La lezione di Suez per Hormuz: quando la forza militare non basta

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Krisis.info
mar 20 di Luigi Bruti Liberati

L’autore della Storia dell’Impero britannico usa la crisi del 1956 come lente per capire il conflitto nello stretto iraniano.

Murale che celebra la fastosa cerimonia di inaugurazione del Canale di Suez nel 1869. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

Lo storico rilegge la crisi di Suez alla luce delle tensioni nel Golfo persico. Il conflitto del 1956 sancì il tramonto della mentalità imperiale, dimostrando l’impossibilità di garantire la sicurezza delle arterie vitali del commercio con la sola forza militare. E decretò la fine dell’Impero britannico. In quella «guerra piccola e assurda», l’illusione di Anthony Eden di poter mettere in sicurezza Suez con paracadutisti e bombardieri produsse l’effetto opposto: blocco totale del Canale e trionfo del suo avversario, Gamal Abd al-Nasser. L’intervento, nato da un’alleanza segreta tra Londra, Parigi e Tel Aviv, fallì per l’isolamento internazionale e l’opposizione di Usa e Onu. Per il professor Bruti Liberati, il messaggio resta attuale: la stabilità delle rotte marittime non si difende con i cannoni, ma con la legittimità e il consenso.


IN BREVE

Geopolitica dei punti nevralgici Il controllo delle rotte marittime è il termometro della tenuta dell’ordine internazionale. La gestione dei passaggi obbligati rivela la forza o la fragilità delle potenze globali.

Fallimento della forza bruta Nel 1956, l’invasione per blindare il transito commerciale nel Canale di Suez causò l’effetto opposto. Nasser affondò 40 navi, bloccando i traffici e costringendo Londra alla rotta del Capo.

Tramonto della mentalità coloniale Il primo ministro britannico Anthony Eden cercò di fermare il declino imperiale con le armi. Ottenne l’isolamento internazionale e la condanna di Usa e Onu, sancendo la fine dell’egemonia britannica.

Nascita del multilateralismo Dalla débâcle di Suez nacquero i «caschi blu» delle Nazioni Unite, dimostrando che la stabilità marittima richiede legittimità internazionale e diplomazia. E non semplici alleanze segrete.

Lezioni per il presente Oggi come nel 1956, la sicurezza delle arterie commerciali globali non si garantisce con i cannoni. Occorre il consenso politico, evitando avventure militari autolesionistiche.


Il dibattito sulla crisi dello Stretto di Hormuz si sta rapidamente spostando oltre la cronaca militare, assumendo i contorni di una riflessione sul destino degli equilibri globali. Non si discute più soltanto di petrolio o di sicurezza marittima, ma di qualcosa di più profondo: la tenuta dell’ordine internazionale. In questo contesto si inserisce il post dell’investitore Ray Dalio: «La posta in gioco si riduce a chi controlla lo Stretto di Hormuz… Abbiamo già visto questo schema in passato: con gli olandesi nel XVII secolo e con gli inglesi nel 1956. Quando una potenza mondiale rivela debolezze militari e finanziarie, l’ordine mondiale cambia». Il punto sollevato da Dalio non è isolato. Sempre più analisti leggono il conflitto iraniano come uno snodo potenzialmente decisivo. Il controllo di Hormuz – attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale – è diventato un test della credibilità delle grandi potenze. Le crescenti tensioni nel Golfo persico hanno così acceso i riflettori su uno dei «fiaschi» più significativi del Novecento: la crisi di Suez. Il richiamo alla débâcle anglo-francese del 1956 non è solo un esercizio per accademici, ma diventa un monito sul destino delle potenze globali. Per approfondire il dibattito abbiamo chiesto un intervento al professor Luigi Bruti Liberati, che ha studiato le dinamiche che portarono alla fine dell’egemonia di Londra in Medio Oriente. Da storico rigoroso, Bruti Liberati non si presta a paragoni forzati, analogie facili o sovrapposizioni superficiali, ma utilizza il 1956 come lente per analizzare i rischi del presente.

