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12 Mar , 2026|Emmanuel Raffaele Maraziti
Negli ultimi anni Pedro Sánchez si è convertito in una figura osservata con crescente attenzione anche fuori dalla Spagna. Per una parte dell’opinione pubblica italiana ed europea, infatti, il leader socialista rappresenta un raro esempio di statista, capace di difendere con la massima coerenza i principi del diritto internazionale, l’autonomia negoziale dell’Europa e della Spagna nel contesto dell’alleanza atlantica, nell’insieme un modello di sinistra liberale ma, nonostante tutto, ancora orgogliosamente sociale.
Sánchez, infatti, è stato tra i capi di governo occidentali più espliciti nel criticare la «sproporzionata» offensiva israeliana a Gaza, a parlare di genocidio, a boicottare Israele e sostenere il riconoscimento dello Stato palestinese. E, più in generale, la sua posizione si è sempre distinta per una critica esplicita nei confronti dell’uso unilaterale della forza e del mancato rispetto del diritto internazionale – anche in occasione dell’arresto di Maduro e dell’intervento in Venezuela. Come ampliamente documentato in questi giorni, del resto, la stessa cosa è accaduta in occasione dell’inizio dell’operazione “Epic Fury” in Iran, nel merito della quale la sua posizione è stata forte e chiara: no all’uso delle basi spagnole e no alla guerra – attirando ancora una volta l’ira e il desiderio di vendetta di Trump, dopo lo scontro sull’aumento del budget destinato alle spese militari.
Ma, dietro un impegnativo fronte internazionale, nonché l’amore e l’odio suscitati in Europa dalle sue posizioni forti, c’è la realtà politica spagnola e il fragile equilibrio su cui poggia la sua leadership in patria. Sánchez governa infatti con una maggioranza debole e continuamente esposta a tensioni parlamentari, scandali e crisi politiche. Ecco perché la sua continuità come premier, in questo momento, non è affatto scontata.
IL RIFORMISMO SOCIALE DEL GOVERNO SÁNCHEZ
Dal 2018, anno in cui Sánchez arrivò al governo grazie a una mozione di sfiducia contro Mariano Rajoy, i suoi governi hanno promosso alcune delle politiche sociali più avanzate dell’Europa occidentale.
Il salario minimo è stato aumentato in modo significativo, passando da 735 euro mensili a oltre mille. La riforma del lavoro del 2021, negoziata con i sindacati e sostenuta dalla ministra del lavoro Yolanda Díaz, ha ridotto drasticamente l’uso dei contratti temporanei, rendendo il contratto a tempo indeterminato la opzione sempre più comune. Durante la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina il governo ha introdotto sussidi per i trasporti pubblici e misure di contenimento dei prezzi dell’energia. A questo si sono aggiunte politiche di ampliamento del welfare come l’Ingreso Mínimo Vital, una forma di reddito minimo destinata alle famiglie più vulnerabili. Nonché, tra le politiche sociali più rilevanti della legislatura, la legge sul diritto alla casa, che introduce strumenti per limitare l’aumento dei canoni nelle cosiddette zone di mercato tensionato e rafforza le tutele per gli inquilini.

A queste politiche sociali si è affiancato un risultato economico che negli ultimi due anni ha attirato l’attenzione anche della stampa internazionale. L’economia spagnola è stata infatti una delle più dinamiche dell’Eurozona, con tassi di crescita del PIL superiori alla media europea e una ripresa dell’occupazione più rapida rispetto ad altri grandi paesi dell’Unione. Dopo il rimbalzo post-pandemia del 2021-2022 (oltre il 6%), l’economia ha continuato a crescere del 2,5% nel 2023 e tra il 3,2% e il 3,5% nel 2024, confermandosi una delle economie più dinamiche dell’Unione europea. Per questa ragione, nel 2024 e nel 2025, la Spagna è stata spesso indicata da giornali come The Economist, Financial Times e Bloomberg come una delle economie più performanti dell’Europa occidentale. La crescita del turismo, gli investimenti legati alla transizione energetica e i fondi europei del programma Next Generation EU hanno contribuito a consolidare un ciclo economico relativamente positivo.
