Dalla rete NORIARMO NOGUERRA SAVONA Rossella Simone
“La prima vittima quando arriva la guerra è la verità”, pare lo si sapesse già ai tempi di Eschilo, figuriamoci oggi che provocatori e mestatori, oltre al solito cinismo sprezzante dei potenti, hanno a disposizione mezzi e tecniche ipertecnologiche.
Tutte le guerre non sono mai state combattute solo per aria mare e terra, sono sempre state affiancate da una capillare guerra ideologica sul terreno e sui mezzi d’informazione, che punta alla disinformazione, o meglio, sulla ridondanza di informazioni sparate a raffica e usa un apparato linguistico estremamente potente, studiato a tavolino e costruito con l’algoritmo. Lo chiamano gamification of war o military-entertainment complex.
Nel campo delle immagini, le riprese dei droni, i video delle “precision strikes”, le interfacce termiche hanno un’estetica quasi identica ai videogiochi di guerra come Call of Duty o Arma. Non è un caso che, alcune di queste interfacce, siano state effettivamente progettate da aziende che lavorano anche per il gaming, con l’idea di anestetizzare le menti dei nativi digitali al dolore causato alle persone e ai luoghi da qualunque guerra.
Premessa lunga, ma necessaria per mettere in guardia tutti noi a non cascare nelle trappole delle forze egemoniche fatte per diffondere notizie mirate a rompere la solidarietà dei popoli.
E lo dico a proposito dei curdi, dimenticati dai media quando vengono bombardati dai loro vicini, onorati se muoiono combattendo l’Isis anche per noi, dimenticati quando non servono più e oggi riscoperti da Donald Trump o da Bernard Henry-Levy che sulla Stampa del 2 febbraio, si ricorda dei curdi solo per cercare di attirarli tra le braccia pelose dell’Occidente.
Ci proveranno ancora, senza voler capire, con la solita supponenza occidentale, che i popoli del mondo sono stanchi di essere interpretati dal colonialismo anche intellettuale.
Detto ciò mi sembra necessario fare un riassunto della complessa situazione del popolo curdo in quella polveriera che è oggi il Medio Oriente.
I curdi sono oltre i 35 milioni (alcuni milioni dei quali alla diaspora), il resto è diviso, dalla fine dell’impero ottomano, in quattro territori dislocati ai confini della zona dove infuriano i combattimenti e, proprio per questo, l’asse della guerra Usa/Israele vorrebbe coinvolgerli, sobillando e mestando, a morire per loro; o, almeno, cercare di farlo credere a noi.
Il “Divide ed impera”, non lo esercitavano solo i romani.
Creare disinformazione e caos è uno degli obbiettivi della guerra, cosa che gli Usa stanno facendo da trent’anni portando la guerra ovunque ci sia il petrolio insieme al suo sodale Israele che vuole realizzare sulla testa dei popoli il suo “sogno” della Grande Israele.
Tornando ai curdi. Non si tratta di figurine da videogioco che entrano in campo quando torna utile a chi tiene in mano il joystick, si tratta di un popolo.
Un popolo diviso da cent’anni per la maggior gloria di imperi coloniali del primo novecento in quattro stati diversi: il Kurdistan del Nord, nel sud-est della Turchia, Bakur; il Kurdistan dell’Ovest nel nord della Siria, Rojava; Kurdistan del Sud nel Nord dell’Iraq, Basur; il Kurdistan dell’Est, nel nord-est dell’Iran, Rojhilat.
In ciascuno di questi territori, a maggioranza curda, i curdi si sono dati una dirigenza politica propria, con intenti e forme diverse e non necessariamente convergenti, se pur dialoganti.
Nel Basur dominano due formazioni: il PDK, capeggiato dal clan Barzani e il Puk, che fa riferimento al clan Talebani; si tratta di un’area ricca di petrolio, che si gestisce come una sorta di proto-stato.
