Dal blog https://mariosommella.wordpress.com/page/3/
Mario Sommella
Non tutte le guerre nascono da un’ideologia. Alcune nascono da un bilancio in sofferenza, da un impero che teme di perdere quota, da una catena logistica che deve essere messa in sicurezza, da un mercato che ha bisogno di nuovi nemici per continuare a respirare. Il pregio dell’intervista di Emiliano Brancaccio sta proprio qui: nel riportare il discorso sulla guerra dal teatro delle ipocrisie morali al terreno duro dei rapporti di forza, degli interessi materiali, delle rendite strategiche. E in questo passaggio c’è una chiave che oggi diventa essenziale, perché mentre la propaganda occidentale continua a vendere l’ennesimo conflitto come una battaglia per la libertà, i fatti mostrano altro: mostrano una guerra che si allarga, una legalità internazionale violata, mercati energetici sotto shock, un’Europa ricattata e una democrazia liberale sempre più svuotata nei suoi stessi centri decisionali.
L’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, non è un episodio isolato. È il punto di condensazione di una crisi più ampia, in cui l’asse Washington-Tel Aviv prova a riorganizzare con la forza un Medio Oriente attraversato da nuove linee commerciali, nuovi equilibri energetici e nuove rivalità globali. Non siamo davanti a una deviazione improvvisa rispetto al trumpismo declamato come isolazionista. Siamo, al contrario, di fronte alla sua verità più profonda: un unilateralismo aggressivo che non rinuncia all’impero, ma tenta di amministrarne il declino col linguaggio della forza, della minaccia e della destabilizzazione preventiva. La Camera dei Rappresentanti statunitense ha perfino respinto una risoluzione volta a limitare l’azione militare del presidente contro l’Iran, segno che il riequilibrio tra Congresso e Casa Bianca, evocato dopo il Vietnam dalla War Powers Resolution, si sta ulteriormente assottigliando proprio nel momento in cui il rischio di escalation cresce. 
Brancaccio coglie un punto che molti commentatori continuano a eludere: l’idea che Stati Uniti e Israele bombardino per “liberare” il popolo iraniano non regge alla prova dei fatti. I due alleati intrattengono da decenni rapporti stretti con monarchie e regimi dell’area che non possono certo essere assunti a modelli di emancipazione civile, di pluralismo politico o di diritti sociali. Il lessico umanitario viene riesumato ogni volta che serve coprire una torsione di potenza, proprio come accadde in Iraq con il repertorio delle prove manipolate e delle minacce gonfiate ad arte. Anche oggi la cornice morale serve a rendere digeribile ciò che, nella sostanza, resta una proiezione armata di interessi geopolitici, economici e strategici. 
Il nodo energetico rimane centrale, ma sarebbe riduttivo fermarsi al petrolio in senso stretto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi decisivi del sistema energetico mondiale: Reuters segnala che da lì transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, e le perturbazioni degli ultimi giorni hanno già provocato tagli produttivi in Kuwait, rialzi dei prezzi del greggio e forti timori di shock prolungati sui mercati internazionali. Non è un dettaglio tecnico: chi controlla o destabilizza quello snodo dispone di una leva enorme sui costi dell’energia, sull’inflazione, sulle catene del trasporto e quindi sul conflitto distributivo interno alle economie europee e asiatiche. Quando Brancaccio insiste sulla materialità della guerra, parla anche di questo: del fatto che le bombe, prima ancora di distruggere città, ridisegnano flussi, premi di rischio, rendite e subordinazioni. 
Ma c’è un secondo livello, forse ancora più importante, ed è quello richiamato dall’analisi sul corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor. Questo progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, punta a costruire una nuova architettura di connettività tra India, Golfo, Israele ed Europa, ed è stato presentato apertamente come infrastruttura strategica alternativa ai corridoi della proiezione cinese. Non si tratta quindi soltanto di commercio, ma di una geografia del potere. In questa cornice, l’Iran rappresenta un fattore di disturbo strutturale: per la sua posizione, per le sue alleanze, per la sua capacità di rendere instabile l’area necessaria a quel disegno. Letta così, la guerra non appare come una reazione episodica a una minaccia immediata, ma come un tassello della competizione globale per il controllo delle rotte, delle interconnessioni e delle mediazioni regionali. Gli Accordi di Abramo e la centralità assegnata a Israele dentro l’assetto di sicurezza del corridoio acquistano qui un significato ulteriore: non semplice diplomazia regionale, ma costruzione politico-militare di uno spazio economico funzionale agli interessi occidentali. 