Del resto, negli ultimi anni la Spagna ha accelerato in modo significativo la transizione verso le energie rinnovabili: nel 2025 oltre il 55% dell’elettricità prodotta in Spagna proveniva da fonti rinnovabili, soprattutto eolico e solare, una delle quote più alte tra le grandi economie europee. Se si include anche il nucleare, circa tre quarti della produzione elettrica spagnola è ormai a basse emissioni. Questo mix energetico ha contribuito a mantenere relativamente contenuto il costo dell’elettricità: nel 2025 il prezzo medio all’ingrosso si è attestato attorno ai 65 €/MWh, significativamente inferiore a quello registrato in paesi come l’Italia (intorno ai 100 €/MWh) e normalmente inferiore del 30% alla media europea.
Nel complesso Sánchez, dunque, sembra aver costruito un modello politico che unisce socialdemocrazia classica e liberalismo progressista: difesa dello stato sociale, rafforzamento dei diritti dei lavoratori e forte attenzione ai diritti civili. Anche nel dibattito europeo sulla competitività economica, Sánchez ha infatti sostenuto una linea opposta a quella di chi propone un ridimensionamento del welfare: «L’Europa non può competere nel mondo rinunciando allo stato sociale. Deve competere rafforzandolo», ha affermato.
UNA MAGGIORANZA DIFFICILE
Ma, dietro i tanti aspetti positivi ed il ruolo internazionale di Sánchez, c’è però un equilibrio precario. Le elezioni generali del luglio 2023 hanno infatti prodotto uno dei parlamenti più frammentati della storia recente spagnola.
A trionfare era stato infatti il Partito Popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo, ma i sogni di governo del PP si erano infranti di fronte all’impossibilità di raggiungere la maggioranza necessaria per l’investitura, nonostante l’eventuale appoggio di Vox, il partito della destra radicale guidato da Santiago Abascal.
Il PSOE, arrivato secondo, era invece riuscito a costruire una maggioranza alternativa, ma solo grazie a una coalizione molto ampia e politicamente eterogenea. Oltre ai socialisti e alla piattaforma progressista Sumar, il governo si reggeva infatti sul sostegno di diversi partiti regionali e indipendentisti: Esquerra Republicana de Catalunya, EH Bildu, il Partido Nacionalista Vasco e il Bloque Nacionalista Galego. Il sostegno decisivo arrivava infine da Junts per Catalunya, il partito dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont.
Proprio la trattativa con Junts, che normalmente viene considerato di centro-destra, ha portato all’approvazione della controversa legge di amnistia per i leader del processo indipendentista catalano del 2017. E, da quel momento, la destra spagnola ha costruito una narrativa molto aggressiva contro Sánchez, accusandolo di essere ostaggio degli indipendentisti e di aver sacrificato l’unità dello Stato per restare al potere. Nonostante il governo abbia difeso la misura come uno strumento necessario per chiudere una crisi territoriale che dura da oltre un decennio e così favorire la normalizzazione della politica catalana, le forti proteste hanno sicuramente contribuito ad alimentare un clima di netta polarizzazione politica che continua a segnare il dibattito pubblico spagnolo.
CHI È PUIGDEMONT E PERCHE’ JUNTS È DECISIVA
Carles Puigdemont, protagonista di questa trattativa, è una figura centrale della politica spagnola degli ultimi anni. Ex presidente della Generalitat catalana, era stato il protagonista del referendum indipendentista del 2017, dichiarato illegale dal Tribunale Costituzionale. E, dopo la proclamazione simbolica dell’indipendenza catalana e l’intervento dello Stato sulla base dell’articolo 155 della Costituzione, Puigdemont aveva lasciato la Spagna e si era trasferito in Belgio per evitare l’arresto.
