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- 15 Marzo 2026 Giovanni Punzo
Di fronte a notizie di nuove guerre o all’espandersi di quelle in corso. Stupidità umana e spesso crimini veri e propri. Eppure, solo una su tre delle tante guerre cominciate nel XX secolo si è conclusa come sperava chi l’aveva incominciata. Prima e seconda mondiale, Vietnam e Afghanistan gli esempi classici. Ora l’attualità di Tump-Netanyahu filosofi dell’uso spregiudicato della forza.

Il serpente di Sarajevo
Il Novecento, il secolo della Prima guerra mondiale, cominciò a Sarajevo il 28 giugno 1914 e si concluse nella stessa città ottantuno anni dopo con la ‘pace di Dayton’. Un serpente si era insomma morso la coda facendo coincidere nello stesso luogo un inizio e una fine di nuovi assetti internazionali nell’arco di un secolo ridotto, poi raccontato dallo storico inglese Hobsbawm come il ‘secolo breve’ che iniziò infatti allora.
Profondamente ferita dall’uccisione dell’arciduca ereditario nella città bosniaca, l’Austria-Ungheria decise di farla finita con quel ‘covo di terroristi rappresentato dalla Serbia’ da loro dominata: ottenne quindi tutto l’appoggio dell’impero tedesco, anzi secondo alcuni storici ‘un assegno in bianco’, anche se in realtà la Germania aveva in mente principalmente di regolare i conti con la Francia, prevedendo un ingresso in guerra francese a favore dell’impero russo, protettore della Serbia. Secondo i tedeschi l’Inghilterra non sarebbe entrata in guerra e il colosso russo, temibile finché si vuole – ma considerato un plantigrado -, non si sarebbe mosso in tempo per aiutare la Francia.
Il piano tedesco – dettagliatissimo e frutto di almeno un decennio di studio accurato – prevedeva quindi di sconfiggere separatamente prima la Francia e poi la Russia. Ma nell’attacco alla Francia la Germania violò la neutralità del Belgio provocando l’intervento inglese, mentre la Russia si dimostrò meno sonnolenta del previsto mettendo sotto pressione i tedeschi in Prussia orientale. La Grande Guerra insomma mostrò fin da subito un pericoloso intreccio di casualità e sottovalutazioni, ma il peggio doveva ancora venire.
Quando i politici leggevano Tucidide
Per questi motivi si comprende bene come mai nei confronti delle cause scatenanti della Grande Guerra esista un interesse storico che periodicamente si ravviva in determinati anniversari degli eventi o situazioni politiche particolari nelle quali sembra di cogliere delle somiglianze.
Le fonti principali sulle analisi e sui processi decisionali sono naturalmente le memorie, i diari o le lettere dei protagonisti. In più di qualche caso però le memorie ufficiali prima della pubblicazione hanno subito qualche ‘aggiustamento’, quando non sono state scritte ‘dopo’ per affermare una propria versione contrapposta ad un’altra.
Theobald von Bethmann-Hollweg, cancelliere di Guglielmo II, paragonò nel suo diario l’intervento tedesco nella guerra come la spedizione in Sicilia voluta da Atene durante la guerra del Peloponneso per vincere la potenza spartana in Mediterraneo prima che in Grecia e la sconfitta di Atene derivò infatti dal fallimento della spedizione e dalle gravi perdite.
Non bisogna però nemmeno essere troppo severi con la cultura politica tedesca che seguiva ‘alla lettera’ i classici, perché è abbastanza noto un altro episodio che riguarda invece un politico inglese.
Nel V secolo a.C., Cimone figlio di Milziade, aveva iniziato la riscossa delle città greche contro l’impero persiano occupando una penisola all’ingresso dei Dardanelli: il Chersoneso Tracico, corrispondente all’attuale penisola di Gallipoli. Pare che dall’episodio il giovane Churchill abbia tratto ispirazione per quella disgraziatissima operazione che inchiodò per mesi inglesi, australiani e neozelandesi davanti alle trincee turche, senza il minimo successo tattico.
Due azzardi tedeschi e l’inizio della fine
Dal settembre 1939 al giugno 1941 la Wehrmacht non aveva subito nessuna sconfitta sul campo, o meglio sembrava in una fase espansiva irresistibile ovunque. Ritenendo ormai sotto controllo l’Inghilterra, se non quasi vicina alla disfatta, restava ancora da sconfiggere la potente Unione Sovietica, soprattutto per impossessarsi delle enormi risorse di quel paese e trasformare tutta l’Europa orientale in un protettorato nazista fino agli Urali.
La situazione poteva dirsi apparentemente tranquilla, né i sovietici sospettavano un imminente attacco tedesco. Anzi, nonostante fossero poco prima giunti allarmanti rapporti dal Giappone redatti da una delle più grandi spie della storia, Stalin li aveva bollati come ‘provocazioni’ fatte ad arte per far scoppiare la guerra con gli alleati, dei quali si fidava molto meno che dei nazisti.
Eppure la mattina del 22 giugno 1941 più di duecento divisioni tedesche, rafforzate da migliaia di mezzi corazzati e aerei, avanzarono risolutamente verso est lungo una linea che si stendeva dal Mar Polare Artico al Baltico, arrivando a lambire le coste del Mar Nero. La sorpresa riuscì e nei primi giorni si può dire che l’alto comando sovietico rimase letteralmente paralizzato, a parte poche sporadiche iniziative di reazione.
Nelle memorie di molti personaggi – tutte pubblicate tutte dopo la morte di Stalin – viene ricordato da molti lo stato di abulia nel quale era piombato il dittatore e, come seduto al tavolo di lavoro al Cremlino, guardasse nel vuoto senza ascoltare i testi dei drammatici messaggi. Poi, all’improvviso, disse poche parole: «Fucilate sul generale e anche quell’altro» al che Kruscev comunicò subito che probabilmente Stalin si stava riprendendo. L’azzardo finale commesso dai tedeschi fu tuttavia la prosecuzione dell’offensiva verso il Caucaso e la conseguente disastrosa battaglia di Stalingrado.
In ogni caso Tucidide o Plutarco sono sempre meglio dei videogiochi
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