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Matteo Cimbal Gullifa – Thiago Ávila 18 Marzo 2026
Una rete internazionale di movimenti sociali sta muovendo verso Cuba: è il Nuestra América Convoy, arrivo previsto all’Avana il 21 marzo prossimo
Cuba vive una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. All’inizio del 2026, l’isola è attraversata da blackout che durano fino a venti ore al giorno, carenza di carburante e difficoltà sempre più diffuse nell’accesso a cibo e medicine. Il sistema energetico è al collasso perché il petrolio non arriva. Le forniture dal Venezuela si sono ridotte drasticamente e gli Stati uniti stanno colpendo attivamente ogni tentativo di approvvigionamento, sanzionando compagnie, banche e paesi terzi coinvolti nel commercio con l’isola.
Non si tratta di una crisi naturale o di un semplice fallimento interno. È il risultato di una pressione politica continua. Da oltre sessant’anni, dall’inizio della Rivoluzione, Washington mantiene un embargo economico contro Cuba e negli ultimi anni lo ha irrigidito, limitando l’accesso al credito, bloccando transazioni finanziarie e rendendo sempre più difficile importare energia, tecnologie e beni essenziali. Oggi il controllo del petrolio è diventato uno degli strumenti principali di questa pressione.
Questa strategia non è nuova. Fin dagli anni Sessanta, gli Stati uniti hanno cercato di rovesciare il governo cubano attraverso invasioni, operazioni clandestine e sabotaggi. Dallo sbarco fallito della Baia dei Porci nel 1961, alle operazioni segrete come Mongoose, che prevedevano centinaia di azioni di sabotaggio e destabilizzazione, fino ai numerosi tentativi di assassinio contro la leadership cubana. Nel tempo queste pratiche si sono trasformate, ma la logica è rimasta la stessa: produrre pressione economica, isolamento e crisi interna per forzare un cambiamento politico (politiche tanto lontane quanto attuali in tutto il Sud e Centro America).
Negli ultimi giorni la crisi ha prodotto nuove proteste in diverse città cubane, tra cacerolazos notturni e manifestazioni durante blackout che in molte zone durano fino a venti ore al giorno. Si protesta per la mancanza di carburante, per gli ospedali in difficoltà e per una vita quotidiana sempre più precaria. Ma queste mobilitazioni non possono essere lette come un semplice riflesso interno. Cuba è sottoposta a un regime di sanzioni che, soprattutto dopo il suo inserimento nella lista statunitense degli «Stati sponsor del terrorismo» nel 2021, rende di fatto impossibile a banche, imprese e paesi terzi commerciare con l’isola senza rischiare ritorsioni.
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Cuba nel mirino
È in questo scenario che una rete internazionale di movimenti sociali sta organizzando una missione di solidarietà conosciuta come Nuestra América Convoy, con arrivo previsto all’Avana il 21 marzo 2026. L’iniziativa mobilita aiuti via terra, aria e mare da Colombia, Messico, Argentina e diversi paesi europei. Nasce dalla convinzione che di fronte a politiche di punizione collettiva esista una responsabilità civile internazionale concreta. Dopo le esperienze delle flottiglie verso Gaza, una parte dei movimenti ha scelto di intervenire direttamente per rompere l’isolamento imposto a Cuba e rendere visibile una pressione che dura da oltre sessant’anni. Il punto è agire sulle rotte, sulle sanzioni e sui meccanismi che impediscono la circolazione di beni e persone.
Nello stesso momento, anche il movimento delle flottiglie per Gaza sta attraversando una fase di ricomposizione e coordinamento più stretto tra reti e organizzazioni diverse, annunciando un’alleanza totale per la prossima missione in primavera. Un processo non facile, che ha richiesto tempo e molto lavoro di cura, ma che segnala la volontà di costruire iniziative comuni mettendo in secondo piano la frammentazione tra sigle e percorsi.
Tra le figure coinvolte nella missione c’è l’attivista brasiliano Thiago Ávila, già impegnato nelle iniziative internazionali via mare verso la Palestina. Nel suo ragionamento, Cuba e Gaza non sono casi isolati ma situazioni che mostrano come l’isolamento economico e il controllo delle risorse vengano usati per colpire direttamente la popolazione civile. Da qui la scelta di organizzarsi oltre i confini e tornare al mare, non come gesto simbolico ma come spazio da attraversare e contendere, provando a rompere anche temporaneamente i meccanismi che tengono interi territori sotto pressione.
