Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
La coalizione tra Stati Uniti d’America, Francia, Spagna, Regno Unito, Canada e Italia dà il via alla guerra in Libia contro il regime del colonnello Mu’ammar Gheddafi.
L’aggressione contro la Libia ha alcune caratteristiche delle “Nuove Guerre” che hanno inondato di sangue la Terra dopo la fine del Secolo breve.
Con la fine della Guerra Fredda – quello che lo storico Eric Hobsbawm chiamò appunto il Secolo Breve -, il panorama dei conflitti armati muta radicalmente. Non parliamo più di grandi eserciti nazionali che si scontrano su fronti definiti, ma di qualcosa di molto diverso.
Eric Hobsbawm
Ha scritto Eric Hobsbawm: «Esistono ben poche cose più pericolose di un impero che persegue i propri interessi nella convinzione di star facendo un favore all’umanità». «Occorre senz’altro affermare che ci sono governi talmente pericolosi che la loro scomparsa rappresenterebbe un netto guadagno per l’intera umanità. Questo, però, non può certo giustificare il rischio di creare una potenza mondiale che non è interessata al mondo – anzi, neppure lo comprende -, ma che è in grado di intervenire in modo decisivo con la forza delle armi ogni volta che qualcuno fa qualcosa che Washington non gradisce».
(Eric Hobsbawm, L’intervento armato statunitense, in Id., Imperialismi, Rizzoli, 2007, citato in Carlo Greppi, Trame del tempo., 3 Guerra e Pace. Dal Novecento a oggi, Laterza, 2022.)
Mentre le “vecchie guerre” sono scontri tra Stati per il controllo del territorio, le Nuove Guerre seguono logiche differenti. Spesso hanno come protagonisti non soltanto gli eserciti regolari, ma gruppi paramilitari, signori della guerra, reti terroristiche, compagnie di sicurezza private e persino bande criminali. Sovente non si combatte per un’ideologia politica – socialismo vs capitalismo -, ma per l’appartenenza etnica, religiosa o tribale. L’obiettivo è l’esclusione o l’eliminazione dell’ “altro”.
Ma la caratteristica peggiore, a mio modo di vedere, è l’immensa violenza sui civili. Nelle guerre tradizionali le vittime sono principalmente soldati. Nelle Nuove Guerre, il 90% delle vittime sono persone civili. La violenza – pulizia etnica, stupri di massa, sfollamenti forzati – è usata come strumento strategico per controllare la popolazione.
Questi conflitti si auto-finanziano attraverso attività illegali come traffico di droga, armi, risorse naturali come i “blood diamonds”, e il sostegno delle diaspore all’estero. Non dipendono più dalle finanze di uno Stato centrale. È difficile distinguere tra guerra, crimine organizzato e violazione dei diritti umani. Spesso non c’è una dichiarazione di guerra ufficiale né un trattato di pace definitivo.
Mary Kaldor
L’espressione stessa “Nuove Guerre” è legata indissolubilmente a una studiosa in particolare, ma il dibattito coinvolge anche altri esperti. Mary Kaldor è la figura di riferimento. Nel suo saggio New and Old Wars, 1999 (trad. it. Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci, 2001), definisce queste guerre come «Una commistione di guerra, criminalità organizzata e violazioni massicce dei diritti umani». Kaldor sostiene che la distinzione tra “interno” (polizia/ordine pubblico) ed “esterno” (esercito/difesa) sia ormai crollata.
