L’Italia ha imparato poco dall’ultima crisi energetica

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Venerdì 13 marzo 2026

I modi per essere meno esposti alle conseguenze economiche delle guerre ci sarebbero, ma in questi quattro anni il governo ha puntato su altro

Un supermercato di Roma con le luci al minimo per risparmiare energia, durante l’estate del 2022 (Cecilia Fabiano /LaPresse)

La guerra in Medio Oriente sta facendo aumentare notevolmente i prezzi di petrolio e gas, che a cascata potrebbero far rincarare praticamente tutto. Rispetto ad altri paesi per l’Italia il rischio è ancora più alto perché non solo fa ancora largo uso delle fonti fossili per produrre energia, ma anche perché rischia di dover fare a meno delle forniture di gas dal Qatar, paese coinvolto dagli attacchi e da cui arriva il 10 per cento di tutto il gas che serve al paese.

Le conseguenze sono di fatto le stesse che produsse la guerra in Ucraina, che iniziò nel 2022 e generò una crisi energetica i cui effetti si sentono ancora oggi a causa delle bollette mai tornate al costo di allora. Dopo solo quattro anni ci risiamo, con un’economia più traballante di allora e con una consapevolezza: che da allora, nonostante i proclami, si sia imparato molto poco su cosa serve davvero per non ritrovarsi ogni volta esposti più degli altri paesi ai grossi problemi del mercato dell’energia.

I problemi sono due. Il primo è che l’Italia, quando si è trovata a dover sostituire il gas dalla Russia dopo l’inizio dell’invasione in Ucraina, si è comunque affidata a partner commerciali in territori rischiosi e non stabili a livello politico, per esempio i paesi del nord Africa come l’Algeria, o anche l’Azerbaijan e appunto il Qatar.

In quei primi mesi di guerra del resto non c’era molta scelta: dalla Russia arrivava il 40 per cento di tutto il gas importato in Italia e dunque il governo di Mario Draghi dovette accontentarsi di quello che trovava per riuscire a garantire che l’Italia non rimanesse senza gas nell’immediato e in una situazione di emergenza. Il problema è che poi negli anni successivi non è stato corretto il tiro dal governo di Giorgia Meloni, che si insediò nei mesi successivi. Questi fornitori di emergenza hanno finito per diventare stabili.

Va detto che nel frattempo è stata aumentata anche la quota importata da fornitori ritenuti più stabili politicamente, come la Norvegia, oggi primo fornitore dell’Unione Europea e il quarto per l’Italia, e gli Stati Uniti. Quest’ultimi forniscono un quarto di tutto il gas dell’Unione Europea e circa il 10 per cento di quello che arriva in Italia: e visto l’uso sempre più spregiudicato da parte del presidente Donald Trump dei rapporti economici come strumento di ricatto, forse neanche queste forniture sono più del tutto al sicuro.

Da qui arriva la conclusione più scontata: e cioè che non si può mai essere del tutto sicuri di avere l’energia che serve, quando si dipende da altri paesi. Nella migliore delle ipotesi si può cercare di ridurre i rischi. È questa la ragione per cui anche i paesi che non hanno a disposizione materie prime devono affidarsi sempre di più alle risorse che possono crearsi. Per l’Italia la soluzione sarebbe una ed è anche il secondo problema di questa storia: la transizione verso le energie rinnovabili

Un parco eolico vicino Benevento, in Campania (ANSA/CESARE ABBATE)

Produrre energia con fonti rinnovabili toglie di mezzo i due problemi che possono sorgere con le crisi energetiche. Il primo è il rischio di trovarsi senza gas e petrolio provenienti dagli altri paesi: è stato un problema molto serio nel caso della guerra in Ucraina, ma lo è di meno in questo contesto (sebbene l’Italia debba comunque trovare il modo di sostituire il 10 per cento del gas dal Qatar). Il secondo è quello più rilevante e riguarda la questione dei grandi rialzi dei prezzi di gas e petrolio, che investono tutti i paesi del mondo dato che il mercato è globale (e quindi a prescindere che ne importino in concreto dai paesi del Golfo): l’uso di fonti rinnovabili limita notevolmente questa esposizione.

