Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
una riflessione di Enrico Semprini, saltando dall’oggi alla Comune di Parigi… e ritorno.
n queste settimane ci siamo concentrati con entusiasmo alla difesa della tripartizione dei poteri sancita dalla Costituzione uscita dalla seconda guerra mondiale.
La lotta andava fatta ed era giusto lottare contro un attacco volto a modificare l’ordinamento italiano verso un contesto dittatoriale; in effetti la dittatura si differenzia dalla democrazia proprio per l’assenza di un potere di controllo. Nei fatti la persona che si rende protagonista della dittatura è una persona che si pone al di sopra e al di fuori della legge, che può gestire il potere in modo arbitrario. Dunque il ruolo dei giudici, che obbligano i governi a rispettare le leggi che valgono per tutta la cittadinanza, diventa il vero nemico per chi vuole comandare senza freni e intende imporre la propria volontà contro quella di noi persone comuni.
Talvolta capita che la lotta di classe consista anche nel saper utilizzare le conquiste cristallizzate nelle leggi che difendono dei diritti a garanzia di noi subalterni.
Questo fatto è vero per il compromesso realizzato nella costituzione, così come in quello realizzato dallo statuto dei lavoratori: né la costituzione, né lo statuto dei lavoratori garantiscono fino in fondo che noi subalterni possiamo essere protagonisti della nostra vita; tuttavia entrambe le fonti di diritto citate, pongono dei vincoli alla violenza con la quale i padroni sfruttano le nostre vite.
Dunque è giusto difendere quel poco che ci garantisce… senza tuttavia accontentarci.
Dobbiamo saper leggere i chiaroscuri e non dobbiamo nascondere il fatto che anche la magistratura è parte di questa struttura di dominio su noi subalterni.
E’ fondamentale che si consideri questa fase di “difesa della costituzione” come un punto di inizio della riflessione, non un punto di arrivo.
Se i padroni vogliono liberarsi di alcuni vincoli che trovano nella carta costituzionale, noi dobbiamo ribellarci certamente, ma non per questo dobbiamo dimenticare che se siamo in questa condizione è anche per i limiti contenuti in quella carta costituzionale.
Perché se i padroni attaccano, vuol dire che esistono e se esistono è perché l’esistenza dello sfruttamento, per quanto mitigato da una serie di correttivi, è garantita proprio dalla carta costituzionale.
In altri termini: la Costituzione italiana è frutto di un compromesso nel quale gli sfruttatori e gli sfruttati hanno stabilito una tregua. Gli sfruttati hanno permesso agli sfruttatori di continuare ad esistere a patto che ci fossero dei limiti oltre i quali non potevano andare. E sono quei limiti che non piacciono a chi detiene il potere economico e politico nella società italiana: è questo ciò di cui stiamo parlando.
Dobbiamo iniziare a guardare oltre la difesa e cominciare a riflettere: quali sono le condizioni che permettono ai padroni di attaccare? Possiamo accontentarci di bloccare questo singolo attacco? Anche se riusciremo a bloccarlo, crediamo che sia l’ultimo?
Possiamo già dirci che l’ultimo non sarà e che stanno continuando l’attacco limitando il diritto di manifestazione e di sciopero: la Costituzione è solamente il bottino più ghiotto, certamente non l’unico.
Quale può essere dunque il nostro orizzonte?
Se la democrazia rappresentativa si è rivelata così poco funzionale al nostro protagonismo sociale, da dove dobbiamo ripartire e verso che progetto dobbiamo andare?
Faccio irrompere nel ragionamento un evento della storia passata:
<<In La Commune, Histoires et souvenirs [2] Louise Michel racconta: «Una notte non so come capitò che noi due fossimo soli nella trincea di fronte alla stazione: l’ex Zuavo pontificio e io, con due fucili carichi […] fummo incredibilmente fortunati che la stazione non fosse attaccata quella notte […] mentre stavamo svolgendo il servizio, andando avanti e indietro nella trincea, lui mi disse a un tratto: che effetto ha su di te la vita che stiamo facendo? E io gli dissi, be’, l’effetto è quello di vedere che fronte a noi c’è un porto che dobbiamo raggiungere. E lui mi rispose: l’effetto che provo è quello di uno che sta leggendo un libro di avventure illustrato. Continuiamo a camminare avanti e indietro nella trincea nel silenzio».