Per comprendere la crisi di Suez occorre partire da lontano, dal colpo di Stato in Egitto degli Ufficiali liberi nel 1952 e dall’ascesa di Gamal Abdel al-Nasser. Il nuovo regime egiziano si pose un obiettivo ambizioso: modernizzare il Paese e sottrarlo alla dipendenza economica e politica dell’Occidente. In questo quadro si inseriva il progetto della diga di Assuan, un’opera colossale che richiedeva capitali enormi, destinata a garantire energia e controllo delle acque del Nilo.

In un primo tempo, Stati Uniti e Regno Unito si dichiararono disponibili a finanziarla, ma nel luglio 1956 ritirarono bruscamente l’offerta. Fu una decisione politicamente miope, che provocò immediati contraccolpi. Il passo indietro di Washington e Londra costrinse Nasser a rivolgersi all’Unione Sovietica, che finanziò la costruzione della Diga. In tal modo, l’Egitto si inserì nel gioco della Guerra fredda, diventando un avamposto sovietico in un Medio Oriente sino ad allora egemonizzato dal Regno Unito. La conseguenza più grave fu però un’altra. Il 26 luglio 1956, il presidente egiziano nazionalizzò il Canale di Suez.

Piccola guerra assurda

Sebbene Londra e Parigi gridassero allo scandalo, la mossa di Nasser era tutt’altro che illegittima. Il presidente egiziano aveva solo anticipato i tempi. La concessione firmata da Ferdinand de Lesseps con il viceré d’Egitto prevedeva una durata di 99 anni a partire dall’apertura del Canale. Poiché il Canale era stato inaugurato nel 1869, la restituzione naturale e pacifica all’Egitto era prevista per il 17 novembre 1968.

I timori occidentali erano due. Il primo riguardava un presunto ricatto petrolifero. Nel 1956, l’Europa occidentale aveva appena completato la transizione dal carbone al petrolio per alimentare la ricostruzione post-bellica e il boom industriale. E circa il 67% del suo fabbisogno petrolifero proveniva dal Medio Oriente. Di questo, tre quarti passavano attraverso il Canale di Suez o tramite oleodotti che terminavano nel Mediterraneo orientale.

Il timore non era solo che Nasser alzasse i pedaggi, ma che potesse chiudere fisicamente o sabotare il Canale. Un timore infondato, dato che per l’Egitto i proventi del Canale sarebbero stati vitali. Per Nasser, quindi, era essenziale mantenerlo aperto ed efficiente. Il secondo timore degli europei era la presunta incapacità tecnica degli egiziani di gestire il Canale. Anche questo era infondato. Si trattava – ahiloro – dell’inveterato concetto di supremazia razziale degli occidentali sui popoli «colorati», più volte sfatato nella storia recente.

Alleanza dei filibustieri

La reazione militare nacque da un intreccio di interessi sporchi. A Ben Gurion, la mossa egiziana apparve come un dono dal cielo. Israele necessitava di armi moderne (che la Francia, impegnata in Algeria, avrebbe fornito in cambio di un attacco a Nasser, sostenitore del Front de Libération Nationale) e voleva una guerra preventiva nel Sinai.

Durante l’estate si formò così un asse anglo-franco-israeliano che prevedeva un’azione militare congiunta contro l’Egitto. Tra il 22 e il 24 ottobre si tenne in Francia un incontro segreto tra Ben Gurion, il ministro della Difesa francese Maurice Bourgès-Maunoury e il ministro degli Esteri britannico Selwyn Lloyd. Ne risultò il Protocollo di Sèvres.

Il patto prevedeva un attacco israeliano nel Sinai sino a raggiungere il Canale e un intervento franco-britannico, che sarebbe stato presentato al mondo come un’azione tesa a ripristinare la pace tra i due avversari e a proteggere l’importante via di comunicazione. Dal canto suo, Ben Gurion mostrava il consueto pragmatismo, dato che secondo lui Israele non poteva che guadagnare da questa piccola guerra, che avrebbe potuto portare alla caduta del regime egiziano o comunque a indebolirlo pesantemente. Un calcolo che si rivelò in gran parte sbagliato.