Da allora vive all’estero ma continua a guidare Junts per Catalunya, generando polemiche. Nel 2024, per esempio, in occasione dell’investitura del nuovo presidente della Generalitat (il governo catalano), dopo sette anni di esilio, aveva fatto una rapida apparizione a Barcellona tra la folla, per poi sparire e rifugiarsi di nuovo in Belgio, sfuggendo platealmente all’arresto (l’amnistia non riguarda le accuse di malversazione lanciate contro di lui). Tanto basta a comprendere perché l’alleanza di governo e le trattative con un personaggio attualmente in fuga dalla giustizia siano sotto accusa da parte dell’opposizione, e perché faccia così discutere il fatto che un partito al centro di un terremoto politico-giudiziario e con un numero relativamente ristretto di seggi in Parlamento sia capace di determinare la sopravvivenza o la caduta del governo.
A questo si aggiunge il rapporto costantemente oscillante tra Junts e il PSOE negli ultimi mesi, con diversi momenti di rottura. In più occasioni, in effetti, Junts ha votato contro provvedimenti del governo o ha minacciato di far finire la legislatura accusando Sánchez di non rispettare gli accordi politici raggiunti durante l’investitura. In particolare il partito di Puigdemont ha contestato i ritardi nell’applicazione della legge sull’amnistia e ha chiesto ulteriori concessioni sul piano fiscale e sull’autonomia catalana. Questo tipo di rapporto ha reso il governo strutturalmente fragile e, soprattutto, lo ha fatto apparire ricattabile.
Del resto, oltre ai partiti catalani, la maggioranza parlamentare che sostiene il governo Sánchez dipende anche dal sostegno dei partiti baschi. Il Partido Nacionalista Vasco, forza storica della politica spagnola, è un partito nazionalista moderato e pragmatico che da decenni negozia il proprio appoggio ai governi centrali in cambio di concessioni in materia fiscale e di autonomia regionale. Accanto al PNV ha assunto un ruolo crescente EH Bildu, coalizione della sinistra indipendentista basca.
Bildu nasce da una galassia politica legata storicamente alla sinistra indipendentista radicale basca e a organizzazioni che per decenni furono politicamente vicine all’ambiente dell’ETA. Dopo la fine della lotta armata nel 2011, questo spazio politico è progressivamente entrato nel sistema parlamentare, cercando di costruire un profilo istituzionale e di partecipare alla politica nazionale.
Ma le sue origini rappresentano comunque un altro elemento di controversia sfruttato costantemente dalla destra per attaccare il governo, accusato di dipendere da una forza politica considerata erede dell’ambiente politico dell’ETA e di legittimare politicamente i “complici del terrorismo”. Il governo e i partiti della maggioranza respingono questa interpretazione e sostengono invece che l’integrazione piena della sinistra indipendentista nel sistema democratico rappresenti una conseguenza naturale della fine della violenza armata e uno degli elementi della stabilizzazione politica dei Paesi Baschi.
INCIDENTI, CRISI E SCANDALI
Tutto ciò senza considerare, pandemia a parte, gli altri episodi che, negli ultimi due anni, hanno contribuito a indebolire l’esecutivo.
Uno dei più gravi e recenti è stato il disastro ferroviario di Adamuz, in Andalusia, dove lo scorso 18 gennaio il deragliamento delle ultime carrozze di un treno ad alta velocità Iryo diretto da Málaga a Madrid ha provocato lo scontro con un treno Renfe che viaggiava in direzione opposta, causando 46 morti e quasi trecento feriti. L’incidente ha infatti riaperto il dibattito sulla sicurezza della rete ferroviaria e sulla gestione delle infrastrutture. L’opposizione ha accusato il governo di aver trascurato la manutenzione e ha responsabilizzato il ministro Oscar Puente, soprattutto dopo i sospetti che all’origine dell’incidente ci possa essere una rottura del binario.
