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Giuliano Santoro 20 Marzo 2026
L’inventore della Lega non era uomo d’altri tempi che difendeva la tradizione. È stato un personaggio mediatico che intercettò la nuova composizione del lavoro. Per poi consegnarla all’estrema destra
Come un caratterista della vecchia commedia all’italiana, come certi personaggi che un tempo attraversavano gli show televisivi o come le meteore della canzone, Umberto Bossi è stato un perdente di successo: non ha portato a casa nessun risultato concreto per il Nord che diceva di voler difendere, finito ostaggio prima di Silvio Berlusconi e poi dei suoi colonnelli, ma ha lasciato la sua impronta sulla scena politica e nell’immaginario collettivo.
Bossi viene da sempre, e oggi forse ancora di più, descritto come espressione di un mondo tradizionale e antico che resiste ai flussi della globalizzazione e alla liquidità del postmoderno. A una lettura superficiale c’è del vero, la sua intuizione circa la centralità dei territori e la sua capacità di, letteralmente, inventare un popolo per porsi alla sua testa paiono tentativi di frenare la storia e rimettere le lancette all’indietro.
Ma la vera caratteristica del personaggio e della sua parabola politica sta, al contrario, nelle sue intuizioni collocabili tutte dentro la contemporaneità. Era pienamente postmoderno – neotelevisivo, avrebbe detto Umberto Eco – il modo in cui l’Umberto utilizzò il piccolo schermo quando era ancora centrale. Più volte ammise di aver calcato la sua avversità nei confronti dei meridionali, che pure era insita nella sua ideologica localista, perché faceva scandalo e gli consentiva di guadagnare quelle ospitate in televisione che gli permisero di fare il grande salto: dalla piccola rappresentanza locale del partito che aveva soltanto due parlamentari al boom elettorale dell’alba degli anni Novanta, complice anche la fine della Prima Repubblica.
Televisivi, ritagliati a misura per lo spettacolo politico, erano gli slogan che Bossi, uomo che aveva anche provato a far carriera nel mondo della canzonetta, coniava per scandalizzare giornalisti e osservatori e bucare i media. Ecco perché la Lega, spesso definita come il partito della salamella pedemontana e del radicamento territoriale, fu prima del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo una forza tutta impiantata nel rapporto tra il suo leader carismatico e la sua potenza comunicativa. Bossi poteva portarla dove voleva, ad allearsi con Berlusconi e tramite lui con i missini o a dichiararsi antifascista e dichiarare l’uomo di Arcore mafioso, perché era lui a definire l’agenda e il palinsesto leghista. Non deve stupire, dunque, se il leader che è arrivato dopo di lui e contro di lui è soprattutto un frontman mediatico, uno che aveva cominciato come concorrente di quiz televisivi, che si appoggia alla bestia dei social e campa di esternazioni.
Per capire che c’è un filo che unisce il Bossi sedicente antifascista e il Salvini che va a braccetto con Vannacci bisogna ripescare le analisi di Primo Moroni su postfordismo e nuova destra sociale. La conquista leghista di Milano, scriveva Moroni nel 1993 esattamente nei giorni in cui Formentini diventava sindaco, segna il passaggio di scala: dalla difesa del piccolo distretto produttivo alla metropoli, dall’illusione della protezione della rete locale all’articolazione del consenso politico più diffuso. Salvini diventa consigliere comunale e fa il suo apprendistato in questa temperie. Prende appunti, impara che dal decoro della città alla difesa della nazione il passo è breve. Capisce che quando lo spazio pubblico diventa spazio privato il passaggio successivo di «Padroni a casa nostra» è: «Prima gli italiani». Da qui agli assessori-sceriffi come a Voghera o all’elogio del killer di Rogoredo, è un attimo.
Bossi era uomo pienamente postmoderno, capace di rielaborare i segni della supposta tradizione, rimasticarli e sputarli sulla scena pubblica, anche per le sue intuizioni sulla composizione sociale con cui aveva a che fare. Sia lui che Bobo Maroni, il suo secondo scomparso tre anni fa, avevano frequentato il Pci e i partiti alla sua sinistra. Avevano in qualche modo conosciuto la classe operaia settentrionale. Avevano visto che la rude razza pagana si era frantumata nel modello postfordista della fabbrica diffusa, delle partite Iva, del terziario e del lavoro autonomo di seconda generazione. Per trascinare dalla loro parte questa forza lavoro, uscita dall’implosione della grande fabbrica e figlia al tempo stesso della grande sconfitta operaia e della forza operaia che aveva fatto saltare la catena di montaggio e la sua alienazione, si erano inventati un modello territorialista, doppio agghiacciante della lotta di classe, una specie di sindacalismo dell’heimat che propagandava l’idea, col senno del poi illusoria, che i diritti di fronte alla fine del Novecento e alla globalizzazione, potevano essere tutelati soltanto praticando un autogoverno escludente. Innanzitutto contro i migranti e poi nei confronti dei meridionali. L’odio verso i lavoratori del sud, si è detto, era il mugugno delle file alla Posta nei confronti dell’impiegato trasferitosi dal Mezzogiorno (i padani avevano altri lavori da fare, allora) accusato di non smaltire la corrispondenza e le code con solerzia.
A ben vedere questi due tratti tipicamente postmoderni, la rappresentazione spettacolare e la nuova composizione postfordista, sono gli stessi che hanno costruito il successo delle estreme destre di questi anni. Bossi, anche attraverso la consumazione fisica e non metaforica del suo personaggio, ha cercato di inseguire fino in fondo queste tendenze. Gli è stato umanamente impossibile arrivare fino alle bolle dei social media o portare fino all’estremo l’illusione del sindacalismo reazionario che ha inseguito anche inventando fallimentari sindacati campanilistici e perseguendo sciagurati progetti di banche territoriali. Venne prima Silvio Berlusconi, che gli fece impacchettare tutto e comprò il lotto intero. Dopo di lui, le nuove forme di fascismo. Ma in Italia, prima di tutti, ci arrivò l’Umberto Bossi.
*Giuliano Santoro, giornalista, lavora al manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (Castelvecchi, 2012 e 2014) e Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo, 2015).