Nel Kurdistan Turco c’è il PKK, fondato da Abdullah Öcalan, nato nel 1978 come movimento di liberazione di formazione marxista ma che, nel tempo, si è profondamente trasformato, elaborando un paradigma originale, il Confederalismo democratico, che rigetta l’idea stessa di Stato-nazione, riconosciuto come la forma politica in cui si esprime il neoliberalismo e indistricabile dal nazionalismo e dal patriarcato.
Un processo che ha portato nel 2025 allo scioglimento del Pkk, alla consegna simbolica di trenta kalashnikov, come dimostrazione di buona volontà per avviare un solido processo di pace con la Turchia in cambio del riconoscimento ai curdi del diritto di sviluppare nella propria area autonoma il Confederalismo democratico. Cioè: collaborazione paritaria tra etnie, religioni, generi, libertà e centralità delle donne, ecologia ed etica, diritto all’autodifesa.
Un pensiero questo che ha trovato la sua espressione materiale nel territorio del Rojava, adesso messo a repentaglio dal governo di Damasco. Il PJAK, il partito curdo in Iran, segue la stessa visione elaborata da Öcalan, adattandola alla tesa situazione in atto in Iran; ad esempio, non ha consegnato le armi.
Questa sintetica ricapitolazione per spiegare che pensare che Öcalan e Barzani siano la stessa cosa e reagiscano nello stesso modo agli avvenimenti in corso sarebbe come dire che Antonio Gramsci e Antonio Segni avevano la stessa visione sulla società perché erano sardi.
Questo per dire che i curdi sono una realtà composita e come tali vanno interpretati.
Adesso vorrei centrarmi sul movimento curdo rivoluzionario che riconosce come suo teorico Abdullah Öcalan, dal 1999 incarcerato in isolamento nell’isola turca di Imrali. Da tempo andava avvisando che la Terza guerra mondiale sarebbe scoppiata in Medio Oriente e gli aventi odierni gli hanno dato tragicamente ragione.
Dopo che Israele ha sostituito la Turchia nel progetto Usa di controllo dell’area, l’obiettivo dell’Asse Usa/Israele era portare la guerra all’Iran e trascinare curdi e arabi nel conflitto. Contro i piani imperiali delle potenze egemoni però, quando il governo a vocazione jiahadista della Siria ha attaccato il Rojava, la gente è uscita in massa per le strade in difesa dell’Amministrazione autonoma contro i piani delle potenze mondiali e locale che intendevano eliminare il movimento e il suo progetto rivoluzionario, oltre a neutralizzare l’Iran e a marginalizzare le donne.
Öcalan, prevedendo una operazione sanguinaria stile Gaza, è stato determinante nel decidere di portare avanti il percorso di pace intrapreso da tempo. Una pace instabile, con regole ancora tutte da definire, ma da difendere essendo l’unica possibilità per imbrigliare al-Jolani.
Nella zona curda dell’Iran (Rojhilat, Kurdistan dell’est) il movimento curdo prevalente si riconosce nel PJAK che ha come progetto politico il Confederalismo democratico, non nazionalista, chiede di esercitare una forma di autonomia che nasce dal basso, pone al centro la libertà delle donne e il diritto all’autodifesa.
A fine febbraio 2026, dopo otto mesi di incontri, prima, quindi, dell’inizio della guerra Usa/Israeliana, una riunione dei principali partiti e movimenti curdi in Iran ha dato vita a una coalizione, annunciata da un luogo non divulgato nel Kurdistan iracheno.
La coalizione riunisce cinque partiti: il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), il Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito Democratico del Kurdistan – Iran (PDKI), l’organizzazione Xebat e una fazione del movimento comunista Komala.
È una coalizione di soggettività politiche diverse, il PDKI, fa riferimento a Barzani che controlla la regione irachena di Erbil. Xebat e Kemala, sono quel che resta del partito comunista che ha lottato nel 1979 contro Reza Palhevi, Kemala, nel tempo, si è spostato su posizioni più socialdemocratiche.
Il PAK è un partito nazionalista, e non è chiaro se abbia avuto o meno relazioni con Israele e gli Usa, ma in questa guerra ha dichiarato di non voler sostenere l’intervento di forze esterne e nemmeno sostenere l’Iran. Non è allineato con il Confederalismo democratico.