Vediamo però un altro parere, di carattere giuridico. Secondo Luigi Ferrajoli la guerra di aggressione ad uno Stato sovrano costituisce un crimine in base allo Statuto della Corte penale internazionale, CPI. Nel suo Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivio, Feltrinelli 2022, dopo aver parlato dell’emergenza costituita dai disastrosi effetti del riscaldamento globale, Luigi Ferrajoli dichiara:
«La seconda emergenza, che parimenti richiede l’espansione del costituzionalismo a livello globale, è rappresentata dalle guerre e dalle minacce alla pace generate dalla produzione e dalla detenzione di armi sempre più micidiali. Dopo la caduta del muro di Berlino, nuove guerre di aggressione, pur previste come crimini dallo statuto della Corte penale internazionale, sono state scatenate o provocate dall’Occidente: in Iraq nel 1991, nella ex Jugoslavia nel 1999, in Afghanistan nel 2001, di nuovo in Iraq nel 2003, in Libia nel 2011 e poi in Siria durante tutti gli anni dieci di questo secolo».
Luigi Ferrajoli
(L. Ferrajoli, Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivio, Feltrinelli 2022.)
La posizione di Luigi Ferrajoli, uno dei massimi giuristi e filosofi del diritto italiani, è particolarmente critica perché mette a nudo le contraddizioni tra il diritto internazionale “sulla carta” e la prassi delle grandi potenze. Secondo Ferrajoli, l’operazione in Libia è un esempio di come le democrazie occidentali abbiano “aggirato” lo spirito della Carta ONU. La Risoluzione 1973 autorizza “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili, come la No-Fly Zone. Tuttavia, la NATO ha trasformato l’operazione in un intervento per il regime change, per abbattere Gheddafi, superando i limiti legali del mandato ONU.
Ferrajoli sostiene che la guerra sia rimasta un atto unilaterale di forza mascherato da “intervento umanitario”. Se l’obiettivo diventa il rovesciamento di un governo, si ricade nella definizione di aggressione, poiché si interviene in un conflitto civile interno. Purtroppo, nonostante lo Statuto di Roma definisca il crimine di aggressione, la sua applicabilità è complessa quando c’è una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, anche se interpretata in modo estensivo. Per Ferrajoli, però, la sostanza politica prevale sulla forma: è stata una guerra che costituisce un illecito internazionale.
Luigi Ferrajoli, Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivio
Dal punto di vista tecnico, l’operazione è un successo militare – e ci mancherebbe: oltre 14 Stati contro uno! -, Gheddafi è sconfitto senza perdite NATO. Tuttavia, Ferrajoli sottolinea che questo “successo” è stato ottenuto trasformando una missione di protezione in una missione di annientamento del nemico politico. Sganciare bombe da 10.000 metri di quota permette di non vedere il volto delle vittime civili “collaterali”, rendendo la guerra più accettabile per l’opinione pubblica occidentale, ma non meno illegale, cioè criminale, secondo il diritto internazionale puro.
Come mai tanti militari di Stati “democratici” si prestano ad operare in queste guerre criminali, senza obiettare? Eppure è presumibile che non siano dei criminali già prima dello scoppio della guerra, che non siano belve assetate di sangue che godono nel provocare morte, distruzione ed immani sofferenze. Come facciano, ce lo suggerisce un eminente storico, Howard Zinn, che è stato anch’egli militare durante la Seconda guerra mondiale. Prima di diventare uno “storico radicale”, contrario alla guerra, «Zinn si era arruolato volontario nell’aviazione USA, convinto di combattere una battaglia giusta. Era disgustato da quello che aveva letto della Prima guerra mondiale, quella carneficina orrenda, eppure pensava che la guerra per liberare l’Europa dal nazifascismo fosse necessaria, inevitabile. Dal suo B-17 sganciò bombe su tante città della Germania, della Cecoslovacchia, dell’Ungheria, anche della Francia. “Quando sganci bombe da otto chilometri di altezza non vedi quello che accade sotto. Non senti urla, non vedi sangue. Non vedi bambini fatti a pezzi dall’esplosione delle tue bombe. In tempo di guerra, le atrocità vengono commesse dalla gente comune, che non vede le vittime come esseri umani, li vede soltanto come il nemico, anche se il nemico ha cinque anni”».
