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- 17 Marzo 2026 Piero Orteca
Chiudere alla preghiera, durante il sacro mese del Ramadan, la moschea di Al-Aqsa, a Gerusalemme, è solo una provocazione studiata. Messa in atto dai fanatici estremisti messianico-nazionalisti che condizionano e ricattano Netanyahu. Il quale, per aggrapparsi al potere, esegue. Oltre alla terra, vuole forse togliere anche l’anima ai palestinesi?

“C’è la guerra: si chiude tutto”
L’ultima notte del Ramadan, nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme, per i palestinesi sarà contrassegnata da un gelido silenzio, accompagnato da cupi pensieri di rivalsa. Gli israeliani, infatti, hanno chiuso l’accesso al terzo luogo più sacro dell’Islam, dopo avere massicciamente attaccato l’Iran, assieme agli Stati Uniti. La decisione è stata presa dalle autorità di polizia, che hanno così eseguito le direttive emanate dal Ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir. Il noto esponente di estrema destra e segretario di Otzma Yehudit (Potere Ebraico), viene considerato da tutti gli analisti la vera anima nera del governo Netanyahu. Un provocatore, che mira a scompaginare i fragili equilibri raggiunti intorno alla gestione dei luoghi sacri di Gerusalemme. Vista in quest’ottica, la mossa di impedire gli assembramenti “per la salvaguardia dei civili” (da possibili bombardamenti missilistici iraniani) sembra quantomeno sospetta. Anche perché, in questo caso, le ipotetiche vittime di altrettanto molto presunti bombardamenti sulla Spianata delle Moschee, sarebbero palestinesi. Cioè, le stesse vittime (a decine di migliaia) fatte dagli israeliani a Gaza, mentre il ministro Ben-Gvir forse brindava. E poi, attenzione alla tempistica. Contrariamente a quanto un po’ confusamente si legge, la decisione di chiudere Al-Aqsa è stata presa subito dopo l’attacco israelo-americano, cioè il primo marzo. I missili iraniani su Gerusalemme sono caduti (o se li sono inventati) dopo. È vero che sono stati chiusi temporaneamente anche l’accesso al Muro del Pianto ebraico e quello alla chiesa del Santo Sepolcro cristiano. Ma in questi casi, ovviamente, gli effetti collaterali, politico e sociale, sono decisamente diversi.
Da qui partono le rivolte
Esiste un accordo preciso, sulla gestione di tutta l’area “sacra” di Gerusalemme Est di cui stiamo parlando e che, prima della Guerra dei Sei giorni (1967), apparteneva alla Giordania. È noto come “Status quo” e prevede che il governo di Amman mantenga la responsabilità amministrativa del complesso (Monte del Tempio o Spianata delle Moschee, a seconda dei punti di vista). Per i fedeli arabi, il Nobile Santuario è composto dalla Moschea di Al-Aqsa e dalla Cupola della Roccia dorata, che la tradizione musulmana considera il luogo in cui il profeta Maometto ascese al cielo. Israele si è riservato l’autorità generale in materia di sicurezza e, in base allo “Status quo”, consente ufficialmente ai non musulmani di visitare il sito per diverse ore ogni mattina, a condizione che non vi preghino. “Sebbene nessuna legge israeliana vieti esplicitamente la preghiera ebraica in quel luogo – ha scritto il New York Times – i visitatori ebrei che hanno tentato di pregare lì sono stati storicamente allontanati o rimproverati dalla polizia. Quando questo equilibrio di potere è sembrato vacillare, ciò ha spesso portato alla violenza. Quando Ariel Sharon, ex Primo ministro israeliano, visitò il Monte nel 2000, circondato da centinaia di agenti di polizia, la provocazione portò alla seconda intifada palestinese. Inoltre – prosegue il Times – quando Israele installò brevemente dei metal detector alle porte del Monte nel 2017, ciò provocò disordini che causarono diversi morti e che per un breve periodo minacciarono di scatenare un’altra grande rivolta. Quando la polizia israeliana ha fatto irruzione nel complesso diverse volte la scorsa primavera – conclude il giornale – ciò ha contribuito ad acuire le tensioni, che hanno portato a una guerra di 11 giorni con Hamas, il gruppo islamista militante nella Striscia di Gaza, nonché a giorni di disordini all’interno di Israele”.
Il gioco rischioso di Ben-Gvir
La decisione di chiudere la Moschea di Al-Aqsa durante il Ramadan è fin troppo provocatoria: un vero schiaffo in faccia, non sono ai palestinesi, ma anche alla Giordania. Certo, nessuno è così ingenuo da credere alle motivazioni (di facciata) del governo israeliano. Basta ripercorrere la storia di tutti gli ultimi tentativi, fatti dagli “intransigenti” dello Stato ebraico, per capire che vogliono cambiare drasticamente lo “Status quo”. E riappropriarsi in qualche modo del Monte del Tempio. Dunque, in base all’accordo solo i musulmani possono pregare nel luogo sacro. Agli ebrei e ai non musulmani è consentito visitarlo, ma non celebrarvi riti religiosi. “Il Primo ministro Benjamin Netanyahu e la polizia israeliana incaricati di far rispettare lo Status quo – dice il NyT – lo sostengono solo a parole. Ma la realtà è diversa. Da tempo, gruppi di attivisti ebrei chiedono maggiore accesso e pari diritti di culto sul Monte del Tempio. Le autorità israeliane hanno risposto consentendo a un numero crescente di fedeli ebrei di salire sul complesso in gruppo, scortati dalla polizia. Pregano apertamente, soprattutto in un’area a est dei santuari musulmani, sfidando lo Status quo. Hanno il pieno appoggio del Ministro della Sicurezza nazionale israeliano ultranazionalista, Itamar Ben-Gvir”.
I timori dei palestinesi
delicato – ha affermato Ehud Olmert, ex Primo ministro israeliano alcuni anni fa – e i luoghi delicati come questo, che presentano un enorme potenziale esplosivo, devono essere trattati con cura”. Era l’epoca in cui il rabbino Glick, ex parlamentare di destra nato negli Stati Uniti, si batteva per cambiare lo Status quo. “Se i musulmani possono pregare sul Monte del Tempio – diceva – perché non gli ebrei?” Giusto. Sarebbe una domanda normale, per una situazione normale. Ma a Gerusalemme Est (come in tutta la regione) sappiamo tutti che non è così. E per un popolo senza patria, subire anche imposizioni che ledono l’ultima frontiera della libertà, quella religiosa, è intollerabile. A maggior ragione quando comincia a temere che le limitazioni “da tempo di guerra” siano solo il primo gradino di un’escalation programmata. Che nel tempo, nella mente di qualche estremista, dovrà portare gli israeliani persino all’occupazione spirituale di uno dei luoghi più sacri dell’Islam. “Domenica riporta l’israeliano Haaretz – la Lega Araba ha definito il provvedimento ‘una provocazione senza precedenti e una grave violazione della libertà di culto e di accesso ai luoghi sacri’. Ha inoltre affermato che la decisione di Israele ‘rischia di inasprire le tensioni e rappresenta una seria minaccia alla pace e alla sicurezza sia regionale che internazionale’
Ha detto un giovane palestinese: “Per molti, Al-Aqsa rappresenta la speranza, oltre ad essere un simbolo religioso e nazionale. E se non ci fanno pregare nella sacra Moschea, ci inginocchieremo nelle strade.