Negli ultimi giorni a Cuba si sono moltiplicate proteste legate ai blackout e alla crisi energetica. Quanto di questa crisi è legato all’embargo e alla lunga storia dell’assedio economico contro l’isola?
La situazione è molto difficile. Molte persone vivono con interruzioni di elettricità che possono durare anche venti ore al giorno. Questo significa che diventa difficile cucinare, conservare il cibo, lavorare, studiare, addirittura spostarsi. Il sistema energetico cubano si basa sull’importazione di carburante, come accade in gran parte dei paesi del mondo. La differenza è che, mentre altri paesi continuano ad approvvigionarsi senza ostacoli, Cuba si trova di fronte a restrizioni che rendono l’arrivo del petrolio sempre più incerto. Quando il petrolio non arriva, il paese si ferma.
Questa crisi ha una dimensione politica precisa. Cuba vive sotto un regime di sanzioni che dura da più di sessant’anni. Il blocco limita la capacità del paese di comprare carburante, macchinari e medicine, colpendo direttamente la vita quotidiana. Alla fine il peso ricade sempre sulla popolazione.
Ogni anno l’Onu vota quasi all’unanimità contro il blocco. Eppure le sanzioni continuano. Cosa ci dice questo sul funzionamento reale dell’ordine internazionale?
Ci dice che il sistema internazionale non è basato sulla democrazia tra Stati ma sul potere. Se guardiamo alle votazioni all’Onu vediamo che quasi tutti i paesi chiedono la fine delle sanzioni contro Cuba. Ma queste risoluzioni non sono vincolanti e gli Stati uniti continuano a mantenere attivo l’embargo.
Questo dimostra che il diritto internazionale spesso non è sufficiente quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze. Per questo sono i movimenti sociali a cercare nuove forme di pressione e di solidarietà. Per questo abbiamo organizzato dopo i movimenti via mare per la Palestina, una flottiglia via mare per Cuba.
Negli ultimi anni Washington ha rafforzato ulteriormente le misure contro Cuba, anche inserendo il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Che effetti concreti ha questa decisione?
L’inserimento nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo produce un effetto a catena che va ben oltre la misura formale. Non riguarda solo i rapporti diretti con gli Stati uniti, ma l’intero sistema finanziario internazionale. Le banche evitano operazioni, le compagnie di navigazione e assicurazione si ritirano, i fornitori interrompono i contratti per non esporsi a sanzioni secondarie. Anche quando esistono canali legali, diventano impraticabili. Il risultato è che ogni transazione si complica, si rallenta o salta del tutto, con un impatto diretto sull’accesso a medicinali, tecnologie e carburante. In questo modo l’isolamento non passa solo da un divieto esplicito, ma da una rete di restrizioni che rende sempre più difficile mantenere relazioni economiche normali.
Dopo le missioni civili verso Gaza il mare è tornato a essere uno spazio politico per i movimenti. Cosa rende una flottiglia uno strumento così potente?
Le flottiglie hanno una dimensione molto concreta e allo stesso tempo simbolica. Portano aiuti reali ma portano anche un messaggio politico. Quando una nave civile attraversa il mare per raggiungere un territorio assediato, sta dicendo che quel blocco non è accettabile.
Il mare diventa uno spazio di azione politica. Non appartiene a un governo o a un esercito, appartiene all’umanità. Attraversarlo con una missione civile significa affermare che nessun popolo dovrebbe essere isolato o punito collettivamente.
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La mescolanza verso Gaza
Gaza e Cuba sono contesti molto diversi. Tuttavia in entrambi i casi vediamo forme di assedio economico e politico. Quali connessioni vedi tra queste due realtà?
La situazione è molto diversa. Gaza è sotto assedio militare diretto, con un controllo capillare dello spazio terrestre, marittimo e aereo. Cuba è uno Stato sovrano, ma sottoposto da decenni a un regime di sanzioni che ne limita l’accesso a mercati, risorse e infrastrutture. Le forme sono diverse, ma in entrambi i casi si agisce sulle condizioni materiali della vita: energia, cibo, cure mediche, possibilità di movimento. È su questo terreno che si esercita la pressione.
Le missioni di solidarietà nascono dentro questo quadro. Non risolvono da sole queste situazioni, ma intervengono su un punto preciso: l’isolamento. Portare aiuti significa anche riaprire canali che sono stati chiusi, rendere visibile ciò che viene normalizzato e costruire legami tra contesti che spesso vengono trattati come separati. Per questo, più che il risultato immediato, conta il gesto politico: attraversare questi spazi e affermare che queste condizioni non sono inevitabili né accettate.