Il 29 ottobre Israele aprì le ostilità. Il giorno dopo, a Londra, il primo ministro Anthony Eden si alzò alla Camera dei Comuni e annunciò che il governo di Sua Maestà aveva inviato a Israele ed Egitto un ultimatum. Mentre i paracadutisti britannici e francesi scendevano su Porto Said, il mondo iniziava a vedere l’invasione non per quella che era ufficialmente – un’azione di pace – ma per ciò che era realmente: un atto di aggressione neocoloniale.

Quindi Ben Gurion fornì a Francia e Regno Unito l’alibi per un intervento che ufficialmente sarebbe dovuto servire a riportare la pace e proteggere il Canale. Come si seppe dopo, con la sua dichiarazione del 30 ottobre, Eden aveva ingannato il Parlamento, l’opinione pubblica britannica e tutto il mondo. Un’astuzia che avrebbe poi pagato di persona.

Annotazione curiosa: il nesso con la situazione attuale è evidente. Ma rispetto a Suez i giochi sono molto più alla luce del sole. Il 2 marzo 2026, durante un incontro con i giornalisti al Campidoglio, Marco Rubio ha spiegato che gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi preventivi contro l’Iran perché sapevano che Israele stava per condurre un’azione militare contro Teheran.

Secondo il Segretario di Stato, un attacco israeliano avrebbe provocato una rappresaglia iraniana immediata contro le forze americane nella regione, con un rischio elevato di vittime statunitensi. Per questo, Washington ha scelto di agire per prima in modo preventivo.

Isolamento internazionale

Dal punto di vista strettamente militare, l’operazione fu un rapido successo. La campagna del Sinai si concluse in pochi giorni con la completa disfatta del Cairo. Peraltro, già il 31 ottobre gli occidentali avevano colpito l’Egitto con bombardamenti aerei, azione che contrastava del tutto con la loro pretesa di presentarsi come mediatori e portatori di pace.

Di pari passo, L’Unione Sovietica approfittò della situazione per schiacciare la rivolta ungherese. A Budapest, il 23 ottobre la popolazione era insorta e aveva cacciato il governo filosovietico. La mossa franco-britannica a Suez diede a Mosca un grosso aiuto. Il ragionamento era questo: se i due principali Paesi Nato europei mandavano i loro carri armati in Egitto, l’Unione Sovietica poteva fare altrettanto in Ungheria. E lo fece.

Su Suez, Regno Unito e Francia si trovarono isolati. Gli Stati Uniti di Dwight D. Eisenhower, infuriati per il parallelismo con la repressione sovietica in Ungheria (che il conflitto di Suez di fatto legittimò), intervennero immediatamente. Washington presentò al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una mozione che chiedeva il ritiro immediato delle forze d’invasione in Egitto. Ripresentata all’Assemblea Generale, fu approvata il 2 novembre con 64 voti a favore, cinque contrari e sei astensioni. All’interno del Commonwealth, solo Australia e Nuova Zelanda appoggiarono senza riserve la politica britannica. Un vero e proprio disastro per Londra.

Fu il Canada a salvare la faccia degli alleati con una proposta storica: l’invio di una forza internazionale di pace. Erano nati i «caschi blu» dell’Onu, che da allora in poi avrebbero agito in quasi tutti i teatri di guerra del mondo». Ma per l’Impero britannico era troppo tardi. La lezione era chiara: la forza militare senza copertura politica era inefficace.

Psicologia del declino

Ma perché un leader esperto come Anthony Eden si lanciò in un’avventura così disperata? La causa sta nella «mentalità imperiale» dell’epoca, oltre che nelle fragilità del Primo ministro. Quando si lanciò nella spericolata avventura di Suez, Eden aveva gli occhi puntati sulla politica interna e sulle fortune elettorali del partito conservatore, che si era diviso al suo interno sulla questione del ritiro dall’Egitto nel 1954. Eden intendeva bloccare quello che sembrava un rapido e irreversibile declino dell’influenza britannica nella regione mediorientale. In poche parole, non voleva che proprio i conservatori venissero visti come liquidatori dell’Impero.