L’Italia è ancora molto indietro nella transizione verso le energie rinnovabili, dato che produce ancora energia in gran parte con le fonti fossili, cioè gas, petrolio e carbone: quando queste materie prime aumentano di prezzo l’effetto arriva velocemente sulle bollette delle persone e delle aziende. Questo rende l’economia italiana decisamente esposta a ciò che succede sui mercati energetici, e quindi moltissimo anche alle guerre che sui mercati hanno un enorme impatto, come quella in Ucraina e quella in Medio Oriente.

Nel 2025 ancora il 59 per cento dell’elettricità italiana è stato prodotto da fonti fossili, perlopiù gas. Come si vede dal grafico, tra i grandi paesi europei l’Italia è quello in cui è più alta la quota di energia prodotta ancora con fonti fossili: in Spagna quasi il 60 per cento dell’energia è prodotto con fonti rinnovabili; in Francia il 60 per cento dell’energia è prodotto col nucleare e solo il 6 per cento viene dal gas.

Secondo un’analisi del centro di ricerca sull’energia Ember, proprio grazie all’ampio uso delle energie rinnovabili in Spagna il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15 per cento delle ore dall’inizio del 2026, rispetto all’89 per cento in Italia (si calcola così il modo in cui il prezzo del gas influenza quello dell’elettricità): senza entrare troppo nel dettaglio, significa che per come funziona ora il mercato dell’energia la Spagna subisce meno l’aumento del prezzo di gas e petrolio perché questi ne determinano il prezzo in quota minore, il contrario di quello che avviene in Italia. Ed è anche una delle ragioni per cui in Italia l’energia costa strutturalmente di più e le bollette sono tra le più care dei paesi europei.

– Leggi anche: Perché in Italia l’energia costa così tanto

Il grande ritardo della transizione verso le energie rinnovabili dipende da tante cose ed è di lunga data: le lungaggini burocratiche e i vincoli di tutela del paesaggio ci hanno messo del loro, ma il problema è soprattutto culturale e politico. Sicuramente nessuno si aspettava che la guerra in Ucraina e la crisi energetica che ne è conseguita producessero un cambiamento tale da colmare questo ritardo strutturale in poco tempo, ma il punto è che negli ultimi quattro anni non solo è stato fatto poco su questo fronte, ma su certi aspetti si è pure tornati indietro per una precisa volontà politica dell’attuale governo.

In un momento in cui bisognerebbe fare di tutto per affrancarsi dalle fonti fossili il governo ha anche detto di voler promuovere l’Italia come «hub europeo del gas»: lo disse a dicembre del 2022 il ministro dell’Energia Gilberto Pichetto Fratin, con grande imbarazzo intorno. Nelle comunicazioni ufficiali del governo poi questo «hub europeo del gas» è diventato un generico «hub energetico», ma nella sostanza le cose non sono cambiate molto.

Per la sicurezza energetica il governo ha continuato a dire di puntare molto sul Piano Mattei per l’Africa, un piano di cooperazione economica di cui sappiamo poco, ma che sicuramente non prevede niente che non abbia a che fare con le fonti fossili. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è stato tra i maggiori promotori nell’Unione Europea dei provvedimenti per ritardare le scadenze legate al divieto di produzione di veicoli con motori endotermici, e quindi a benzina e a diesel, per assecondare le richieste delle aziende di auto, impigrite nello sviluppo dall’enorme crisi del settore che stanno attraversando. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini parla di «mostri eolici che su terra o mare danneggiano i paesaggi e rovinano panorami stupendi».

Pure sul nucleare, che il governo nomina spesso come soluzione per la sicurezza energetica, non ci sono stati molti passi avanti.

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