Molti movimenti parlano oggi della necessità di convergere e unire le lotte. È questo il momento di costruire una risposta internazionale contro le politiche coloniali che stanno alla base dell’economia globale?
Sì, penso che questo sia esattamente il compito del presente. Per troppo tempo abbiamo guardato a queste lotte come a crisi separate, come se Gaza riguardasse solo la Palestina, Cuba solo i Caraibi, e altre forme di devastazione solo i loro territori immediati. Ma non è così. Le politiche coloniali che colpiscono questi popoli non sono eccezioni, sono una parte strutturale dell’economia globale in cui viviamo.
Per questo è il momento di convergere, di unire le forze, di costruire una solidarietà capace di diventare forza materiale. Per Gaza, per Cuba e per ogni parte del pianeta colpita da assedio, saccheggio e isolamento, questo movimento via terra e via mare vuole essere un’infrastruttura internazionalista concreta. Vuole portare aiuti, certo, ma anche legami politici, visibilità, organizzazione e una pratica comune di resistenza. Vuole dire che nessun popolo deve essere lasciato solo e che la risposta alle politiche coloniali deve essere globale.
In molte parti del mondo il mare è tornato a essere uno spazio di conflitto politico. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata contro i migranti e un luogo di guerra intorno a Gaza. Allo stesso tempo i movimenti cercano di riaprire il mare come spazio di solidarietà attraverso le flottiglie civili. Che tipo di politica del mare sta emergendo oggi?
Il mare è sempre stato uno spazio politico. Le rotte marittime hanno costruito l’economia globale, ma anche il colonialismo, il commercio forzato e le guerre. Oggi vediamo qualcosa di simile. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata dove migliaia di persone muoiono cercando di attraversarlo. Intorno a Gaza il mare è parte dell’assedio.
Ma allo stesso tempo il mare può diventare uno spazio di connessione. Quando i movimenti organizzano una flottiglia stanno dicendo che il mare non appartiene solo alle flotte militari o alle rotte commerciali. Può essere uno spazio di solidarietà tra popoli.
Le missioni civili cercano di riaprire questo spazio. Attraversare il mare con aiuti e con persone che arrivano da paesi diversi significa creare un legame concreto tra lotte che spesso restano isolate.
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In mare rinasce il diritto internazionale
Tatiana Montella – Enrica Rigo
Il convoglio verso Cuba mobilita persone e risorse da diversi paesi. Che tipo di aiuti state portando, da dove partono e come si organizza concretamente una missione di questo tipo?
La missione si sta costruendo su più livelli. Ci saranno delegazioni che arrivano in aereo da diversi paesi, tra cui Stati uniti, Messico, Argentina ed Europa, e parallelamente si stanno organizzando partenze via mare da diversi porti della regione caraibica. L’obiettivo è far arrivare a Cuba il maggior numero possibile di aiuti, soprattutto medicinali, attrezzature mediche e beni essenziali che oggi sono difficili da reperire sull’isola.
Stiamo parlando di centinaia di persone coinvolte e di una rete ampia di organizzazioni, sindacati e movimenti che contribuiscono alla raccolta e al trasporto dei materiali. La parte più complessa non è solo logistica, ma politica: molte compagnie rifiutano di collaborare per il timore di sanzioni statunitensi, quindi ogni passaggio richiede negoziazioni e soluzioni alternative.
Questo rende evidente il punto di fondo. Anche quando esistono le risorse e la volontà di portarle, il problema è riuscire a farle arrivare. Il convoglio si muove dentro queste difficoltà, cercando di aprire spazi che oggi vengono chiusi.
Ma non basta osservare queste crisi o reagire caso per caso. Le condizioni che colpiscono Cuba, Gaza e altri territori non sono eccezioni, fanno parte di un ordine economico e politico che continua a produrre isolamento, scarsità e gerarchie tra vite. Per questo iniziative come questa non chiedono solo sostegno materiale, ma partecipazione politica. Costruire reti, sostenere queste missioni, organizzarsi nei propri contesti significa intervenire su questi meccanismi. È su questo terreno che può prendere forma una risposta più ampia, capace di unire lotte diverse e di aprire possibilità concrete per una trasformazione della società.
*Matteo Cimbal Gullifa, formatosi in Scienze politiche a Milano, vive e lavora tra Italia e Francia occupandosi di migrazioni e movimenti di solidarietà.