nel 1995.
Entrambi riguardano i limiti delle attività operative, addestrative e logistiche delle forze armate statunitensi, e l’uso di tutte le infrastrutture. Fissano anche il numero massimo di soldati statunitensi nelle basi: ufficialmente questo limite non si conosce, ma si sa che in Italia ce ne sono attualmente circa 13mila. I due trattati sono appunto coperti da segreto di Stato, in base al quale sono sottratti alla legge 839 del 1984, che prevede che tutti gli accordi internazionali siano resi conoscibili.
Secondo Lorenzo Guerini, che è stato ministro della Difesa tra il 2019 e il 2022, il segreto di Stato potrebbe avere un effetto paradossale nelle eventuali decisioni future: se infatti il governo decidesse – come ha garantito Crosetto – di far passare l’approvazione dal parlamento, quest’ultimo «potrebbe autorizzare gli Stati Uniti a usare le basi senza conoscere fino in fondo il dettaglio tecnico su cui si sta pronunciando». Guerini, che in quanto ex ministro della Difesa conosce il contenuto degli accordi, dice che «risalgono a un’epoca radicalmente diversa da quella attuale e di certo superata».
La distinzione tra basi NATO e basi statunitensi è piuttosto sottile anche per aspetti logistici. Come spiega l’ex segretario aggiunto della NATO Antonio Missiroli, «spesso le due strutture convivono sugli stessi siti una a fianco dell’altra». Avviene nelle basi aeree di Aviano, in provincia di Pordenone, e Sigonella, vicino a Catania, le più importanti e anche le più utilizzate negli ultimi anni. Ma succede anche in ambito marittimo: a Napoli c’è il Comando navale NATO (l’Allied Joint Force Command) ma anche la Sesta Flotta degli Stati Uniti, con catene di comando separate. In altri casi invece nelle basi ci sono stanziamenti e contingenti esclusivamente statunitensi: è così a Vicenza, dove c’è una brigata aviotrasportata di circa 3mila uomini, e a Camp Darby, una base a Pisa che è un polo logistico dell’esercito statunitense.
https://datawrapper.dwcdn.net/IQO6V
Quello che cambia è il meccanismo che autorizza l’impiego di forze e armamenti: nel caso di forze NATO passa da Bruxelles, dove c’è la sede centrale dell’Alleanza, mentre per quelle statunitensi è il governo italiano che decide se autorizzare operazioni dei soldati statunitensi nelle basi italiane fuori dal territorio nazionale. In questo secondo caso, il livello politico della decisione è diverso a seconda delle situazioni: per operazioni di routine, come un rifornimento in volo o altre attività di supporto logistico alle squadre di soldati statunitensi, in base agli accordi si procede per così dire in automatico. Per azioni di guerra, compreso l’uso di droni armati, la decisione deve avere un’approvazione formale del governo.
C’è almeno un caso in cui gli Stati Uniti hanno chiesto l’utilizzo di basi statunitensi per un’operazione offensiva condotta in proprio, che cioè non aveva a che fare con la NATO: nel 2003, durante la seconda guerra in Iraq.
Il generale Vincenzo Camporini, che è stato capo di Stato Maggiore della Difesa, la più alta autorità militare italiana, ricorda che «gli americani chiesero l’uso delle basi aeree per far partire i loro aerei. Lo Stato italiano lo concesse a patto che la destinazione finale dei voli non fosse sullo scenario di guerra e fosse previsto uno scalo in Turchia». Si provò a salvare in questo modo il principio sancito dall’articolo 11 della Costituzione, secondo il quale l’Italia ripudia la guerra salvo operazioni di difesa o per mantenere la pace: entrambe condizioni che in quel caso non ricorrevano.
Da tempo molti studiosi di diritto dubitano che il segreto di Stato posto sugli accordi bilaterali con gli Stati Uniti sia realmente giustificato dalla tutela di interessi fondamentali per la sicurezza dello Stato, come invece richiederebbe la legge. Giuseppe de Vergottini, professore emerito di diritto pubblico comparato all’università di Bologna, ha detto che «la questione risulta nel complesso poco trasparente». In un articolo pubblicato su federalismi.it, ha scritto che «per ragioni di sicurezza, non è possibile conoscere con chiarezza le prassi procedurali seguite nei rapporti tra le autorità italiane e i responsabili statunitensi dell’operatività delle basi. Si può solo constatare che i rapporti tra Italia e Stati Uniti, e quelli tra Italia e NATO, risultano intrecciati in modo non facilmente decifrabile».
Degli accordi bilaterali con gli Stati Uniti si parlò molto dopo il febbraio 1998, quando un caccia statunitense tranciò il cavo di una funivia sul massiccio del Cermis, in Trentino, provocando la morte di 20 persone. Il governo di allora guidato da Massimo D’Alema chiese la pubblicazione dell’accordo bilaterale del 1954 sulle infrastrutture militari, ma le intese tecniche che regolano il funzionamento e i meccanismi operativi delle singole basi rimasero riservate.
Una richiesta analoga risulta attestata da un documento pubblicato su WikiLeaks, l’organizzazione fondata da Julian Assange, datato 2008 e proveniente dall’ambasciata statunitense a Roma, la cui autenticità non è stata mai smentita. Il governo italiano di allora chiedeva di togliere il segreto sul “Bilateral Infrastructure Agreement” del 1954, non vedendone più ragioni di sicurezza per lo Stato. Sempre secondo questo documento l’ambasciata statunitense, dopo aver consultato il comando militare europeo degli Stati Uniti, avrebbe raccomandato di non accogliere la richiesta perché rendere pubblico il testo avrebbe alimentato pressioni politiche sull’operato delle forze statunitensi in Italia, col rischio di limitarlo alle sole operazioni della NATO.