Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
Segui il denaro. Il denaro dei profitti, quello della speculazione finanziaria, quello del debito pubblico (statunitense e italiano) e del pagamento dei relativi interessi, quello dell’inflazione che sta per esplodere.
Alessandro Volpi ci indica con le sue “pillole” chi guadagna sulla morte di migliaia di iraniani, preparando al contempo la crisi che viene. Buona lettura da Alexik.
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.
Chi guadagna da questa guerra
Provo a tracciare un breve elenco dei beneficiari di questa guerra. Per farlo, è utile prendere in esame i titoli delle società che sono cresciute.
Allora, in tutte le borse sono cresciute le società energetiche: Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell, Eni e numerose altre hanno registrato aumenti dal 2 al 5%, così come sono cresciute anche le società che producono gas, a partire dalle americane Eqt Corporation e Expand Energy, con incrementi fino al 7%.
Sono cresciute, parimenti, le società che producono Etc e Etf, gli strumenti finanziari per operare scommesse sul gas.
Solo per citare la più grande, Wisdom Tree ha guadagnato quasi il 5%.
Sono cresciuti poi i valori dei titoli delle società che producono armi: Raytheon, Boeing, Lockheed Martin, Rheinmetall, etc.
Ma di chi sono tali società? naturalmente i principali azionisti sono BlackRock, Vanguard e State Street che veicolano verso tali società il risparmio mondiale, compreso quello europeo. Dunque la guerra giova molto alle Big Three che sono fondamentali per Trump perché assolvono ad almeno due funzioni vitali per gli Stati Uniti.
La prima è l’acquisto di titoli del debito Usa che faticano a trovare compratori.
In marzo ci saranno 8 aste di titoli Usa, per un valore ognuna compreso fra i 44 e i 70 miliardi di dollari: i decennali Usa pagano già più del 4%, se le Big Three non comprassero, gli Usa avrebbero un conto interessi ancora più stellare e forse arriverebbero ad un default parziale visto che, in queste condizioni, non possono monetizzare il debito in dollari.
La seconda funzione si lega proprio al dollaro. Se il dollaro tiene, dipende dal fatto che alcuni titoli finanziari, a cominciare da Nvidia e dagli altri delle big tech, stanno diventando un paradossale bene rifugio perché BlackRock, Vanguard e State Street vi iniettano così tanta liquidità da tenerli forzatamente in alto.
Il paradosso deriva dal fatto che le Big Three operano con i risparmi degli europei sia per comprare il debito sia per tenere in alto i titoli rifugio: il risparmio degli europei che saranno i più colpiti dagli effetti della guerra con una nuova ondata di inflazione importata attraverso l’energia e con enormi difficoltà a realizzare le loro produzioni, proprio per l’impennata dei costi, e le loro esportazioni per il caos della logistica. I padroni del mondo sono sempre più forti. Aggiungerei una nota finale.
Tra i beneficiari della guerra ci sono anche le società degli amici di Trump, a cominciare da Palantir di Peter Thiel che regista un più 7 per cento, e dello stesso Trump: Trump Media e Technology Group segna un bel più quattro per cento.
La corsa verso il fallimento
I titoli decennali del debito Usa pagano ormai quasi il 4,5%.
Se tale rendimento si consolidasse, il conto degli interessi annuo salirebbe alla cifra mostruosa di 1700 miliardi, rappresentando la voce più alta del bilancio federale, quasi due volte quella militare e ben più consistente di quelle per l’istruzione, la sanità e l’assistenza.
Bisogna ricordare poi che circa il 30% del debito statunitense scade entro 12-24 mesi. Ciò significa che quando il Tesoro USA deve emettere nuovi titoli per ripagare quelli vecchi che scadevano, emessi anni fa con tassi vicini allo 0% o all’1%, deve farlo ai tassi attuali, appunto, del 4,5%.
In quest’ottica, si profila l’ipotesi molto concreta di interessi sul debito pari al 10% del Pil Usa, una percentuale che definisce una sostanziale insostenibilità dei conti del più grande paese capitalista al mondo. Per Trump la guerra non è un’opzione.
Arriverà la vera recessione
L’Italia aveva strutturato fino al 2022 un sistema di approvvigionamento energetico che si basava sul gas russo (pari a circa il 40% del totale) e sul petrolio della stessa Russia (pari al 15% del totale), sul gas algerino e azero e sul petrolio dei paesi arabi.
Si trattava di un rifornimento che costava relativamente poco, arrivava in gran parte via terra e passava da Nord.
Oggi, il gas russo non arriva più e il blocco di Hormuz ha tolto anche i rifornimenti da quell’area: quindi il gas e il petrolio provengono per circa il 50% da Algeria e Azerbjan e per il resto arrivano, via mare, sotto forma di GLN, con un peso rilevantissimo degli Usa.
I prezzi sono altissimi sia per la speculazione finanziaria, alimentata da questa incertezza – solo il 50% del gas non dipende dalle rotte marine – sia perché l’Italia ha pochissimi fornitori e il trasferimento del gas dai gasdotti, divenuti 6, da Sud a Nord costa molto.
In estrema sintesi, è chiaro che senza il gas e il petrolio russo e senza il gas e il petrolio del Golfo, l’economia italiana non ha energia e dunque è praticamente morta.
Il suicidio è perfetto, dato che il nostro paese dipende dall’estero per il 70% della propria energia.
Due conseguenze della guerra all’Iran e del blocco di Hormuz
Da quello Stretto passa circa il 15% dei fertilizzanti mondiali che sono decisivi per la produzione agricola, la cui dipendenza dai fertilizzanti è pari al 40%.