Howard Zinn
«Sceso da quel bombardiere, capì che non esiste una guerra giusta e spese tutta la sua vita per farlo capire al mondo».
E quando Gino Strada, che di Zinn è stato amico, domandava: Come potevano dei soldati decidere di assassinare tanti civili, persone innocenti e disarmate? Zinn risponde: «esiste un meccanismo preciso per cui si accetta di uccidere gente innocente: “All’inizio della guerra si fa una scelta: che la tua parte è buona e l’altra è cattiva. Una volta che hai fatto questa scelta, non hai più bisogno di pensare: qualsiasi cosa tu faccia, non importa quanto sia orribile, è accettabile”».
(Gino Strada, Una persona alla volta, Feltrinelli, 2022.)
Gino Strada, Una persona alla volta
Ma torniamo alle Nuove Guerre. Il motivo per cui alcuni studiosi citano la Libia come esempio di Nuova Guerra non è tanto l’intervento aereo in sé, ma ciò che ne è segue. La caduta di Gheddafi non porta alla pace, ma ad una frammentazione del potere. Lo Stato “evapora”, lasciando spazio ad un conflitto cronico tra governi paralleli, signori della guerra e trafficanti di esseri umani. In questo senso, l’intervento occidentale, forse involontariamente, trasforma una rivolta in una Nuova Guerra permanente, dove il confine tra combattente, criminale e politico diventa quasi invisibile.
L’intervento NATO è stato uno strumento di politica estera tradizionale, ovvero Stati che usano la forza. Il conflitto sul terreno, prima e dopo il 2011, è invece il prototipo della Nuova Guerra: frammentato, identitario, basato sulle risorse e senza una chiara fine.
Ho scritto che l’aggressione militare contro la Libia causa, come è tipico delle Nuove Guerre, parecchie vittime tra persone civili. Il conteggio delle vittime in Libia è oggetto di grande disputa, poiché lo Stato è collassato e non esistono anagrafi affidabili dal 2011. Le stime variano enormemente. Il Consiglio Nazionale di Transizione, i ribelli, parla di 25.000 – 30.000 morti totali. Rapporti indipendenti ed organizzazioni come Amnesty International documentano centinaia di morti civili causati direttamente dai raid NATO, pur riconoscendo che la maggior parte delle uccisioni avviene negli scontri di terra tra lealisti e ribelli.
Il vero dramma inizia dopo il 2011. La destabilizzazione causa decine di migliaia di vittime nelle guerre civili successive, 2014-2020, oltre a migliaia di persone migranti morte o torturate nei centri di detenzione gestiti dalle milizie.
Sebbene l’operazione sia sotto comando NATO, lo sforzo bellico è sostenuto da una coalizione di “volenterosi”. I protagonisti principali sono Francia, Regno Unito, Stati Uniti.
Nicolas Sarkozy è il primo a ordinare i raid. I jet Rafale e Mirage francesi sono i più attivi nel colpire i mezzi corazzati di Gheddafi. La Royal Air Force, RAF, opera intensamente con i Tornado e i Typhoon, partendo spesso dalle basi nel Mediterraneo. Gli USA forniscono la “spina dorsale” tecnologica – rifornimento in volo, intelligence, droni Predator e missili da crociera -, pur cercando di mantenere un profilo politico più defilato, la dottrina dell’ “attore non protagonista”.
L’Italia si trova in una posizione molto difficile a causa dei trattati di amicizia firmati con il dittatore Gheddafi poco tempo prima. Tuttavia è fondamentale logisticamente e mette a disposizione ben 7 basi aeree: Trapani Birgi, Gioia del Colle, Sigonella, ecc. Dopo un’iniziale esitazione, i jet italiani, Tornado e AMX, in segno di amicizia, partecipano attivamente ai bombardamenti ed alle missioni di neutralizzazione dei radar. Per l’amico Gheddafi, questo ed altro!