Un’altra vicenda che ha alimentato polemiche è stata poi il grande blackout elettrico della penisola iberica del 2025, il cosiddetto apagón. Il collasso temporaneo della rete elettrica ha infatti lasciato senza corrente quasi tutta la Spagna e il Portogallo per un giorno intero, ma la commissione parlamentare incaricata di indagare sull’episodio è ancora al lavoro e finora non è stata fornita una spiegazione ufficiale definitiva. L’assenza di una risposta chiara ha alimentato critiche sulla gestione del sistema energetico. L’opposizione, fin dalle prime ore, ha infatti accusato il governo di non voler ammettere le proprie responsabilità, puntando il dito contro le sue priorità in materia di rinnovabili e la sua ostilità nei confronti del nucleare.
Sul piano politico, invece, uno dei casi più delicati è stato il cosiddetto caso Koldo. L’indagine prende il nome da Koldo García, ex collaboratore del potente ex ministro dei trasporti José Luis Ábalos. Secondo l’accusa, una rete di intermediari avrebbe ottenuto contratti pubblici gonfiati per la fornitura di mascherine durante la pandemia. Nel corso delle indagini sono emersi presunti pagamenti illeciti, favori politici e possibili episodi di corruzione legati alla gestione degli appalti. L’inchiesta ha portato ad arresti e a diverse indagini giudiziarie ancora in corso e ha avuto ripercussioni politiche anche su Ábalos, figura centrale del PSOE durante il primo governo Sánchez.
Il caso ha avuto ed ha tuttora un forte impatto mediatico e ha contribuito notevolmente a far crescere la sfiducia nei confronti delle burocrazie partitiche del Psoe, del quale Sanchez continua a proporsi come severo garante, rimanendo però sotto attacco costante da parte dell’opposizione, la quale usa toni durissimi.
Il caso Koldo, in effetti, è stato usato dall’opposizione anche per riportare al centro del dibattito un’altra polemica che negli ultimi anni ha segnato i rapporti tra il governo socialista e il Venezuela. Il riferimento è al cosiddetto “Delcygate”, l’episodio avvenuto nel gennaio 2020 quando la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez fece scalo all’aeroporto di Madrid-Barajas nonostante fosse soggetta a sanzioni europee che le vietavano l’ingresso nello spazio Schengen. Quella notte il ministro dei Trasporti José Luis Ábalos salì sull’aereo per incontrarla, sostenendo poi che l’obiettivo era proprio impedirle di entrare formalmente in territorio spagnolo e così innescare una crisi diplomatica.
L’episodio provocò una forte polemica politica, alimentata anche dal mistero sulle valigie trasportate dalla delegazione venezuelana e sulle circostanze dell’incontro. Negli ultimi mesi la vicenda è riemersa perché alcune delle figure coinvolte nel caso Koldo – tra cui lo stesso Ábalos e l’imprenditore Víctor de Aldama – erano presenti quella notte di gennaio a Barajas. Alla polemica si è aggiunto il ruolo dell’ex presidente socialista José Luis Rodríguez Zapatero, che negli ultimi anni ha svolto un’intensa attività di mediazione politica tra governo e opposizione venezuelana. I critici sostengono che questa attività abbia contribuito a una progressiva normalizzazione dei rapporti con il governo di Nicolás Maduro. Il governo spagnolo respinge questa interpretazione e sottolinea invece di non aver mai riconosciuto formalmente Maduro come presidente legittimo, pur mantenendo canali diplomatici aperti con Caracas nel tentativo di favorire una soluzione negoziata della crisi venezuelana.
Negli ultimi anni, infine, anche la dimensione personale del presidente del governo è entrata nel confronto politico. Nel 2024 un tribunale di Madrid ha infatti aperto un’indagine preliminare su Begoña Gómez, moglie di Pedro Sánchez, per presunti reati di traffico di influenze e corruzione negli affari legati alla sua attività professionale e accademica. L’indagine, nata da una denuncia dell’organizzazione di destra Manos Limpias, aveva provocato una forte tempesta politica, a seguito della quale lo stesso Sánchez pubblicò una lettera aperta ai cittadini denunciando una campagna di delegittimazione personale e annunciando che per alcuni giorni avrebbe riflettuto sulla possibilità di dimettersi. Con il passare dei mesi molte delle accuse iniziali si sono rivelate basate su informazioni giornalistiche non verificate e diversi filoni dell’indagine sono stati ridimensionati o archiviati, senza che emergessero prove di reati penali. Tuttavia la vicenda ha contribuito ad alimentare il clima di forte polarizzazione politica attorno al governo.
