Peter Thiel, l’Antichrist Superstar di cui faremmo a meno

Dal blog https://www.lafionda.org

17 Mar , 2026|Alessio Mannino

Ma Peter Thiel ci è o ci fa? Entrambe le cose. I cicli di lezioni sull’Anticristo che si compiace di tenere per diffondere il suo verbo hanno fatto tappa anche in Italia, riproponendo l’interrogativo se prendere o no sul serio le dissertazioni di questo magnate dell’industria americana, non fra i più ricchi (26 miliardi di dollari di patrimonio stimato, Musk è arrivato a 839) ma certamente il più intellettualmente dotato.

Fin da studente universitario a Standford, mentre si impegnava ad accumulare montagne di quattrini fondando e poi vendendo, assieme all’allora socio Musk, il colosso dei pagamenti digitali PayPal, i suoi interessi sono sempre andati di preferenza alla filosofia. Ha scritto vari libri (dal giovanile The Diversity Mith a The Straussian Moment, fino al più famoso, intitolato Zero to One) e, pur mantenendo un profilo basso, ha sempre inteso il far quattrini come strumento di una visione addirittura escatologica.

Riguardante, cioè, il destino del pianeta. O meglio, così vorrebbe far credere lui. Già il nome prescelto per la multinazionale di data analysis che ha fondato, e con cui sta facendo affari d’oro grazie a Trump, è la spia di una marcata sensibilità nell’unire senso del business e vagheggiamenti da sociopatico ricco sfondato: Palantir, infatti, è la palla di cristallo in cui, nel Signore degli Anelli di Tolkien, si vede il futuro, e simboleggia un sogno di dominio assoluto che rimanda a fantasie di onnipotenza da adolescente mal cresciuto. Ma, attenzione, non per questo meno pericoloso, data la posizione raggiunta ai vertici dell’apparato militar-finanziario degli Usa, impero in crisi ma pur sempre impero. 

Prima di sbarcare a Roma, ovviamente scelta in quanto sede di quella potente macchina da consenso che è il cattolicesimo universalista (il suo pupillo, il vicepresidente Vance, è cattolico), Thiel aveva svolto la sua serie di conferenze, fra settembre e ottobre 2025, a San Francisco in California. Segretissime e a telefonini rigorosamente spenti, così da conferire all’evento un’aura arcana. Come si confà al potere reale, che non ha bisogno di pubblicità fra le masse nonostante l’alone di mistero possa risultare un po’ comico, se confrontato con lo stile caciarone e volutamente casinista di The Donald, che è tutto fuorché un pupazzo nelle mani di tecnocrati alla Thiel o alla Musk.

Mentre qui da noi a ospitarlo è un’associazione di cattolici conservatori, la Vincenzo Gioberti, sulla west coast americana il patrocinio era di Acts 17 Collective, no-profit il cui acronimo sta per “Acknowledging Christ in Technology and Society”, ovvero “Riconoscere Cristo nella tecnologia e nella società”.

In parole povere, si tratta di quel mondo d’impresa che fa sfoggio di fede cristiana, solitamente declinata negli States nella variante delle sette evangeliche, segnatamente quelle nazionaliste e filo-sioniste, per le quali imperialismo a stelle e strisce e messianismo in lotta col demonio sono realtà interscambiabili.

Dopodiché, se si va a spulciare fra i fondatori di Acts 17 figura la moglie di Trae Stevens, compare di Thiel nel fondo speculativo Founders Fund e in Anduril, altra azienda dal nome tolkeniano tra i cui progetti c’è lo sviluppo di apparecchi bellici senza pilota (sui quali Stevens, povera anima, si era fatto venire qualche etica “ostilità”, ha raccontato la devota coniuge). Del resto, per i protestanti di derivazione puritana, il profitto e il successo economico sono segni di elezione divina. Anche quando, in nome di una patria a cui si attribuisce il compito di redimere l’umanità, i soldi fluiscono copiosi dalla produzione di armi.

Thiel però non è un evangelizzatore qualsiasi, uno fra i tanti che confondono il simbolo del dollaro con la croce di Cristo. Ha velleità di teorico politico.