In questa scena, in questa breve conversazione possiamo leggere una metafora del movimento rivoluzionario futuro che nel Ventesimo secolo era destinato a scuotere il mondo.>>
Quello che dobbiamo saper fare è trasformare o comunque mettere insieme l’emozione che abbiamo provato nella lotta per vincere questo referendum, con la prospettiva invocata da Louise Michel: “E lui chiede: qual è il senso dell’esperienza che stiamo vivendo? E lei risponde come un’intellettuale, come una militante politica: siamo su una barca e stiamo cercando di raggiungere il porto, per coprire e costruire una nuova terra, un nuovo mondo.”
Perchè dobbiamo renderci conto che i nostri nemici si sono costruiti lentamente una idea di mondo, che è la vecchia terra dello sfruttamento selvaggio, il vecchio mondo dell’oppressione a cui dobbiamo saper contrapporre la lotta per una nuova terra ed un nuovo mondo, niente di meno!
Per dirla artisticamente: dobbiamo saperci dire “com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.
E allora continuo, riprendendo l’esempio della comune di Parigi:
«la bandiera della Comune è la bandiera della repubblica mondiale».Il primo aprile venne deciso che lo stipendio più elevato di un impiegato della Comune, compreso dunque quello dei suoi stessi membri, non dovesse superare 6000 franchi. Il giorno seguente la Comune decretò la separazione della Chiesa dallo Stato e l’abrogazione di tutti i versamenti dello Stato a scopi religiosi, come pure la trasformazione di tutti i beni ecclesiastici in patrimonio nazionale; in seguito a ciò l’8 aprile fu deciso di dare il bando dalle scuole a tutti i simboli religiosi, immagini, dogmi, preghiere, insomma a «tutto ciò che appartiene al campo della coscienza individuale», e la misura venne a poco a poco applicata. Il giorno 5, in risposta alle fucilazioni, che si rinnovavano ogni giorno, dei combattenti della Comune fatti prigionieri dalle truppe di Versailles, fu emanato un decreto circa l’arresto di ostaggi, ma non venne mai eseguito. Il 6 fu tirata fuori la ghigliottina con l’aiuto del 137° battaglione della Guardia nazionale, e bruciata in pubblico tra alte grida di giubilo popolare. Il 12 la Comune decise di abbattere la colonna della vittoria di Piazza Vendôme, fusa dopo la guerra del 1809 con i cannoni presi da Napoleone, ed eretta come simbolo dello sciovinismo e dell’odio tra i popoli. La cosa venne fatta il 16 maggio. Il 16 aprile la Comune ordinò una statistica delle fabbriche lasciate inoperose dagli industriali, e la elaborazione di progetti per l’esercizio di queste fabbriche a mezzo degli operai fino allora occupati in esse, da riunirsi ora in società cooperative, e per l’organizzazione di queste società in una grande unione.Il 20 essa abolì il lavoro notturno dei fornai, come pure la registrazione degli operai esercitata a partire dal Secondo Impero esclusivamente per mezzo di soggetti nominati dalla polizia, autentici sfruttatori degli operai. La registrazione venne affidata ai municipi dei venti mandamenti di Parigi. Il 30 aprile ordinò l’abolizione delle case di pegno, che non erano se non uno sfruttamento privato degli operai, in contraddizione col diritto degli operai ai loro strumenti di lavoro e al credito. Il 5 maggio decretò la demolizione della cappella espiatoria costruita in ammenda della esecuzione capitale di Luigi XVI.
Per la prima volta nella storia il problema del lavoro, particolarmente la riduzione del tempo di lavoro, viene al centro della cultura progressiva che si sta formando. Al tempo stesso per la prima volta nella storia l’evoluzione della lotta di classe affronta consapevolmente il problema dello Stato.»