Partecipano con aerei da combattimento anche il Canada, la Danimarca, il Belgio, la Norvegia e, significativamente, alcuni stati arabi come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti. È una dimostrazione di generosità umanitaria, ovviamente, ed anche di forza tecnologica impressionante! Oltre 110 missili Cruise vengono lanciati nelle prime 24 ore. C’è un uso massiccio di munizionamento di precisione, come bombe a guida laser. Verso la fine del conflitto, Francia e Regno Unito usano elicotteri Tigre e Apache per colpire obiettivi urbani con più precisione, aumentando però il rischio per i piloti.
Va sottolineata la grande coerenza dell’Italia quando concede le basi da cui partono gli aerei che bombardano la Libia e quando, rotti gli indugi, partecipa direttamente ai bombardamenti. Facciamo un passo indietro. Pochissimo tempo prima di questa guerra, nel triennio 2008-2010, l’Italia stringe un patto di amicizia con Gheddafi, culminato con l’ultima, sfarzosa visita ufficiale di Gheddafi a Roma nell’agosto 2010.
Berlusconi a Bengasi, agosto 2008
Tutto inizia il 30 agosto 2008. Silvio Berlusconi vola a Bengasi per firmare il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione. L’Italia si impegna a pagare 5 miliardi di dollari in 20 anni, sotto forma di infrastrutture, come l’autostrada costiera, come risarcimento per il periodo coloniale. La Libia si impegna a bloccare le partenze delle persone migranti ed a concedere contratti energetici vantaggiosi all’ENI. Inoltre, Berlusconi restituisce la “Venere di Cirene”, una statua antica portata in Italia durante il colonialismo liberale.
Gheddafi in Italia, giugno 2009
Nel giugno 2009 si svolge la prima visita ufficiale di Gheddafi in Italia. È un evento mediatico senza precedenti. Gheddafi arriva con la sua famosa tenda beduina, che viene piantata a Villa Pamphili. Si presentò con appuntata sulla divisa la celebre foto dell’eroe della resistenza libica, Omar al-Mukhtar, incatenato dai criminali fascisti, un gesto di sfida storica accettato dal governo italiano, composto anche da neofascisti. Viene ricevuto con il picchetto d’onore e i massimi onori dello Stato. Insomma: un vero amico dell’Italia!
Hostess noleggiate da Gheddafi per le lezioni di Corano, agosto 2010
Nell’agosto 2010, per celebrare il secondo anniversario del Trattato di Amicizia, Gheddafi giunge ad ospitare centinaia di giovani donne italiane, reclutate da un’agenzia di hostess, per tenere loro lezioni sul Corano, regalando copie del libro sacro e invitandole alla conversione. Per l’occasione, le Frecce Tricolori sorvolano la caserma Salvo D’Acquisto colorando il cielo con il verde della bandiera libica dell’epoca, accanto al tricolore italiano. Circolano immagini del premier Berlusconi che, in segno di deferenza o estrema cortesia, bacia la mano del dittatore libico, un gesto che scatenerà feroci polemiche politiche. Pochi mesi dopo, l’Italia di Berlusconi farà partire dalle proprie basi gli amichevoli bombardieri NATO e, più avanti, sgancerà con i propri aerei amichevoli bombe sulla Libia.
Dal punto di vista della pacificazione della Libia, la guerra è un totale fallimento: la situazione non è affatto risolta. Anzi, la Libia del dopo-2011 diventa il prototipo del fallimento dell’interventismo liberale. Il paese è diviso tra governi rivali – Tripoli a ovest, Tobruk a est – sostenuti da diverse potenze straniere: Turchia, Russia, Egitto, Francia. La Libia è diventata un territorio dove prosperano ISIS, almeno per un periodo, trafficanti di esseri umani e milizie che si contendono il petrolio.
Il collasso della Libia inonda il Sahel di armi, alimentando colpi di stato ed insurrezioni in Mali, Niger e Burkina Faso. «Abbiamo sottovalutato il giorno dopo», ammetterà anni dopo Barack Obama, definendo la gestione della Libia il suo «più grande errore in politica estera».