Il blocco quindi toglie dal mercato una fetta rilevante dei fertilizzanti generando una tendenza al rialzo che è stata subito spinta dalla speculazione finanziaria a partire dalla Borsa di Chicago con prezzi saliti da dicembre del 64%.
Ma l’aspetto ancora più rilevante è costituito da chi sono gli esportatori di fertilizzanti che non passano per Hormuz e quindi sono avvantaggiati dall’aumento dei prezzi: circa il 22% proviene dalla Russia che dunque diventerà decisiva per le agricolture mondiali, mentre quote minori, circa il 10%) vengono da Canada e Stati Uniti.
In entrambi questi due ultimi casi le società che producono fertilizzanti (Nutrien, il più grande produttore mondiale, The Mosaic Company, leader nei fosfati e potassio,CF Industries, specializzata in azoto) hanno come principali azionisti BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity.
Le società russe (PhosAgro, Uralkali, EuroChem) sono invece nelle mani di oligarchi vicini a Putin. C’è poi un altro grande produttore di fertilizzanti individuabile nella Cina, dove la proprietà è pubblica e dove Xi Jinping ha deciso di limitare le esportazioni per approvvigionare l’agricoltura interna a costi bassi.
In estrema sintesi ad essere danneggiati pesantemente saranno produttori e consumatori europei, già afflitti dall’aumento della speculazione generata dall’aumento del prezzo del gas e del petrolio. La seconda conseguenza è visibile nella forte crescita della Borsa di Tel Aviv dove arrivano i capitali europei indirizzati sui titoli delle imprese che producono armi.
I “regali” del padrone
Le conseguenze della guerra all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti sono e saranno per l’Italia pesantissime. Provo a metterle in fila.
1) I rendimenti dei titoli di Stato decennali italiani hanno già superato il 4%, con una accelerazione certamente maggiore di quelli tedeschi, che stanno abbassandosi, con buona pace delle dichiarazioni trionfalistiche di Giorgia Meloni di qualche mese fa. E’ utile avere chiaro che un aumento di un punto dei tassi di interesse pagati sul debito italiano significa una maggior spesa già nel 2026 di circa 3 miliardi di euro, che crescerà nei prossimi anni, con l’inevitabile conseguenza della riduzione della spesa sanitaria e sociale.
2) Per effetto dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio, che l’Italia comprerà, rigorosamente, dal padrone Usa, l’inflazione potrebbe salire già questa estate al 4/5%, con la conseguenza di un aumento del prezzo del carrello della spesa per le famiglie italiane di 600-800 euro. Le bollette, invece, è probabile che aumentino del 30% già dal prossimo aggiornamento trimestrale. Naturalmente saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all’inflazione e il prezzo dell’elettricità diventerà assai oneroso per tutti i contratti a prezzo variabile.
3) i lavoratori e le lavoratrici, sempre a causa dell’inflazione importata con l’aumento dei prezzi dell’energia, subiranno un pesante effetto fiscal drag che potrebbe annullare l’indicizzazione del tutto anche in caso di eventuali rinnovi contrattuali.
4) L’aumento dei tassi di interesse determinerà anche un appesantimento dei mutui a tasso variabile e di quelli di nuova apertura. Anche solo facendo una stime prudenziale l’insieme di queste voci comporta una spesa maggiore per le famiglie italiane di 1300 euro.
5) Per le imprese, soprattutto per quelle più piccole, la guerra produrrà una lievitazione della bolletta energetica di circa il 25%, a cui si aggiunge l’aumento del costo delle materie prime per effetto sempre dell’aumento del costo delle energia e per le difficoltà nell’approvvigionamento, dati i numerosi blocchi militari e commerciali.
Particolare rilievo avranno poi l’allungamento dei tempi di consegna delle merci per la necessità di utilizzare le poche rotte libere e l’impennata del prezzo dei noli marittimi, che stanno già registrando un raddoppio del costo dei container, decisivo per l’economia del nostro paese. Le imprese, in particolare quelle più piccole, soffriranno poi della riduzione del credito e di un aumento dei tassi da pagare che arriveranno al 7/8% così come diventeranno molto onerose le assicurazioni. Mi fermo qui.
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Forse non tutti sanno che…
Ci sono due società i cui titoli hanno registrato in questi giorni un’impennata straordinaria. Si tratta di CNOOC e Petrochina, due società cinesi che sulla Borsa di Hong Kong dove sono quotate hanno registrato una crescita del 22 e del 15%. Una crescita più contenuta, perché regolata dal cap” imposto per legge, hanno avuto a Shenzen e Shangai, raggiungendo il massimo consentito del 10%. La proprietà di tali società è statale all’85% nel caso di CNOOC e al 65% in Petrochina. E’ interessante capire perché tali società, che hanno grandi capitalizzazioni, quasi 500 miliardi di dollari in due, stanno correndo.
In primo luogo i loro valori crescono quando cresce il prezzo del petrolio, ma soprattutto crescono perché stanno diventando un bene rifugio. Nel loro azionariato, oltre allo Stato cinese, sono entrati BlackRock, Vanguard e State Street e stanno comprando i loro titoli i fondi sovrani arabi e molti fondi del Sud est asiatico.
In particolare stanno avendo un gran successo gli strumenti finanziari derivati che hanno come sottostante i due titoli cinesi. Forse i calcoli di Trump sull’indebolimento cinese determinato dalla prova di forza militare presentano alcune lacune…