Questa è una citazione di Marx.
E questa: «essa dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare a governare la vecchia macchina dello Stato, che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutta la vecchia macchina repressiva già sfruttata contro di essa, e dall’altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli senza nessuna eccezione e in ogni momento revocabili».
è una citazione di Engels.
E adesso vengo all’oggi.
Quali sono i nostri modelli?
Io non so i vostri, ma vi parlo del mio.
L’essenza della lotta del Val di Susa, nota come movimento No Tav, è definita da una resistenza popolare decennale contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità/alta capacità (TAV) Torino-Lione.
Più che una semplice protesta ambientale, si configura come un movimento sociale profondo che difende il territorio, la salute e le risorse locali, interpretato dai partecipanti come una lotta di resistenza e di salvaguardia della “casa comune”.
Ecco i punti cardine che ne costituiscono l’essenza:
- Resistenza territoriale e popolare: Si tratta di una mobilitazione trasversale che coinvolge diverse generazioni e componenti della società locale, radicata sul territorio da oltre trent’anni.
- Difesa del territorio (No Tav): La lotta si oppone a un’opera ritenuta inutile, imposta dall’alto e dannosa per l’ambiente e l’economia locale.
- Identità di valle: La resistenza è diventata parte integrante dell’identità culturale e sociale della Valle di Susa, basata su un forte senso di comunità.
- Simbolismo e presidi: I presidi fisici (come quello di Venaus) e le manifestazioni periodiche (come la marcia dell’8 dicembre) sono momenti cruciali per riaffermare la continuità della lotta e l’unità del movimento.
- Carattere culturale: La lotta ha creato una propria contro-narrazione, spesso definita come la difesa di una “perduta Età dell’Oro” contro la logica del profitto e della gestione irresponsabile dei beni comuni.
Nonostante le contrapposizioni e le diverse opinioni all’interno della valle stessa, il movimento No Tav rappresenta un caso di studio significativo di attivismo di base in Italia.
Vorrei che si capisse che esistono movimenti che stanno parlando al nostro mondo e ci interrogano sul futuro che vogliamo costruire.
Questo movimento non è riassumibile nel coraggio di resistere alle cariche della polizia tirando sassi (le armi dei proletari) e sfidando i lacrimogeni: è una sperimentazione di democrazia dal basso, di contropotere possibile e non ne parlo per farne pubblicità o per farne un mito, ma per fare capire che, se esiste una esperienza del genere, significa che l’idea “un mondo diverso è possibile” non è solamente uno slogan, ma una pratica di vita.
Al di là del singolo esempio, di cui mi emoziona sempre parlare, con questo elaborato cerco di far capire che l’idea che stava alla base del concetto di “dittatura del proletariato” che ritroviamo nei testi degli intellettuali del movimento operaio che ho citato più sopra, nasceva dall’esigenza di ampliare la base democratica della gestione del potere.
E’ questo che viene messo in pratica dalle lavoratrici e dai lavoratori in GKN che attraverso la riappropriazione della fabbrica, del mezzo di produzione, hanno saputo costruire un esperimento di partecipazione collettiva verso una prospettiva di mondo altro da quello che esiste.
L’essenza della lotta della ex GKN di Campi Bisenzio (Firenze) trascende la classica vertenza sindacale per la difesa del posto di lavoro, configurandosi come un movimento operaio e sociale di resistenza al modello neoliberista, focalizzato sulla conversione ecologica e sul controllo collettivo della produzione.
Iniziata il 9 luglio 2021 con il licenziamento via email di oltre 400 lavoratori da parte del fondo finanziario Melrose Industries, la lotta ha assunto caratteri unici:
- Il Collettivo di Fabbrica e l’”Insorgiamo”: I lavoratori hanno occupato la fabbrica, trasformandola in un presidio permanente e creando un modello di auto-organizzazione denominato “Collettivo di Fabbrica”. Il motto “Insorgiamo” simboleggia un approccio attivo e propositivo, non solo difensivo.
- Contro la Delocalizzazione e la Finanza: La battaglia è diretta contro le delocalizzazioni selvagge, dove fondi finanziari acquistano aziende, estraggono profitti e chiudono stabilimenti per aumentare i dividendi, ignorando il tessuto sociale locale.
- Convergenza Sociale ed Ecologica: La lotta ha cercato attivamente l’alleanza con il territorio, il mondo studentesco, i movimenti per l’ambiente e la società civile (il cosiddetto “insorgiamo sociale“), rivendicando una produzione socialmente e ambientalmente utile (per esempio, mobilità sostenibile).
- Proposta di Conversione e Azionariato Popolare: La proposta del collettivo è la riindustrializzazione attraverso una gestione pubblica o cooperativa, lanciando persino campagne di azionariato popolare per salvare la fabbrica (diventata ora GFF – GKN For Future) e convertirla nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.
- Lotta di Classe nel XXI Secolo: La vertenza è vista come un punto di riferimento nazionale ed europeo per la dignità del lavoro, che viene inteso come strumento di emancipazione e non come merce.
In sintesi, l’essenza della lotta GKN è il tentativo corale di passare dalla semplice “resistenza” alla “fabbrica del futuro”, unendo la questione lavorativa a quella ecologica e sociale.
Torno di nuovo indietro:
L’esperienza dei Soviet nella Rivoluzione russa del 1917
- Origine e Significato: Il termine “soviet” in russo significa “consiglio” o “consiglio dei delegati”. Nati come organizzazioni spontanee durante la rivoluzione del 1905 e riemersi con forza nel 1917, erano assemblee di rappresentanti eletti direttamente da operai, soldati e contadini nelle fabbriche, nelle caserme e nei villaggi.
- Ruolo nel 1917: I Soviet emersero come un’alternativa al Governo Provvisorio, creando di fatto una situazione di “doppio potere”. Il Soviet di Pietrogrado, in particolare, divenne il centro del potere popolare.
- “Tutto il potere ai Soviet!”: Questo slogan, lanciato da Lenin e dai bolscevichi, mirava a trasformare i soviet da semplici organi di lotta a vere e proprie istituzioni di governo, eliminando la borghesia e le vecchie strutture istituzionali.
Non dobbiamo dimenticare che c’è stato un momento di speranza positiva, durante la quale in Unione Sovietica si sperava di essere solamente il primo anello della catena della rivoluzione mondiale e che l’esperienza dei soviet ha influenzato anche i movimenti socialisti internazionali, come il “biennio rosso” in Italia (1919-1920), dove si auspicava la costituzione di consigli di fabbrica ispirati al modello russo.
Così come non dobbiamo dimenticare che la sconfitta della rivoluzione in Europa ha prodotto un crollo di quella ipotesi:
- Evoluzione e Controllo Bolscevico: Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, i soviet divennero la struttura portante del nuovo Stato socialista. Tuttavia, col tempo, la gestione dei soviet passò gradualmente sotto il controllo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), perdendo la loro natura spontanea di autogestione operaia per trasformarsi in organi burocratici dello stato.
- La fine dei Soviet: Con il consolidamento della dittatura staliniana, i soviet persero il loro significato originario di democrazia diretta dal basso, venendo assorbiti dalla struttura centralizzata del partito.
Imparare dalla storia, saper riprendere gli esempi migliori e non ripetere le degenerazioni, sapersi collegare ai movimenti reali esistenti ora (qui faccio riferimento solo ad esperienze italiane perché mi collego alle problematiche referendarie, ma certo il mondo non si esaurisce sulla catena alpina), riprendere la discussione sulla pratica della democrazia nei propri territori, questa è l’occasione che dobbiamo saper cogliere da questa riflessione in merito al problema che parte dall’attacco alla carta costituzionale.
E non ho citato gli esempi di cui sopra per dire che a loro dobbiamo delegare la speranza di emancipazione: al contrario, da loro dobbiamo imparare la logica della responsabilità che ci compete per trasformare qui ed ora i territori in cui viviamo.
Ormai è sempre più evidente a tutte che non abbiamo da perdere altro che le nostre catene.
Note.




