Una riforma senza diritto (e diritti)

Dal blog https://jacobinitalia.it

Aurora D’Agostino 9 Marzo 2026

Il voto del 22 e 23 marzo e la svolta autoritaria. Note a margine di un referendum non scontato

Ci stiamo avvicinando alla data del 22-23 marzo, in cui il governo ha deciso di indire in fretta e furia la consultazione referendaria sulla Riforma Nordio, forse nell’abitudine a imporre, come fa in parlamento a colpi di fiducia, la ratifica delle proprie (disgraziate) decisioni. 

L’impressione (e la speranza) è però che la fretta non stia portando i risultati sperati. L’ormai famoso gruppo dei 15 che ha raccolto in pieno periodo natalizio più di 500.000 firme, è riuscito a determinare la riformulazione del quesito referendario (evidenziando che vengono modificati ben 5 articoli della Costituzione), pur non riuscendo a ottenere lo spostamento della data della consultazione. Nei territori si sono attivati centinaia di comitati per il No, sia in rapporto con il mondo legale (avvocati e/o magistrati), sia nel mondo associativo (comitati per il No della società civile). Anche nelle aree informali e di movimento il dibattito e l’importanza del No al Referendum stanno davvero allargando significativamente i livelli di comprensione pubblica di quanto sta avvenendo. 

Mi pare che sia largamente dimostrato e compreso che la questione non è decidere chi sia più simpatico, tra il governo e i magistrati. Chi ragiona così (anche a sinistra, beninteso, magari additando come amico dei magistrati chi si oppone alla riforma) è molto distante dal comprendere il vero senso della scommessa che la compagine governativa sta ponendo in Italia, conformemente a quanto avviene in altri paesi governati dalle destre. 

L’affermazione del potere politico istituzionale e il depotenziamento di quello giudiziario hanno l’obiettivo dichiarato di impedire la tutela dei diritti delle persone, dei diritti di libertà, dei diritti sociali, dei diritti di espressione e dissenso. 

Governare la magistratura è fondamentale per chi vuole decidere e operare «col pugno di ferro», oltre e contro le stesse regole della democrazia liberale. Lo dicono tutti i giorni i fautori di destra del Sì: è ora di finirla con i giudici che bloccano il funzionamento dei Cpr in Albania, che liberano i manifestanti arrestati, che mettono in discussione l’impianto normativo deciso dal governo «eletto dal popolo». Pretendono di essere lasciati governare, legibus soluti, insomma.

Non si può non mettere in relazione questa riforma con gli alti lai del governo a ogni decisione giudiziale che cerchi di mantenere almeno i contorni della legittimità costituzionale (dei principi di parità, di legalità, di libertà di espressione, dei vincoli alla possibilità di limitare la libertà personale e di circolazione) impedendo il libero corso delle politiche securitarie contro cittadini e stranieri che dal primo momento hanno caratterizzato la produzione legislativa dell’era meloniana.

Così come non si può non vedere che c’è una stretta correlazione tra la riforma e gli scudi penali per le condotte violente e illegali della polizia (in divisa, ma autorizzata a girare armata anche fuori servizio e già dal precedente Decreto sicurezza), così come con i fermi preventivi dei manifestanti sospetti di probabile futura violenza, con la penalizzazione della resistenza passiva (per il momento nelle carceri e nei Cpr, ma quasi certamente destinata all’estensione), con le numerose e continue restrizioni e angherie nei confronti dei cittadini stranieri. 

Per portare avanti questa linea palesemente liberticida e antidemocratica le tutele giudiziali vanno smantellate. Non lo si può fare, se non modificando radicalmente il Titolo IV della Costituzione (quello che si occupa della Magistratura (ma anche gli artt. 24 e 25 sul diritto alla giustizia del cittadino). 

Per questo la riforma provvede a sopire i «bollenti spiriti» dei magistrati diligenti. Come? Innanzitutto depotenziandoli: il nuovo metodo di scelta dei rappresentanti dei magistrati (la lotteria, l’estrazione a sorte) nei due distinti organi di autogoverno previsti dalla riforma servono a questo. Tanto più che i cosiddetti «membri laici» del nuovo Consiglio superiore della magistratura (Csm) verrebbero sorteggiati a partire da una rosa di nomi nominati dal Parlamento (vale a dire dalla maggioranza). Quindi, i due Csm previsti dalla riforma sarebbero composti da magistrati scelti a casaccio e da membri laici espressi dalla maggioranza di governo, e quindi ben motivati e ben addestrati, capaci, certamente, di dominare e creare «correnti» adeguate alla situazione. 