L’azione della Corte Penale Internazionale, CPI, in Libia è spesso citata dai critici, come Ferrajoli, come la prova del limite della giustizia internazionale: una combinazione di grandi proclami iniziali e una sostanziale impotenza pratica.
Tutto inizia nel febbraio 2011, quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la Risoluzione 1970, affida alla CPI il compito di indagare sui crimini in Libia. È un evento rarissimo, poiché la Libia non ha mai ratificato lo Statuto di Roma. La Corte emette tre mandati d’arresto principali per crimini contro l’umanità – omicidio e persecuzione -, contro Muammar Gheddafi (il mandato decade dopo la sua uccisione brutale a Sirte nell’ottobre 2011), il figlio Saif al-Islam Gheddafi (catturato dai ribelli di Zintan, è per anni al centro di una battaglia legale tra la CPI e le autorità libiche), e Abdullah al-Senussi, capo dei servizi segreti (anche lui oggetto di contesa tra la CPI e i tribunali libici).
Nonostante i mandati, la CPI non è mai riuscita a processare i vertici del regime all’Aia. Le autorità libiche sostengono di voler processare i sospettati “in casa” per riaffermare la propria sovranità. Tuttavia, i processi interni sono aspramente criticati per la mancanza di garanzie legali. È notizia recente, del febbraio 2026, che Saif al-Islam Gheddafi sia stato ucciso in Libia da uomini armati non identificati. Questo evento chiude definitivamente uno dei capitoli più lunghi della CPI senza che si sia mai arrivati a un verdetto. Per i giuristi come Ferrajoli, questa è la prova del fallimento: la giustizia di piazza o politica è arrivata prima della giustizia legale.
Sotto la guida del procuratore Karim Khan, la CPI ha cercato di cambiare rotta, non concentrandosi più solo sul 2011 ma sui crimini continui dello “Stato fallito”. La Corte ha aperto fascicoli sui centri di detenzione, dove torture e schiavitù sono documentate sistematicamente. Sono stati emessi mandati d’arresto contro i leader della milizia Kaniyat per massacri avvenuti tra il 2014 e il 2020. Recentemente si è registrato un raro successo con l’arresto in Germania di Khaled al-Hishri, accusato di crimini nel carcere di Mitiga, segnando potenzialmente l’inizio del primo vero processo legato alla situazione libica presso la Corte.
Il bilancio della CPI in Libia dopo 15 anni è amaramente in linea con la tesi di Ferrajoli. La Corte ha indagato quasi esclusivamente sui crimini del regime di Gheddafi o delle milizie locali, ma non ha mai aperto indagini serie sulle responsabilità dei leader occidentali o della NATO per le vittime civili dei bombardamenti o per aver destabilizzato il Paese. Senza una forza di polizia internazionale, la CPI dipende dalla volontà politica dei governi locali, spesso legati alle milizie stesse. La morte dei principali indagati prima del processo trasforma la “giustizia internazionale” in un esercizio d’archivio. «La legge del più forte continua a prevalere sulla forza della legge», commenta amaramente Ferrajoli.
Rete Italiana Pace e Disarmo
Quanto costano queste guerre? Secondo le analisi di Rete Italiana Pace e Disarmo e dell’Osservatorio Mil€x, fondato da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca, l’intervento in Libia del 2011 è costato ai contribuenti italiani circa 700-800 milioni di euro solo per i primi mesi di operazioni militari: carburante, indennità, munizionamento.
Osservatorio Mil€x
Se però guardiamo al “lungo periodo”, includendo le missioni successive per stabilizzare il paese e il supporto alla Guardia Costiera libica, la cifra supera abbondantemente il miliardo di euro. È un paradosso economico: l’Italia ha speso centinaia di milioni per distruggere il regime di un partner con cui aveva appena firmato un trattato da 5 miliardi di dollari in investimenti civili.
