Dal blog krisisinfo@substack.com
di Elisabetta Burba 13/03/26
Dietro il patto tra Trump e i pastori evangelici si nasconde una visione messianica che vede nei conflitti in Medio Oriente l’adempimento delle Scritture.
«Giosuè comanda al sole di fermarsi», dipinto da John Martin nel 1816. Wikimedia Commons. Licenza: Public Domain.
La corrente escatologica che salda gli interessi di Israele e degli Stati Uniti trasforma l’Antico Testamento in un manuale operativo. Mentre l’offensiva bellica colpisce Teheran, la retorica religiosa si intreccia con la dottrina militare. Prima puntata di una serie che analizza le radici teologiche alla base dell’operazione «Epic Fury» e il loro impatto sugli equilibri del potere globale.
IN BREVE
Fede e potere militare La preghiera di una ventina di pastori evangelici alla Casa Bianca segna una convergenza tra fede e potere militare. Trump riceve l’imposizione delle mani mentre l’offensiva contro Teheran prosegue.
Cristiani rinati Decine di milioni di «white born again» influenzano la politica Usa, vedendo nello Stato d’Israele il compimento delle profezie bibliche. Per il 74%, il supporto a Gerusalemme è una priorità spirituale.
Scritture come manuale La dottrina militare si fonde con la Bibbia: al Pentagono si citano i Salmi per giustificare i combattimenti. Le Scritture diventano così un manuale operativo strategico.
Crociata moderna Trump coinvolge direttamente autorità religiose per legittimare la guerra. I critici parlano di un conflitto trasformato in missione messianica senza precedenti.
Impatto globale L’asse tra evangelici e ala destra repubblicana trasforma la geopolitica in escatologia. Il destino di una superpotenza nucleare si intreccia con visioni millenaristiche del Medio Oriente.
Non un singolo cattolico in vista. Cristiani sionisti a tutto tondo». Con questo sferzante post su X, il 6 marzo il giornalista indipendente statunitense David J. Reilly ha commentato l’ormai celebre fotografia della preghiera nello Studio ovale. Il giorno prima, una ventina di pastori si erano riuniti alla Casa Bianca al cospetto di Donald Trump. Il presidente era seduto alla leggendaria scrivania con gli occhi chiusi, mentre i pastori lo circondavano in piedi. Dopo avergli imposto le mani sulle spalle, sulla schiena e sulle braccia, i leader religiosi hanno invocato Dio, chiedendogli di continuare «a dare al nostro presidente la forza di cui ha bisogno per guidare la nostra grande nazione». Oltre che «grazia e protezione alle nostre truppe e a tutti gli uomini e le donne che servono nelle nostre Forze armate».
Una scena che ha scatenato reazioni infuocate, con i critici che l’hanno paragonata a una benedizione politico-militare. La rivista progressista The Nation ha titolato «Un conflitto senza ragione è diventato una pericolosa guerra santa». E ha aggiunto: «In mancanza di una chiara motivazione per l’attacco all’Iran, i trumpisti parlano sempre più come crociati». In pieno conflitto militare, questa scena rappresenta un unicum assoluto.
Il solo precedente che si ricorda negli Stati Uniti è quello del presidente William McKinley, che nel 1898 giustificò l’occupazione delle Filippine parlando di un’illuminazione divina. Stando alla versione di McKinley, mentre si interrogava con angoscia sul destino delle ex colonie spagnole, decise di «inginocchiarsi e invocare Dio Onnipotente». Dopo di che ebbe un’intuizione: la missione degli Stati Uniti era quella di «educare i filippini, elevarli, civilizzarli e convertirli al Cristianesimo».
Se appare difficile immaginare Trump in ginocchio alla ricerca di un responso dal Cielo, resta comunque il fatto che il presidente McKinley aveva cercato un dialogo solitario con Dio. E, a differenza di Trump, non aveva coinvolto alcuna autorità religiosa per giustificare l’occupazione delle Filippine.
Ma chi sono questi uomini di fede che hanno invocato la grazia di Dio a sostegno di una guerra che sta portando morte e distruzione? Non sono cattolici, non sono ortodossi, non sono anglicani. E non appartengono neppure a quelle denominazioni protestanti mainline – luterani, metodisti o presbiteriani – che facevano tradizionalmente parte dell’establishment religioso americano.
Sono tutti evangelici: dal primo all’ultimo. Appartengono cioè a quel vasto e diversificato movimento all’interno del protestantesimo, incentrato sull’autorità biblica, la conversione personale e la missione evangelizzatrice. Di più. Molti di questi pastori sono associati a network che attribuiscono un particolare significato teologico al moderno Stato di Israele.
È una distinzione fondamentale: la visione evangelica del significato spirituale di Israele differisce in modo sostanziale dall’approccio adottato dalla chiesa cattolica, dalle chiese ortodosse e da gran parte delle storiche confessioni protestanti, i cui insegnamenti ufficiali si guardano bene dall’identificare gli sviluppi politici in Medio Oriente con il compimento delle profezie bibliche.