 C’è inoltre il nuovo organo previsto dalla riforma per la funzione disciplinare, l’Alta Corte di Giustizia (anche qui, 15 componenti, di cui 3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte dalla lista predisposta dal Parlamento, 6 magistrati giudicanti e 3 requirenti scelti a casaccio, presieduti da uno dei 6 designati dal Presidente della Repubblica o dal Parlamento). Ma oltre alla composizione, sia la formulazione degli illeciti, sia della procedura e di tutte le disposizioni sulla composizione dei collegi giudicanti nella riforma del governo è attualmente «in bianco» e verrà quindi determinata da legge ordinaria (ossia dalla maggioranza parlamentare). E per finire, le decisioni disciplinari saranno ricorribili solo di fronte alla stessa Alta Corte di Giustizia, in diversa composizione collegiale. 

L’indeterminatezza e l’ampio margine di manovra che questa riforma offre lascia davvero perplessi (e doverosamente preoccupati), perché in realtà il peggio deve ancora arrivare, essendo buona parte della normativa ancora da definire, e da definire con legge ordinaria, secondo le regole e le prassi a cui purtroppo da tempo siamo abituati, cioè quelle che assicurano lo strapotere matematicamente certo della maggioranza. Regole che, a loro volta, potrebbero ulteriormente peggiorare, vista l’intenzione del governo di arrivare alla ridefinizione della legge elettorale.

Il vero obiettivo di questa riforma sembra quello di andare oltre e fuori dalle regole democratiche che stanno alla base del nostro ordinamento e dell’ordinamento internazionale a cui il nostro paese ha sin qui aderito, promuovendo l’idea che «il diritto vale fino a un certo punto». Cosa del resto ben dimostrata dalla scelta di partecipare (anche se con l’invenzione della funzione di «osservatore») al «Border of peace» di Trump: un’operazione assolutamente incompatibile (e lo dichiarano pure, ammettendo che il problema c’è) con l’art.11 della nostra carta costituzionale. Un abominio sotto il profilo del diritto interno e internazionale, così come le dichiarazioni di appoggio all’attacco all’Iran.

Il diritto, per loro, vale davvero poco, e men che meno i diritti che stanno in ogni modo cercando di inibire. In primis, quello a contestare, a opporsi. Il loro sogno è l’inverso del nostro: un mondo senza scioperi, senza conflittualità, senza vertenze, senza cortei, senza rivendicazione di diritti, in cui i tribunali servano solo e unicamente a eseguire la funzione del «Sorvegliare e Punire» (e, al più, a regolare i rapporti di mercato tra soggetti forti). Una funzione da cui, grazie a decenni di iniziative e di lotte, il mondo della giustizia si era in buona parte allontanato, con la battaglia, sempre presente, per affermare principi solidaristici e di rispetto dei diritti fondamentali, civili e politici – certo, con alti e bassi, all’interno di una cornice determinata da rapporti sociali in continua evoluzione.

Faccio un esempio pratico, su cui poco si è ragionato, a mio sommesso avviso: la vicenda delle famiglie omogenitoriali e del riconoscimento dei diritti dei bambini e delle bambine che ne fanno parte. Per anni, la battaglia tra la dimensione oscurantista e familista e la realtà delle famiglie omogenitoriali si è combattuta sul piano amministrativo: alcune amministrazioni accettavano la novità del genitore di intenzione, altre la negavano. C’era un mondo reale e un modello che si scontravano, ma nessuna – dicasi nessuna – Procura della Repubblica si era sognata di impugnare gli atti dello Stato civile che riconoscevano le famiglie omogenitoriali. Poi, un bel giorno, arriva la circolare del Ministero che, usando a sproposito argomentazioni giuridiche, impone il proprio punto di vista (a normativa assolutamente invariata) e l’attivazione delle procedure di disconoscimento e impugnazione degli atti dei Comuni e… zac! Le procure improvvisamente si attivano e impugnano atti risalenti anche a dieci anni prima, che pure vengono per legge a loro comunicati immediatamente dalle amministrazioni locali e che, con tutta probabilità, avevano distrattamente riposto in un cassetto o in un faldone. E inizia il calvario per decine di mamme e di bambine e bambini, fortunatamente ora concluso (almeno si spera) positivamente, dopo l’intervento della Corte Costituzionale.