In una guerra “nuova”, i profitti criminali non derivano soltanto dalla vittoria, ma dalla durata del conflitto e dalla successiva instabilità. Le aziende che producono i mezzi usati nei bombardamenti hanno visto i propri stock e ordini crescere enormemente.
In Libia sono state sganciate migliaia di bombe a guida laser e missili Tomahawk, costo medio: 1-1,5 milioni di dollari l’uno. Ogni bomba sganciata è un ordine garantito per le aziende produttrici, come Raytheon, Lockheed Martin o le divisioni difesa di Leonardo e Thales. L’uso intensivo di caccia bombardieri, Eurofighter, Rafale, Tornado, genera contratti miliardari in manutenzione e pezzi di ricambio che durano anni dopo la fine delle ostilità. Uccidere persone genera utili stellari!
Francesco Vignarca
Dopo la caduta di Gheddafi, l’immenso arsenale libico, stimato in milioni di pezzi, è finito sul mercato nero. Francesco Vignarca ha spesso denunciato come le armi che avevamo venduto alla Libia pochi mesi prima del 2011 siano finite nelle mani di milizie e gruppi jihadisti in tutto il Nord Africa. L’instabilità crea il business lucrativo del traffico di esseri umani e del contrabbando di petrolio, gestito da milizie che usano i proventi per comprare altre armi.
Un altro grande vincitore, secondo diversi analisti, è stata l’industria petrolifera francese, Total, che ha cercato di scalzare la posizione dominante dell’italiana ENI. Tuttavia, il caos post-2011 ha reso l’estrazione così insicura che, alla fine, quasi tutti gli attori energetici hanno perso miliardi in termini di produzione interrotta e infrastrutture danneggiate.
Le “Nuove Guerre”, come quella libica, sembrano strutturate per non avere un vincitore politico, ma per essere economicamente estrattive: sottraggono risorse pubbliche, spesa militare, per trasferirle a privati, industria della difesa, o ad attori illegali, milizie, lasciando sul terreno uno “Stato fallito”. Come dice spesso Vignarca, la guerra non è un fallimento della politica, ma un ottimo affare per chi la prepara.
In un’intervista rilasciata a Fanpage, Vignarca spiega che l’Italia ha venduto armi a Gheddafi fino a pochi mesi prima del conflitto: 11.500 pistole e fucili, oltre a elicotteri e tecnologie radar. Molte di quelle armi sono finite nelle mani di quelle stesse milizie che l’Occidente ha poi dichiarato di voler combattere. In diversi interventi, come quelli per “Altreconomia” o “Left”, Vignarca ribadisce che la guerra non è un errore di calcolo della politica, ma un sistema che garantisce profitti certi all’industria della difesa, il cosiddetto “business che non conosce tregua”, indipendentemente dal risultato politico sul campo. Noi contribuenti paghiamo le tasse per avere sanità pubblica, scuola e previdenza sociale, ma decisori più saggi di noi valutano che i nostri soldi siano meglio impiegati per contribuire ad ammazzare persone che neanche conosciamo e che non ci hanno fatto niente.
Michele Giorgio, “Odissey Dawn”, la guerra con cui Sarkozy gettò la Libia nell’abisso, “Il Manifesto”, 21.03.2018:
https://ilmanifesto.it/odissey-dawn-la-guerra-con-cui-sarkozy-getto-la-libia-nellabisso/
Francesco Vignarca, Intervento militare in Libia una pazzia, va ricreato tessuto sociale, “Vignarca.net”, 2016:
https://www.vignarca.net/2016/03/intervento-militare-in-libia-una-pazzia-va-ricreato-tessuto-sociale/
Francesco Vignarca, Il business delle armi non conosce tregua, “Left”, 8 febbraio 2024:
Mil€x, Osservatorio sulle spese militari italiane: