Dal blog https://mariosommella.wordpress.com
Le parole della capo di gabinetto di Nordio, il caso delle mancate scuse e il video-propaganda di Meloni: un’analisi punto per punto delle falsità enunciate in campagna referendaria. In gioco non è la riforma della giustizia, ma lo smantellamento di uno dei tre pilastri della democrazia italiana.
I. «Plotoni d’esecuzione»: quando il potere si toglie la maschera
Ci sono momenti in cui la propaganda smette di fingere e la realtà si mostra nella sua brutalità. Il 7 marzo 2026, in un dibattito televisivo su Telecolor Sicilia, Giusy Bartolozzi — capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio — ha pronunciato una frase destinata a restare: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Non una boutade, come ha tentato di correggere dopo qualche secondo di imbarazzo. Un programma.
Bartolozzi, va ricordato, è essa stessa magistrata. Ha indossato la toga nei tribunali di Gela e Palermo, alla Corte d’appello di Roma.
Sa benissimo cosa fa una procura, cosa fanno i giudici che firmano le sentenze. Eppure usa il lessico della guerra, della fucilazione sommaria, per descrivere il potere giudiziario che intende, insieme ai suoi, definitivamente subordinare all’esecutivo. È significativo, inoltre, che prima di pronunciare la parola «plotoni» abbia iniziato a dire «pi-lo-ta…» — l’attacco sillabico di «pilotata» — per poi interrompersi e correggere la rotta. Una scivolata rivelatrice: il pensiero era già strutturato, e l’immagine del plotone non è uscita per caso ma come sostituto di un’altra accusa, forse ancora più esplicita, che stava per formarsi.
Quelle parole non sono un episodio isolato. Sono la sintesi di un pensiero diffuso in ambienti politici ben precisi: l’idea che la magistratura indipendente sia, in sé, un ostacolo da abbattere. Non da riformare nel merito, non da migliorare, non da rendere più efficiente. Da «togliere di mezzo».
II. Le mancate scuse e l’inadeguatezza conclamata
Il presidente del Consiglio Meloni ha chiesto una rettifica; Nordio ha dichiarato «spiace». Ma la sostanza politica di quella frase non è stata smentita da alcun atto concreto. Anzi: le scuse, annunciate come inevitabili dallo stesso ministro guardasigilli, non sono mai arrivate.
La «zarina» di via Arenula — com’è chiamata Bartolozzi negli ambienti del ministero — si è limitata a precisare di aver già «chiarito» nel corso del dibattito che la riforma è «in favore della magistratura per recuperare la credibilità».
Una difesa paradossale: chi ha appena descritto i magistrati come un plotone d’esecuzione pretende di presentarsi come loro protettrice. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di gravità: Bartolozzi è indagata per false informazioni ai pm nell’ambito del caso Almasri, il generale libico accusato di crimini di guerra che il governo italiano ha espulso invece di arrestare. Una capo di gabinetto sotto indagine per i rapporti con la magistratura che si occupa di un caso politicamente esplosivo dovrebbe, in qualsiasi democrazia matura, astenersi dal commentare le istituzioni giudiziarie — figuriamoci invocare la loro liquidazione.
Le opposizioni hanno invocato in massa le dimissioni, compreso Carlo Calenda, leader di Azione e sostenitore del Sì: «Non esiste che il capo di gabinetto del ministro della Giustizia dica queste enormità». Nordio, invece, l’ha blindata: «Non deve dimettersi», ha detto a Torino, aggiungendo che Bartolozzi «ha chiarito il suo punto di vista».
Il riferimento alle scuse, già annunciate dallo stesso ministro, è sparito senza spiegazione.
Anche Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e braccio destro di Meloni, ha preso le distanze definendo l’uscita «una frase infelice», aggiungendo subito: «Ma la cosa importante è esaminare il merito della riforma».
Una mossa comunicativa classica: ammettere l’infelicità della forma per salvare la sostanza.
L’Associazione Nazionale Magistrati ha rotto il suo riserbo, pur mantenendo la consueta compostezza istituzionale: i toni, ha scritto nella sua nota, sono «oramai giunti a un livello inaccettabile per chi auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni».
La giunta del sindacato delle toghe ha richiamato l’intervento di Sergio Mattarella al CSM, in cui il capo dello Stato aveva invitato le istituzioni al rispetto reciproco: «Un appello che era, e ancora di più è oggi, assolutamente opportuno».
C’è però qualcosa di più profondo in questa vicenda, che va oltre il caso politico del momento. Bartolozzi è una magistrata che occupa il vertice amministrativo del ministero della Giustizia. Conosce il sistema dall’interno. Sa cosa significa indipendenza della toga, cosa comporta l’autonomia del PM nella conduzione di un’indagine. Eppure ha scelto di usare la retorica del plotone d’esecuzione. Non si tratta di scivolata linguistica: si tratta di visione del mondo.