Un’altra polemica ha riguardato il fratello del presidente, David Sánchez Pérez-Castejón, musicista e responsabile dell’area musicale della Diputación de Badajoz. Alcuni partiti dell’opposizione hanno sostenuto che il suo incarico fosse stato creato su misura e hanno presentato denunce per presunto nepotismo. Anche in questo caso le verifiche giudiziarie non hanno prodotto imputazioni rilevanti, ma la vicenda è stata utilizzata politicamente per rafforzare le accuse di favoritismo contro il governo. Ed è inutile sottolineare che il rumore causato da scandali reali o presunti non ha favorito il governo.
LA CRISI DELLA SINISTRA ALTERNATIVA
Parallelamente alla fragilità dell’esecutivo, vi è infine la debolezza dello spazio politico a sinistra del PSOE, con ovvie conseguenze sulla stabilità della leadership di Sánchez.
Il ciclo di Podemos, nato dopo la crisi finanziaria del 2008 e protagonista della stagione degli Indignados, si era infatti concluso con un fortissimo ridimensionamento elettorale. Tutto ciò aveva portato, prima delle elezioni del 2023, alla nascita di Sumar, eterogenea alleanza di movimenti che inizialmente includeva Podemos ma escludeva dalle liste la co-fondatrice Irene Montero – ex ministra dell’Uguaglianza e promotrice delle altrettanto criticate leggi “Solo si es si” (che ha unificato il reato di aggressione e quello di abuso sessuale sulla base del concetto di consenso) e “Ley Trans” (per il cambio di genere tramite autodeterminazione), attualmente eurodeputata. Mentre, in precedenza, era uscito dal governo e dalla politica istituzionale il suo compagno di vita e militanza, fondatore e protagonista di Podemos Pablo Iglesias, ex vicepresidente del governo dimessosi anche a seguito di un forte stalking da parte della destra radicale.
Nata da un’iniziativa dell’attuale ministra del lavoro Yolanda Díaz, Sumar – che aveva comunque raggiunto un risultato relativamente modesto – è entrata in crisi quasi subito, soprattutto con il successivo distanziamento di Podemos. Il progetto, che voleva riunire diverse forze della sinistra alternativa – tra cui Izquierda Unida, Más País e altri gruppi regionali –, non è infatti riuscito a stabilizzarsi politicamente e oggi fatica a presentarsi come un soggetto politico unitario. In Parlamento Sumar sostiene il governo, ma elettoralmente appare fragile e priva di una leadership capace di mobilitare l’elettorato come accadde negli anni iniziali di Podemos. Ecco come è emersa, negli ultimi mesi, la figura di Gabriel Rufián.
IL FENOMENO RUFIÁN
Gabriel Rufián è il portavoce parlamentare di Esquerra Republicana de Catalunya, il principale partito indipendentista catalano di sinistra. Nato politicamente durante il processo indipendentista, negli anni ha cercato di costruire un profilo politico più nazionale.
Il suo stile diretto e polemico lo ha reso uno dei parlamentari più riconoscibili della politica spagnola. In Parlamento ha pronunciato interventi che hanno avuto grande risonanza mediatica. In uno di essi dichiarò: «La patria non è una bandiera né un inno. La patria è che la gente possa vivere con dignità, lavorare e pagare l’affitto». In un altro discorso affermò che «il problema della Spagna non è che ci sono troppi diritti sociali, ma che ci sono troppi privilegi per pochi».