Ecco, questo, io credo, è quello che rischiamo nel futuro: che i diritti che abbiamo acquisito vengano messi in discussione da scelte politiche avverse, da decisioni ministeriali, da esigenze governative «suggerite» o «imposte» al sistema giudiziario. 

Il loro problema non è tecnico, è politico. Lo disvela chiaramente il fatto che abbiano messo mano a una riforma costituzionale quando in realtà, se il problema fosse stato quello di regolamentare diversamente le carriere dei magistrati, avrebbero potuto farlo con legge ordinaria. Ma il segnale, ben chiaro, è quello della supremazia del potere istituzionale sulla tutela del diritto e dei diritti.

Il nostro problema, quello di chi lavora a tutela dei diritti e di chi ne ha disperatamente bisogno, è politico e non (solo) tecnico. Tecnicamente parlando, avremmo bisogno di mettere mano a norme e procedure per garantire «la parità processuale delle parti», di strutture funzionanti e che ci consentano di potersi difendere, di interpreti, di professionalità, di una riduzione dei costi della difesa (lo sapete che copiare un Cd rom, anche se contiene un solo file, costa 300 euro? Lo sapete che, dopo aver convinto tutti a fare le copie digitali per aiutare l’ambiente, ora siamo tornati a dover usare il cartaceo per non pagare la gabella fissa di 25 euro su supporto usb?), avremmo bisogno di personale e di magistrati che mancano, di tempi di giustizia umani, di piattaforme che non si e ci blocchino continuamente. 

Avremmo bisogno di depenalizzare e non di produrre continuamente nuovi reati. Di usare la detenzione davvero come estrema ratio, mentre questa politica è riuscita a produrre persino il sovraffollamento degli istituti di pena per i minori. Avremmo bisogno di una giustizia e di strutture che tutelino le donne in pericolo, e invece abbiamo braccialetti elettronici malfunzionanti, ma pene mirabolanti che non consolano certo chi continua a prendere botte a casa, in attesa di processi che iniziano ad anni di distanza. E men che meno consolano le donne ammazzate dalla violenza maschile (sistemica e non oggetto di attenzione e prevenzione, che costa e non viene finanziata, anzi viene ostacolata).

C’è un appunto a cui tengo molto e che non viene mai messo nella luce che merita: il sovraccarico di spesa che questa riforma necessariamente porta con sé. Il costo annuale del funzionamento dell’attuale Csm è di circa 50 milioni di euro l’anno; il costo di due Csm e dell’Alta Corte, e dei corsi e concorsi separati per le due carriere separate saranno davvero importanti, almeno il triplo. Francamente, con (almeno) 100 milioni di euro in più all’anno, penso si potrebbero ottenere ben altri risultati nel sistema giustizia.

Questi e altri temi, credo, dovrebbero interessare il dibattito, e per fortuna, anche se in forma prevalentemente difensiva a cui il continuo attacco ai diritti fondamentali ci costringe, sono presenti anche nelle mobilitazioni di questi anni, da quella contro le politiche sulla “«icurezza» a quelle delle donne, in quelle contro il genocidio in Palestina e spero in quella (necessaria e urgente) contro l’attacco Usa-Israele in Iran e nel Medio Oriente.

A chi lavora alla difesa dei diritti credo dovrebbe preoccupare l’idea di un magistrato d’accusa con la funzione di attivare la pretesa punitiva dello Stato, se sganciato dalla giurisdizione e dedito a collezionare misure e condanne, ma soprattutto a seguire direttive, come già precisato dal Ministro Nordio, in base a criteri di priorità dettati dal potere politico istituzionale. Votare No alla Riforma Nordio è proprio il minimo, credo, e credo se ne stiano finalmente rendendo conto in tanti e tante.

*Aurora D’Agostino, avvocata, è co-presidente dell’Associazione nazionale giuristi democratici.

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