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di Eliana Riva | 10 Mar 2026
Nonostante i media abbiano voltato lo sguardo dal genocidio di Gaza all’attacco Usa-Israele all’Iran, nella Striscia il sangue continua ad essere versato e l’assedio di Tel Aviv prosegue indisturbato.
Dall’esatto momento in cui sono cominciati i bombardamenti su Teheran, la morsa su Gaza e sulla Cisgiordania si è stretta ulteriormente. Il bilancio delle vittime civili continua ad aggravarsi sotto i bombardamenti israeliani, che non risparmiano i luoghi di rifugio e le zone residenziali. Nelle prime ore di lunedì la giornalista di Qatar Radio, Amal Shamali è rimasta uccisa durante un attacco al campo profughi di Nuseirat insieme a Nour Saleh al-Shalalfa.
Nello stesso episodio ha perso la vita anche la piccola Salsabeel Anwar Faraj, una bambina di soli 12 anni colpita a morte mentre dormiva nella sua tenda. La scia di dolore prosegue verso sud, a Khan Younis, dove un altro bombardamento ha stroncato la vita di Julia al-Qedra, di appena 4 anni, ammazzata insieme a suo padre.
La popolazione di Gaza sta affrontando il drammatico ritorno della carestia indotta dalla chiusura dei valichi, una misura decisa dalle autorità israeliane a seguito dell’attacco all’Iran, ufficialmente per “ragioni di sicurezza”.
Di certo non si tratta della sicurezza dei palestinesi, perché l’impatto sui mercati locali è stato immediato e devastante: i prezzi dei beni di prima necessità sono letteralmente esplosi.
Un chilogrammo di pomodori, che solo un mese fa costava circa 1,50 dollari, viene oggi venduto a quasi 4 dollari, rendendo i prodotti freschi inaccessibili per la maggior parte delle famiglie già stremate dai continui spostamenti.
Beni essenziali come l’olio da cucina, la farina e i prodotti in scatola sono quasi completamente scomparsi dagli scaffali in diverse zone di Gaza City, poiché le attuali forniture non riescono a coprire il fabbisogno della popolazione. Mentre le agenzie umanitarie stimano che sarebbero necessari almeno 600 camion al giorno, la media attuale si attesta su circa 200, un volume del tutto insufficiente a evitare il collasso.
L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) ha lanciato un serio allarme, dichiarando che la chiusura prolungata dei valichi sta minando sistematicamente le operazioni di soccorso. In particolare, il divieto di accesso al valico di Zikim sta costringendo gli operatori a deviare i rifornimenti destinati al nord della Striscia verso il passaggio meridionale di Kerem Shalom. Questo percorso alternativo, oltre a essere più lungo e costoso, costringe i convogli a viaggiare su strade pesantemente danneggiate, aumentando pericolosamente la dipendenza dalle già scarse riserve di carburante interno. Oltre all’ingresso dei beni, rimangono sospese le evacuazioni mediche per circa 18.000 pazienti in condizioni critiche e il rientro dei palestinesi dall’estero.
La situazione non è meno critica in Cisgiordania, dove il vice coordinatore speciale dell’ONU, Ramiz Alakbarov, ha fermamente condannato l’ondata di attacchi perpetrati dai coloni israeliani, definendo tale violenza come “sempre più estrema”.
L’OCHA ha documentato l’uccisione di quattro palestinesi in soli due attacchi separati durante lo scorso fine settimana, chiedendo con forza che le autorità israeliane intervengano per proteggere i civili e assicurare i responsabili alla giustizia.
Le restrizioni al movimento non risparmiano la sanità: la chiusura sistematica dei checkpoint sta rallentando drasticamente il lavoro delle ambulanze, costrette a percorsi tortuosi e alla costante ricerca di varchi accessibili per raggiungere i pazienti.
L’impunità totale di cui godono i coloni sta causando l’aumento drammatico del numero e del livello di violenza degli attacchi.
A Masafer Yatta, il ventisettenne Amir Shanaran è stato ucciso sul colpo durante un attacco di coloni penetrati nel villaggio, mentre suo fratello Khaled è stato trasportato in ospedale in gravi condizioni. Poche ore dopo, un raid notturno ad Abu Falah, nei pressi di Ramallah, ha causato la morte di Thaer Farouq Hamayel di 24 anni e Farea Jawdat Hamayel di 57 anni, entrambi raggiunti da colpi d’arma da fuoco alla testa. I militari, intervenuti sul posto dopo 40 minuti, non hanno arrestato né fermato i coloni ma hanno invece sparato lacrimogeni ai palestinesi. È così che è morto il cinquantaquattrenne Mohammed Hassan Murra, deceduto in ospedale dopo aver inalato i gas.
Nelle zone rurali e nella valle del Giordano, la pressione sui residenti palestinesi assume anche forme di intimidazione psicologica e burocratica.
Il colonnello Gilad Shriki, comandante della brigata della Valle del Giordano, ha condotto un tour in diverse comunità, tra cui Samra e Hammamat al-Maleh, minacciando i residenti di espulsione forzata entro uno o due anni e suggerendo loro di andarsene “per evitare difficoltà” legate alla violenza dei coloni. In molti di questi villaggi, come a Kisan, le forze armate effettuano perquisizioni domiciliari senza mandato, che spesso sfociano in percosse ai danni dei civili e vandalismi alle proprietà, come accaduto a Khalil Saleh, rimasto ferito durante un’operazione militare.
Contemporaneamente, si assiste alla creazione di nuovi avamposti illegali, come quello segnalato ad al-Sawya, che sottraggono ulteriore terra alle comunità locali. Diversi filmati mostrano anche giovanissimi coloni occupare le strade palestinesi e costringere con la violenza gli automobilisti ad invertire la rotta.
E le nuove leggi volute dal governo si prevede che peggioreranno la situazione.
Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha annunciato una massiccia liberalizzazione delle licenze per il porto d’armi, estendendo il diritto a circa 300.000 cittadini residenti a Gerusalemme ovest residenti in 41 villaggi ebraici.
Questa misura, che esonera i richiedenti dai consueti requisiti di legge e include anche chi non ha svolto il servizio militare, è stata definita dal ministro come un “diritto fondamentale” per la difesa personale, specialmente durante il periodo del Ramadan.
L’accelerazione nella distribuzione di armi – consentita per i soli cittadini ebrei, escludendo gli arabi – rappresenta un altro tassello nell’enorme quadro dell’apartheid israeliano e avviene mentre ai palestinesi vengono sistematicamente negati i diritti basilari. Pagine Esteri