Oltretutto, erano entrate in gioco anche motivazioni di prestigio personale. Eden viveva nella costante ombra di Winston Churchill, da cui aveva ereditato la carica ma non il carisma. Quando la notizia della nazionalizzazione arrivò, durante una cena con il filo-britannico re dell’Iraq Faysal II, il colpo fu psicologico. Con un disperato bisogno di provare la sua autorità e la sua capacità, l’ossessione del primo ministro per Nasser divenne irrazionale. Arrivò a paragonare il presidente egiziano a Hitler e, secondo il laburista Aneurin Bevan, più volte ai Comuni si comportò come una persona non del tutto equilibrata.

Si trattò, in definitiva, del fallimento di una classe dirigente che non riusciva ad adattarsi alle complessità di un mondo post imperiale. Peggio ancora, i politici e i militari sbagliarono completamente i loro calcoli. Scelsero il bersaglio sbagliato, nel momento sbagliato e per ragioni sbagliate.

In sostanza, Eden fece a Nasser un grosso favore. Il prestigio del presidente egiziano sarebbe stato irrimediabilmente danneggiato da un’umiliante sconfitta per mano di Israele. Invece, dopo la fallimentare conclusione della crisi, Nasser emerse come uno dei più grandi leader del nazionalismo arabo. E i movimenti della regione impararono che era possibile sfidare Londra con successo. Non a caso, due anni dopo, in Iraq il regime filo-britannico venne abbattuto e un governo rivoluzionario e nazionalista prese il suo posto.

Ironia dell’epilogo

L’epilogo offrì l’immagine più nitida del fallimento strategico. Per la Gran Bretagna il fiasco di Suez fu dimostrato in modo palese da ciò che avvenne al Canale. Eden aveva giustificato l’intervento con la necessità di mettere in sicurezza quell’arteria commerciale importantissima. Il risultato fu l’esatto opposto. Per ostacolare l’invasione, Nasser affondò 40 navi nel Canale, che rimase bloccato fino al marzo 1957. Il traffico marittimo britannico dovette ricorrere alla vecchia rotta del Capo di Buona Speranza, con enormi costi aggiuntivi per gli armatori e forti aumenti dei prezzi delle merci.

Dopo poco più di due mesi, Eden fu costretto alle dimissioni. Il suo successore, Harold Macmillan, e il ministro delle Colonie Ian Macleod cominciarono subito ad affrontare in modo realistico il problema della decolonizzazione, specie per quel che riguardava il continente africano. Dopo una lunga agonia, era morto il vecchio impero britannico. O, per meglio dire, l’idea che se ne aveva nel Regno Unito.

La crisi di Suez non rappresentò solamente una sconfitta militare. Rappresentò il crollo di un’illusione: quella che una superpotenza potesse imporre con la forza la propria egemonia nel mondo. La lezione per le attuali tensioni nello Stretto di Hormuz è chiara: la sicurezza delle rotte commerciali non può essere garantita solo dalla forza bruta e dalle alleanze segrete. A maggior ragione, in un mondo in cui l’opinione pubblica e i nuovi equilibri geopolitici rendono le «avventure imperiali» non solo immorali, ma anche autolesionistiche. Nel 1956 come oggi, la stabilità si costruisce con la diplomazia. Non con i cannoni.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

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Luigi Bruti Liberati Storico specializzato nello studio del mondo anglosassone. È stato professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università Statale di Milano e ha insegnato alla York University di Toronto, Canada. Fra i suoi libri, Storia dell’Impero britannico (2022), Storia del Canada (2018), Hollywood contro Hitler (2014), Uno storico di nome Indro (2011), Il Canada, l’Italia e il fascismo (1984).

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