Ed è esattamente questa visione — l’idea che il potere giudiziario indipendente sia un nemico da neutralizzare — a rendere Bartolozzi strutturalmente inadeguata a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto del ministro della Giustizia di una democrazia costituzionale.
Le sue dimissioni non sarebbero solo auspicabili: sarebbero un atto di rispetto verso le istituzioni che la riforma dichiara di voler tutelare. Il fatto che non arrivino — e che il governo non le chieda — dice molto sul progetto reale che questa riforma persegue.
III. Il video da 13 minuti: un’arringa costruita sull’inganno
A due settimane dal referendum del 22 e 23 marzo 2026, Giorgia Meloni ha pubblicato sui social un video di oltre tredici minuti in cui spiega — a modo suo — i contenuti della riforma Nordio e invita gli italiani a votare Sì. Il tono è quello della leader che si rivolge direttamente al popolo scavalcando i corpi intermedi; il registro è quello della comunicatrice consumata che sa come costruire una narrazione emotivamente efficace.
Il problema è che ogni pilastro argomentativo del video poggia su affermazioni false, distorte o gravemente incomplete. Non si tratta di opinioni in contrasto: si tratta di dati verificabili, smentiti da fonti istituzionali, rapporti internazionali, statistiche ufficiali.
La menzogna sulla responsabilità dei magistrati
Meloni afferma: «Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla».
I dati della Sezione disciplinare del CSM nella consiliatura in corso (febbraio 2023 – dicembre 2025) raccontano esattamente il contrario. Su 199 sentenze emesse, 82 — il 41% — sono di condanna. Tra queste: 46 censure, 17 perdite di anzianità, 9 sospensioni, 8 rimozioni dall’ordine giudiziario. L’ammonimento, la sanzione meno grave, è stato comminato solo due volte.
Sul piano comparato, l’Italia risulta più severa della media europea: nel 2022, secondo il Consiglio d’Europa, è stato punito lo 0,4% dei magistrati italiani, contro lo 0,09% francese e lo 0,19% olandese. Il ministro Nordio stesso ha esercitato i suoi poteri disciplinari raramente: in media 28 azioni l’anno, meno della metà delle 52 della Procura generale della Cassazione. Ha impugnato le decisioni del CSM appena sei volte nell’intera consiliatura. Lo ha fatto notare perfino Fabio Pinelli, vicepresidente del CSM eletto in quota Lega, definendo «destituite di fondamento» le accuse rivolte all’organo di autogoverno.
La menzogna sul sorteggio e sull’indipendenza politica
Meloni presenta il sorteggio come la soluzione alla commistione tra magistratura e politica. L’omissione fondamentale è che il sorteggio non sarà uguale per tutti. I membri «laici» dei due futuri CSM verranno estratti a sorte nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Mentre i magistrati perderanno il diritto di eleggere i propri rappresentanti, il Parlamento — e quindi il governo — conserverà di fatto la possibilità di selezionare la rosa di «sorteggiabili».
Con maggioranza semplice, il governo potrà accaparrarsi tutti i posti laici.
Il risultato è esattamente opposto alla promessa: non meno politica nei CSM, ma più politica. E meglio distribuita — dal governo — sotto l’apparenza neutra del sorteggio.
La menzogna sull’Alta Corte disciplinare
Stesso meccanismo si applica all’Alta Corte disciplinare, presentata come organo imparziale. Su 15 componenti totali, 6 saranno di nomina politica parlamentare, più 3 di nomina presidenziale. La struttura in primo e secondo grado non impedisce che, in un singolo collegio, i giudici di nomina politica costituiscano la maggioranza. Soprattutto: contro le sentenze dell’Alta Corte non è più ammesso ricorso in Cassazione. La politica non solo giudica, ma giudica in via definitiva, senza ulteriori gradi di verifica esterna.
La menzogna sull’inefficienza della giustizia
Meloni sostiene che i ritardi siano colpa dei magistrati. Il rapporto 2024 del Consiglio d’Europa smentisce: in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. I pubblici ministeri sono 3,7 ogni centomila abitanti, a fronte della stessa media europea. Eppure questi magistrati sottodimensionati lavorano il doppio: ogni giudice civile italiano gestisce 176 fascicoli l’anno contro gli 88 europei; ogni PM 1.230 contro 204. Il problema è strutturale. La separazione delle carriere non assumerà né un PM né un giudice in più.
La menzogna sul consenso dei magistrati
La premier afferma che «moltissimi magistrati» sostengano la riforma. I dati: i magistrati in servizio che hanno sottoscritto l’appello a favore sono 34 su 9.657. All’ultima assemblea generale dell’ANM, il documento per il No è stato approvato con sei voti contrari e un’astensione su 1.296 partecipanti.
La menzogna sulla fiducia dei cittadini
Meloni afferma che la riforma restituirà credibilità alla magistratura. Un sondaggio Ixé di febbraio 2026 mostra che la fiducia nei magistrati è quattro volte quella dei partiti: 51% verso i giudici — in crescita di sei punti rispetto al 2025 —, contro il 12% per i politici.
La menzogna sulla separazione delle carriere come garanzia
«Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito»: è la promessa centrale della riforma. I dati comparati la smentiscono. In Italia, tra il 2018 e il 2024, sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni l’anno su 49.037 arresti: l’1,15%. In Francia il dato è tra il 3,5% e il 4%. Gli errori giudiziari veri e propri — condanne annullate in sede di revisione — sono in Italia 0,12 per milione di abitanti, contro 0,31 nel Regno Unito e 0,44 negli Stati Uniti, entrambi sistemi con netta separazione tra accusa e giudice.
IV. Il CSM non è un ufficio di collocamento: ciò che Meloni non dice
Uno degli equivoci più gravi del video presidenziale riguarda il ruolo del CSM, sistematicamente ridotto a «organo che decide nomine e promozioni». Il CSM è molto altro. È l’organo che garantisce l’autonomia della magistratura dalle ingerenze del potere esecutivo: tutela i magistrati «nel mirino» della politica con le pratiche a tutela, vigila sulle scelte dei dirigenti degli uffici, esprime pareri sui disegni di legge in materia di giustizia, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo sottrae illegittimamente a un PM un fascicolo sensibile.
In questi anni, i consiglieri togati del CSM — inclusi quelli di orientamento conservatore — hanno più volte bloccato tentativi del governo di usare strumentalmente lo strumento disciplinare contro magistrati sgraditi.
Consiglieri sorteggiati per caso, privi di mandato politico proprio, avrebbero la stessa forza di resistenza?
V. Il quadro complessivo: non una riforma, un piano di sottomissione
Bartolozzi ha detto la verità nel modo sbagliato.
E la verità è questa: il progetto non è riformare la giustizia per renderla più efficiente, più equa, più vicina ai cittadini.
Se lo fosse, si investirebbe in organico, in infrastrutture digitali, in strutture per smaltire l’arretrato. Invece si mette mano alla Costituzione per spostare i rapporti di forza tra i poteri dello Stato: meno autonomia alla magistratura, più controllo all’esecutivo.
La separazione delle carriere è la bandiera simbolica, ma il cuore della riforma è il sorteggio pilotato del CSM e dell’Alta Corte: il meccanismo attraverso cui il governo finisce col controllare chi giudica i magistrati e come vengono gestite le loro carriere. Non più le correnti interne, con tutti i loro limiti: la politica, con la sua capacità di premiare e punire.
Ma c’è un livello ancora più profondo da comprendere. Le parole di Bartolozzi — scioccanti, certo; infelici, sicuramente — non sono un incidente. Sono lo specchio fedele di un sentimento reale che percorre una parte significativa del ceto politico italiano e, per osmosi, anche di un segmento della cittadinanza: l’idea che la magistratura sia un corpo ostile, un’entità politicizzata che va disarmata.
È questa la vera posta in gioco del referendum: non riformare, ma normalizzare quella visione. Renderla accettabile. Trasformarla in legge costituzionale.
L’indipendenza della magistratura è uno dei tre poteri fondamentali su cui si regge ogni democrazia moderna, secondo la tripartizione enunciata da Montesquieu: potere legislativo, potere esecutivo, potere giudiziario. È imperfetta, come ogni istituzione umana. Va criticata, migliorata, riformata dove necessario. Ma va difesa nella sua sostanza e nella sua autonomia, perché senza un potere giudiziario realmente indipendente non esiste equilibrio tra i poteri dello Stato e ogni abuso dell’esecutivo diventa strutturalmente impunito.
Chi il 22 e 23 marzo andrà a votare ha davanti una scelta che riguarda il tipo di Paese che vuole abitare. Non si tratta di essere «pro-magistratura» o «anti-magistratura». Si tratta di decidere se la toga debba essere indipendente dal potere politico o no. E di capire che chi usa la parola «plotoni d’esecuzione» per descrivere i giudici — senza mai scusarsi, coperta dal proprio ministro, blindata dal governo — non ha in mente alcuna riforma: ha in mente la resa dei conti.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»