Se questo è il quadro, allora la formula di Brancaccio sulla “scommessa capitalista” è tutt’altro che una provocazione. È una definizione precisa. Il capitale, soprattutto nella sua fase finanziarizzata e imperiale, scommette continuamente: scommette sulla tenuta dei mercati, sulla docilità dei governi subordinati, sulla possibilità di scaricare altrove i costi della propria crisi. Anche la guerra diventa una scommessa. Si investe distruzione nella speranza di ottenere in cambio controllo politico, apertura commerciale, disciplinamento dei concorrenti, rendite energetiche e riconfigurazione delle aree di influenza. Ma ogni scommessa comporta rischio. E qui il rischio è enorme, perché la macchina statunitense opera oggi dentro vincoli che non aveva nelle stagioni precedenti. Il dato sulla posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti è eloquente: alla fine del terzo trimestre 2025 il saldo netto era negativo per 27,61 trilioni di dollari, secondo il Bureau of Economic Analysis. Questo non significa un collasso immediato, ma segnala una struttura egemonica sempre più dipendente dalla capacità di attrarre capitale, imporre dollaro, controllare mercati e usare la superiorità politico-militare per compensare fragilità sistemiche. 
Dentro questo scenario, la guerra non è una parentesi che interrompe l’economia: ne è una prosecuzione estrema. Il complesso militare-industriale non è più soltanto la fabbrica di armi novecentesca; è ormai intrecciato ai sistemi di intelligence, alle piattaforme digitali, alla finanza, ai corridoi logistici, alla sicurezza delle forniture, alle assicurazioni, ai futures energetici. È una filiera. E quando questa filiera incontra una fase di rallentamento, di rivalità strategica con la Cina e di fragilità del consenso interno, la tentazione di militarizzare il conflitto economico diventa quasi fisiologica. In questo senso, la lettura materialista non riduce la realtà: la restituisce nella sua concretezza. Mostra cioè che dietro il vocabolario dei valori universali agiscono soggetti molto meno nobili, assai più recognoscibili: classi dirigenti, interessi multinazionali, stati in competizione, apparati di sicurezza, élite finanziarie e blocchi imperiali. 
Gli effetti economici stanno già emergendo con nettezza. Reuters ha documentato che il greggio statunitense è balzato di 12 dollari al barile il 6 marzo, mentre il Brent ha superato i 90 dollari per la prima volta da aprile 2024; altri report parlano di una sospensione di fatto del traffico regolare nello Stretto di Hormuz e di riduzioni produttive preventive da parte dei paesi del Golfo. Quando il prezzo dell’energia sale per effetto della guerra, non pagano i signori dell’alta finanza, che anzi spesso trovano nuove occasioni speculative. Pagano i salariati, i pensionati, le piccole imprese, i sistemi produttivi europei già compressi da anni di inflazione importata e di stagnazione. La guerra moderna, insomma, non devasta solo i paesi bombardati: trasferisce il proprio costo sociale dentro le economie formalmente “in pace”, aggravando il conflitto di classe e comprimendo ulteriormente il margine democratico delle società occidentali. 
Qui si apre un altro capitolo decisivo: l’Europa. L’intervista di Brancaccio ha il merito di denunciare il tentativo americano di spezzare la già fragile unità europea sul terreno commerciale e politico. Le tensioni con la Spagna e le minacce rivolte a Madrid rientrano in una logica più ampia: dividere gli alleati, negoziare bilateralmente da una posizione di forza, ridurre l’Unione a sommatoria di vassalli ricattabili. Non è una novità, ma oggi il meccanismo appare più sfacciato. Da un lato Bruxelles assume pose muscolari quando si tratta di riarmo e fedeltà atlantica; dall’altro tace o balbetta quando dovrebbe difendere gli interessi materiali del continente e la tenuta del diritto internazionale. Anche per questo la guerra in Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda la natura stessa del progetto europeo, la sua autonomia mancata, la sua incapacità di sottrarsi alla funzione subordinata che le è stata assegnata dentro l’ordine atlantico. 
E tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto si riduca a cinismo economico e a meccanismi automatici. La guerra produce anche un salto politico-ideologico. La concentrazione delle decisioni, la compressione del dissenso, l’uso sistematico della paura, la sospensione di fatto dei corpi intermedi e dei controlli parlamentari sono parte del problema. L’erosione della democrazia liberale non avviene soltanto perché i governi fanno scelte sbagliate; avviene perché, nella fase della crisi imperiale, le classi dirigenti tendono a considerare troppo costosi i vecchi rituali del compromesso democratico. Così la guerra esterna si salda alla verticalizzazione interna del potere. Non è un caso che, mentre il conflitto si allarga, il dibattito pubblico venga saturato da narrazioni binarie, da emergenze permanenti, da moralismi selettivi che rendono sospetta ogni lettura strutturale. Chi prova a chiedere quali interessi economici siano in gioco viene subito accusato di riduzionismo, come se fosse più serio spiegare la geopolitica con la psicologia dei leader o con la metafisica delle civiltà. 
La verità è che l’Occidente continua a invocare i diritti solo quando non intralciano la gerarchia dei propri interessi. Se un regime è utile, i suoi crimini diventano marginali o negoziabili. Se un paese si colloca fuori dal perimetro di obbedienza, allora i diritti umani vengono riesumati come atto d’accusa assoluto. Non si tratta di assolvere la repressione iraniana, che esiste ed è documentata. Si tratta di rifiutare l’ipocrisia di chi usa la sofferenza reale dei popoli come lasciapassare per ridisegnare con la violenza gli assetti regionali. Il punto non è scegliere tra l’ayatollah e il bombardiere. Il punto è rifiutare la menzogna secondo cui i bombardieri sarebbero il veicolo dell’emancipazione. 
Per questo l’intervista di Brancaccio merita attenzione. Non perché offra una formula definitiva, ma perché rompe il recinto della narrazione dominante. Ricorda che la guerra va letta dentro le contraddizioni del capitalismo globale, del debito, dell’energia, delle rotte commerciali, delle nuove rivalità tra blocchi. E ricorda anche che, senza una ripresa forte del movimento pacifista su basi sociali e materiali, il rischio è quello di lasciare l’opinione pubblica in balia di due menzogne complementari: da un lato l’umanitarismo armato, dall’altro la rassegnazione fatalistica secondo cui le guerre sarebbero eventi inevitabili, quasi naturali. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è un ordine economico che entra in crisi e tenta di salvarsi militarizzando il mondo.
A questo crocevia, la vera scelta non è tra Occidente e Oriente, tra un impero “buono” e un impero “cattivo”, tra propaganda rivale e propaganda nemica. La scelta è tra un mondo governato dai corridoi del profitto e un mondo fondato sul diritto dei popoli, sulla cooperazione, sulla sovranità democratica, sulla pace come questione sociale e non come semplice appello morale. È qui che la guerra all’Iran svela il proprio significato più profondo. Non è soltanto un altro fronte. È l’immagine di un capitalismo che, non sapendo più promettere benessere, prova ancora una volta a imporre obbedienza attraverso la paura, la scarsità e il fuoco.
Fonti essenziali
Intervista a Emiliano Brancaccio ripresa da Rifondazione, 7 marzo 2026. 
Reuters, aggiornamenti sul conflitto e sull’escalation regionale dell’8 marzo 2026. 
Reuters, voto della Camera USA sulla war powers resolution, 5 marzo 2026. 
Bureau of Economic Analysis, posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti, terzo trimestre 2025. 
Reuters, impatto della guerra sui mercati energetici e sul prezzo del petrolio, 6-7 marzo 2026. 
Materiali sul corridoio IMEC e sul suo inquadramento strategico.