L’impianto ideologico che negli anni ha elaborato mescola debiti con autori accademici (René Girard, Leo Strauss) con filoni underground all’insegna di “illuminismo oscuro” (Nick Land, Curtis Yarvin), producendo come risultato una ri-legittimazione del capitalismo su basi paternalistiche e autoritarie con venature distopiche. Per sommi capi: la democrazia andatasi affermando in Occidente è disfunzionale rispetto allo sviluppo della libertà del capitale (e fin qui siamo sul terreno della critica liberista classica, si pensi al rapporto Crisis of Democracy commissionato dalla Trilaterale nel 1975); il suffragio universale è un problema in sé, perché dà diritto di interferenza al popolo, disgraziatamente non tutto obbediente ed ossequioso alla cosiddetta élite (e qua ci si aggancia alla prospettiva, più estremista, di privatizzare il pubblico, come nell’anarco-conservatore Hoppe); non solo “libertà e democrazia sono incompatibili”, ma anche “capitalismo e concorrenza”, perché l’innovazione, motore dell’economia, è favorita dagli ampi margini di guadagno garantiti dalla rendita monopolistica, contrariamente a quelli ristretti e ridotti dalla competizione (idea, questa, che si adatta alla perfezione per fare da pezza giustificatoria ai tecno-feudatari come lui che già lavorano in regime, se non di monopolio, di oligopolio: vedi sostituzione nei servizi al Pentagono di Anthropic, considerata da Trump anti-patriottica, con OpenaAI di Sam Altman).

E l’Anticristo, che c’entra?

C’entra, perché l’Anticristo, per Thiel, è l’inganno che attenta alla libertà, nascondendosi dietro l’apparenza di buoni propositi umanitari, ambientalisti, transnazionalisti e liberal-democratici. È il Male (anti-capitalismo) travestito da Bene (diritti, uguaglianza, pace, ecc). Non è più Marx: è Greta Thunberg.

Se si fermasse a questo livello, però, Thiel rimarrebbe nell’ambito dello scontato odio della destra americana per il calderone di sinistra liberal, woke e socialistoide. Invece il miliardario, che si arricchisce creando e vendendo algoritmi predittivi sulla base della raccolta di dati, va più in là, ragionando sul ruolo della Tecnica nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Avendo invaso qualsiasi campo – dagli armamenti alle fabbriche, dalla domotica alla stessa biologia umana – quest’ultima pone un rischio esistenziale per l’uomo. Il terrore che suscita può indurre a desiderare più Stato, e la potenza che proietta sulla Rete globale può portare a un moloch mondiale, un Grande Fratello orwelliano (dietro cui si intuisce la fisionomia della Cina rivale strategica degli Stati Uniti, sebbene a fornire un ideale esempio da laboratorio sia, in questo senso, una città-Stato ammirata dai liberisti di ogni latitudine: Singapore).

Contro questa minaccia apocalittica, Thiel estrae dalla manica il concetto di katechon, di cui parla san Paolo per indicare la forza che frena e dilaziona il regno delle tenebre. Bisogna catechizzare i gruppi dirigenti, come cerca di fare lui concionando davanti a pubblici selezionati (o come, sul piano formativo e promozionale, fa il ceo di Palantir, Alex Karp, altro nerd che se la crede tantissimo, che ha messo in piedi a New York una scuola per giovani che vogliano studiare come contrastare l’egemonia della sinistra). Perché lo scontro, secondo Thiel, non è fra popolo ed élite: è tutto interno all’élite – e, bisogna dire, in questo specifico  punto non ha tutti i torti, anzi.

Dov’è che tutta questa elucubrazione si sgonfia?

Nella palese, sfacciata, ridicola contraddizione di uno che predica l’anti-totalitarismo essendo tra i maggiori beneficiari del medesimo totalitarismo, visto e considerato che fattura dollari a palate con la tecnologia letteralmente più disumanizzante che la Storia abbia conosciuto, quell’IA generativa che sta già espellendo l’essere umano per sostituirlo con le macchine.

L’Anticristo, se proprio vogliamo usare il linguaggio biblico, è lui, e chi come lui scioglie inni a una “libertà” che, grattata la superficie retorica, è la solita, vecchia, stravecchia, infame libertà dei più ricchi di arricchirsi a dismisura, dei capitalisti da sempre ansiosi di eternizzare il surplus in rendita, dei lobbisti di sé stessi a caccia di relazioni privilegiate.

Con la differenza, nel caso dell’Antichrist Superstar, che la pozione lisergica non ha più l’etichetta del “mercato” e in sovrimpressione la dicitura “valori tradizionali”, come per il neo-liberista reaganiano o thatcheriano, ma è imbevuta di un aperto darwinismo sociale (i più forti, nella giungla economica, hanno diritto a dominare) e di esalazioni apocalittiche, millenariste, manichee il cui aspetto veramente inquietante è che il primo a crederci, a occhio, è proprio lui, Thiel. Che è lo stesso Thiel che si è comprato un pezzo di Nuova Zelanda per costruirci un rifugio, a metà fra l’eden e il bunker, con tutto ciò che potrebbe servire a sopravvivere nell’eventualità di una catastrofe climatica o atomica. Un personaggio oggettivamente grottesco. Pertanto da non sovrastimare né sottovalutare, ma da prendere per quel che è: un appartenente a quella genìa di lucidi mitomani che ogni tanto saltano fuori auto-investendosi della missione di salvare il mondo. Mentre, di regola, è il mondo che deve salvarsi da loro.

Di: Alessio Mannino

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