Il PJAK fa riferimento al confederalismo democratico ispirato da Abdullah Öcalan e alla rivoluzione delle donne, come già detto, e, a suo tempo, hanno dichiarato che la coalizione non ha alcun rapporto con Washington. Peyman Viyan, co-presidente del PJAK, ha recentemente affermato: “I curdi in Iran non sono separatisti come sostiene il regime. Il popolo curdo è quello attualmente più organizzato in Iran. Siamo a favore di un’amministrazione condivisa che possa essere discussa e formulata, non di un conflitto. Allo stesso tempo, manteniamo l’autodifesa”. Qualche giorno fa è uscita una dichiarazione del Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK) che invitava la popolazione a “rafforzare il proprio spirito di unità e cooperazione sociale, a formare comitati locali per la difesa e i servizi alla comunità e ad essere pronti ad affrontare le conseguenze della guerra e delle politiche della Repubblica Islamica”. Ha esortato i giovani “ad assumere un ruolo guida, a partecipare alla formazione politica e di difesa e a diventare uno scudo protettivo per la comunità”. Ha incoraggiato le persone e le loro famiglie a “stare lontano dai centri militari e di sicurezza del regime per proteggersi da potenziali attacchi”. Ha anche chiesto agli attivisti che “si sono allontanati dal partito di riconnettersi con le sue fila e di riprendere a partecipare alle attività politiche e sociali”. Sottolineando che il superamento di questa fase difficile è possibile solo attraverso l’unità e la cooperazione di tutte le parti della società.
Cosa vogliono dire questi quattro punti? A me pare che, con questa dichiarazione, abbiano cercato di far capire: all’Iran ferito e in guerra che non faranno il gioco degli Stati uniti e di Israele;
ai curdi dell’Iran che non si riconoscono nel PJAK di non cedere all’illusione di uno stato kurdo che il tycoon americano gli fa sventolare davanti come una carota e di ricordarsi che è abitudine dello Zio Sam usare i popoli e poi lasciarli nella merda, come hanno fatto dalla Libia all’Afghanistan o ai tempi del Califfato. Insomma, di non cadere nella trappola della guerra ideologica.
Che Israele non è alleato che di sé stesso e ha una strana passione per la guerra. E anche far capire all’Iran che i popoli cercano la pace, ma che l’opzione di morire e basta non è sul tavolo.
Abdullah Öcalan – leader “spirituale” in carcere in isolamento del 1999 – non molto tempo fa poneva a tutti i resistenti del mondo questo interrogativo: “L’assetto globale stabilito all’indomani della Seconda guerra mondiale non è più sostenibile e lo dimostra il modo in cui gli Stati lo stanno ignorando. Nessuno rispetta le istituzioni nate dalle due guerre mondiali. Perché allora dovrebbero essere i colonizzati, i lavoratori e le donne a proteggere l’ordine che li opprime e che vorrebbero abbattere?”. Incita a non cedere alla depressione o allo scannarsi a tavolino per decidere chi ha la linea più “pura”, ma di incominciare a guardare questi tempi di grande disordine come “l’età della speranza” e mettere tutte le energie nel confederalismo e nell’autonomia democratica applicata in ogni luogo della vita sociale senza distinzioni di classe, etnia, sesso, religione.
Società armoniose capaci di agire politicamente dal basso, di prendere decisioni collettive, di superare i conflitti e di autodifendersi, capaci, insomma, di creare un modello di vita alternativo allo Stato. È questo il paradigma intuito da Öcalan e implementato dalle donne curde che fonda la sua autenticità sulla continua vivificazione della società morale e politica e che ha come centro motore la libertà delle donne. Non è solo un cambio di paradigma politico, ma un cambio delle coscienze, è una critica radicale alla società che ha scavato nel profondo del soggetto uomo, smascherando la tossicità del virilismo che si annida anche nei neuroni di molti rivoluzionari. È demoliamo nei fatti la guerra ideologica che ci istiga a credere che la collaborazione fra i popoli sia impossibile per praticare quell’idea di accoglienza dell’altro inscritta nel corpo stesso delle donne.
Rosella Simone