Un’ala prominente della leadership evangelica ha invece adottato una posizione fortemente pro-Israele, inquadrando il sostegno politico allo Stato ebraico all’interno di una narrazione religiosa derivata dalla propria interpretazione delle Scritture.
L’organizzatrice principale della preghiera nello Studio ovale è Paula White Cain. Consulente spirituale di Trump, è una tele-evangelista nota per il suo ministero associato al «Vangelo della prosperità». Secondo questa dottrina, la fede in Dio attirerebbe automaticamente ricchezza, benessere e guarigione da ogni malattia. Fin dal 2016, la predicatrice ha un ruolo chiave nei rapporti tra Trump e la base evangelica, il blocco di elettori a lui più fedeli.
Gli evangelici rappresentano un vasto movimento che coinvolge più denominazioni religiose all’interno del cristianesimo protestante. Nato storicamente dalla Riforma, è esploso in modo globale nel XX secolo. Il movimento è caratterizzato da due parole chiave: «born-again» (rinati) e «biblici». In sostanza, gli evangelici enfatizzano la conversione personale profonda, un’esperienza di «rinascita» in cui accettano Gesù come Salvatore, e usano la Bibbia come unica guida infallibile.
Nel mondo sono centinaia di milioni (oltre 600 milioni secondo la World Evangelical Alliance), concentrati nelle Americhe, in Africa e in Asia. Ma raggiungono la massima influenza negli Stati Uniti, dove secondo uno studio del think tank Pew circa il 23% della popolazione adulta si definisce evangelica. Stima che porta a contare circa 78 milioni di evangelici a stelle e strisce.
Fra di loro, il sottogruppo più politicamente influente è costituito dai cosiddetti white born-again. I «rinati bianchi» rappresentano fra il 13 e il 17% della popolazione adulta (intorno ai 45-60 milioni). Eppure hanno un impatto spropositato sulla vita pubblica, grazie all’alta affluenza alle urne, all’organizzazione sistematica e al forte radicamento nel Partito repubblicano (George W. Bush era un cristiano rinato). Noti per le loro posizioni conservatrici su temi come aborto e famiglia tradizionale, rappresentano un blocco elettorale cruciale per un candidato conservatore. Ed è a loro che Trump deve le sue due vittorie elettorali (nel 2020 aveva perso nonostante il loro sostegno). Nelle elezioni del 2024, hanno votato per lui all’80-85%, soprattutto in Stati in bilico come Pennsylvania, Georgia e Michigan.
Ma il motivo per cui questo gruppo religioso è fondamentale nel conflitto in corso – con le sue bombe su Teheran, i fondi ai coloni israeliani e la legittimazione divina alle operazioni militari – è un altro, più profondo e teologico. Fra gli evangelici statunitensi, una posizione molto radicata è il Cristianesimo sionista.
Come risulta da uno studio pubblicato nel settembre 2025, metà degli evangelici vede gli ebrei come «popolo eletto». E per il 74% il supporto spirituale a Israele è prioritario.
Tale posizione è particolarmente accentuata fra i «bianchi rinati». Fra l’80 e l’82% credono che «Dio ha dato la terra di Israele al popolo ebraico» (dato del Pew Research Center relativo al 2013, confermato anche nel 2025-2026).
È il paradosso del sionismo cristiano: i fedeli americani che coltivano questa visione sono oggi più numerosi degli stessi ebrei residenti negli Stati Uniti. E non è tutto. Fra il 64 e il 70% dei «bianchi rinati» ritiene che «Israele sta difendendo i propri interessi» e che «le sue azioni militari sono giustificate», contro il 32% della popolazione generale statunitense.
A rivelarlo è un’indagine realizzata nel settembre 2024. Un dato confermato da uno studio più recente, condotto nell’aprile 2025.
Ebbene, il 72% degli evangelici bianchi ha opinioni favorevoli verso Israele (incluso un 36% le cui opinioni sono «molto favorevoli»). Parecchi di loro vedono Israele come un adempimento di profezie bibliche, interpretando la creazione dello Stato nel 1948 come segno escatologico, e lo sostengono in modo incondizionato per accelerare il ritorno di Cristo.
Cinque giorni dopo la preghiera messianica con Trump, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha trasferito la mistica dello Studio Ovale nelle stanze del Pentagono, chiudendo un briefing con una citazione dal Salmo 144: «Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia». Gli stessi versetti che invoca il cecchino americano del film Salvate il soldato Ryan prima di aprire il fuoco contro i nazisti.
Ma per capire come si sia arrivati a questa inedita convergenza, dove il destino di una superpotenza nucleare si intreccia con antiche profezie bibliche, occorre lasciare l’ovattato Studio Ovale e spostarsi nel sanguinolento Medio Oriente. Più precisamente in Israele, dove il sogno di uno Stato ebraico non è nato tra le preghiere dei mistici, ma tra le pagine di un libro, la Bibbia, usato come titolo di proprietà.
È lì, nella metamorfosi del sionismo, che va cercata la chiave per scoprire cosa sta accadendo oggi a Washington.
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