In uno dei suoi interventi più citati ha dichiarato senza mezzi termini che «la monarchia è un’anomalia democratica». Oltre al tema della disuguaglianza sociale, il suo obiettivo è neutralizzare la destra radicale di ispirazione trumpiana e filo-israeliana, che per lui costituisce un pericolo immediato. Sempre molto incisivo e diretto, apprezzato al di là della sua appartenenza partitica, negli ultimi mesi alcuni settori della sinistra hanno iniziato a discutere la possibilità che Rufián possa guidare una nuova candidatura capace di unire le diverse componenti della sinistra alternativa, oggi divise tra Sumar, Podemos e altri gruppi minori. L’operazione, che potrebbe aiutare la sinistra ma corre anche il rischio di bruciare politicamente Rufián, è comunque ancora in fase di discussione e tutt’altro che semplice.
L’ASCESA DELLA DESTRA NEI SONDAGGI
Mentre il governo appare in difficoltà e la sinistra quanto mai divisa, sebbene impegnata in una difficile ricomposizione interna, secondo i sondaggi il Partito Popolare sarebbe ancora il primo partito nei sondaggi e, soprattutto, accanto al PP continuerebbe a crescere Vox (sottraendogli voti). Infatti, secondo un sondaggio recente di cui dà notizia El Pais, Vox guadagnerebbe addirittura sei punti rispetto alle elezioni generali (nelle quali aveva raggiunto poco più del 12%), mentre il PP rimarrebbe primo seppur con un lieve calo di un paio di punti. Il Psoe, infine, perderebbe circa 4 punti percentuali rispetto al 2023. Va da sé che molto dipenderà da quanto accadrà a sinistra del Psoe, dove al momento Sumar perderebbe quasi sette punti.
Fondato nel 2013 da ex dirigenti del Partito Popolare, Vox ha costruito il proprio spazio politico su una critica radicale al sistema autonomico spagnolo, su una linea molto dura sull’immigrazione e su una retorica nazionalista che propone un forte centralismo dello Stato. Nel giro di pochi anni è passato dall’essere una forza marginale a diventare uno dei protagonisti della politica spagnola, forte anche del trumpismo in auge a livello internazionale. La crescita di Vox ha avuto un effetto evidente sul sistema politico: ha spostato il baricentro del dibattito pubblico verso destra e ha costretto il Partito Popolare a ridefinire la propria strategia, dando vita ad un rapporto quanto meno ambiguo.
A livello nazionale Alberto Núñez Feijóo cerca di mantenere una certa distanza dalla retorica più radicale di Santiago Abascal per non compromettere la propria immagine di forza di governo europea, mentre Abascal non lesina al PP dure accuse di complicità con il presidente del governo. Ma a livello regionale e municipale i due partiti hanno collaborato in diverse occasioni. In alcune comunità autonome Vox è entrato direttamente nei governi regionali guidati dal PP; in altri casi fornisce un sostegno parlamentare esterno senza il quale la destra non potrebbe governare. E sembra quasi scontata l’alleanza nel caso le due compagini ottenessero insieme la maggioranza alle elezioni generali.
In questo contesto i sondaggi mostrano una tendenza che preoccupa il governo: la somma dei voti di Partito Popolare e Vox potrebbe effettivamente garantire alla destra i numeri utili per governare.

UN LEADER FORTE IN UN SISTEMA FRAGILE
La Spagna vive dunque una fase politica particolare. Il governo di Pedro Sánchez, proiettato come leader virtuale di una orgogliosa sinistra europea, impegnato addirittura in una sfida internazionale a distanza nientemeno che con il presidente degli Stati Uniti, potrebbe non arrivare alla scadenza naturale del suo mandato, prevista per il 2027. Mentre le sue possibilità di vittoria alle elezioni poggiano attualmente su un’area politica frammentata ed elettoralmente in difficoltà. Anche se in passato l’abilità negoziale di Sánchez gli ha permesso di ribaltare la situazione e sopravvivere alle crisi più acute, questa volta purtroppo le sue capacità personali potrebbero non bastare. Di: Emmanuel Raffaele Maraziti